Ultimi giorni di maggio

Ezer Weizman, che ha ampliato i piani d’ attacco dell’ esercito, rimane deluso quando il primo ministro si rifiuta di approvare il piano “Scure”(Kardom); ma Eshkol non si limita a questo: ordina una riduzione delle attività dell’ esercito a sud e limita i voli di ricognizione sul Sinai.

Trascinato da questo entusiasmo e incoraggiato dalla mancata risposta israeliana o americana alla chiusura dello stretto di Tiran, il feldmaresciallo ‘Amer continuava a pianificare la sua offensiva. “Questa volta saremo noi a iniziare la guerra “ confidò al generale Murtagi durante un’ ispezione alle fortificazioni avanzate. Oltre a colpire dal cielo obiettivi strategici e isolare Eilat, tra le sue mire c’ era ora l’intero Negev. Gli ordini per la nuova operazione –nome in codice “Alba” (al-Fajr) sarebbero stati impartiti direttamente dalla casa di ‘Amer…

Intere brigate vengono disposte su posizioni di attacco.   

Ordini contradditori e impartiti all’ ultimo momento non facevano che accrescere la confusione generata dall’ afflusso di decine di migliaia di uomini, della riserva o di unità appena rimpatriate dallo Yemen, molti dei quali arrivavano su carri per il bestiame, senza uniformi né armi, laceri e affamati.

Persino Murtagi, tenente generale e capo del Comando delle forze di terra, si rende conto della carenza di uomini e dell’ insufficienza dei preparativi. E neppure i piloti, sembra, sono in grado di compiere le missioni assegnate.

Mustafa Kamel, ambasciatore d’ Egitto presso la Casa Bianca, si è sforzato di tenere aperte le linee di comunicazione: è convinto che il futuro del suo paese è nello sviluppo economico e non nella guerra alla testa del mondo arabo. Ormai alle soglie della pensione, continua ad insistere sulla possibilità di un negoziato. Richard Nolte, nuovo ambasciatore americano, giunge al Cairo il giorno prima della chiusura dello stretto. Quando Riad gli dice con decisione che tutte le navi dirette in Israele saranno fermate. Nolte si rende conto che gli arabi considerano ormai la vittoria una certezza.

Nolte aveva capito ciò che era già chiaro a molti diplomatici occidentali: che ogni dubbio sulla capacità dell’ Egitto di sconfiggere lo Stato ebraico era stato fugato dal rifiuto dell’ Occidente di difendere Israele e dalla riluttanza degli israeliani a difendere se stessi.

Nonostante il fatto che l’ Egitto appaia molto sicuro di sé, Nasser continua ad affermare di voler solo dare una dimostrazione della propria leadership e  teme il pericolo di un intervento degli Stati Uniti in favore di Israele. Non solo, teme anche la reazione dell’ Unione Sovietica a quell’ intervento. Il 23 maggio convoca l’ ambasciatore sovietico Požidaev nel suo ufficio.

…ricordò all’ ambasciatore che era stato l’ avvertimento sovietico su un attacco israeliano alla Siria a indurlo a entrare nel Sinai, con il risultato che ora le forze israeliane non erano ammassate nel nord, ma nel sud, contro l’ Egitto. L’ URSS non poteva piantarlo in asso…

Le forze di terra egiziane sono pronte. Il panico si diffonde in Israele; il morale dell’ esercito sta precipitando. Yoni Netanyahu, comandante di un plotone di paracadutisti, scrive alla sua ragazza: “Stiamo seduti e aspettiamo”.

Yitzhak Rabin, ripresosi dal suo malessere, partecipa alla riunione attorno al tavolo di Eshkol. Non si riesce a raggiugere alcuna decisione sull’ azione preventiva e si cercherà in tutti i modi di trovare una soluzione diplomatica. Il ministro degli Esteri Abba Eban viene inviato negli Stati Uniti per incontrare Johnson.  In Israele, i detrattori di Eban non si fidano di lui e avrebbero preferito Golda Meir ma il segretario generale del Mapai  è ammalata.

Abba Eban, ministro degli Esteri di Israele

Abba Eban fa una sosta a Parigi. “Ne faites pas la guerre” gli dice bruscamente De Gaulle. A Londra, Eban viene accolto con molti onori a Downing Street ma Wilson esita di fronte all’ iniziativa di mettere la Gran Bretagna alla testa di un convoglio internazionale. Il 25 maggio, nel suo albergo a New York, Eban riceve un duro colpo.

Il colpo fu il messaggio firmato da Eshkol che annunciava un imminente attacco. “Gli arabi stanno progettando un’ offensiva su larga scala” iniziava. “Il problema non è più lo stretto di Tiran, ma l’ esistenza stessa di Israele.” Si faceva menzione delle sei divisioni egiziane nel Sinai, di navi lanciamissili che entravano nel golfo di ‘Aqaba e di brigate corazzate trasferite dallo Yemen.

Eban, infuriato, pensa che con quel messaggio si voglia gonfiare la minaccia egiziana e strappare così più facilmente un impegno che il presidente, legato al Congresso, non potrà mai assumere. Prende atto, tuttavia, delle nuove istruzioni e si prepara ai colloqui prima al dipartimento di Stato, poi al Pentagono e infine alla Casa Bianca.

Per i funzionari dell’ amministrazione Jonhson, Israele resta fonte di grande incertezza. Si cerca di comprare tempo in cambio di aiuti economici procrastinando così una risposta. I funzionari del Pentagono sono preoccupati: con le truppe bloccate nel Vietnam non si può rischiare un’ altra guerra all’ estero. Viene proposto un piano, accolto da tutti con entusiasmo.

Specificamente, il piano richiedeva che un gruppo di nazioni marittime rilasciasse una dichiarazione affermando il diritto di libera navigazione negli stretti. Se l’ Egitto l’ avesse respinta, sarebbe salpato per Eilat un convoglio internazionale di navi da carico scortate da cacciatorpediniere della Sesta flotta appoggiate da navi da guerra britanniche, la Hermes e la Victorious. Questa “forza di sondaggio” avrebbe respinto ogni tentativo egiziano di bloccare il convoglio…

L’ operazione viene chiamata “Operation Red Sea Regatta” , o semplicemente “Regatta”. Anche Dean Rusk, capo della sezione ONU del dipartimento di Stato, incontra Eban, che già conosce, la sera del 25 maggio. Si consiglia a Israele di affidarsi al convoglio marittimo ma non vi è nessun impegno, né pubblico né confidenziale.

Nel tentativo di trasmettere calma, di controbilanciare il senso di panico percepito nella lettera di Eshkol, Eban, senza rendersene conto, aveva attenuato il senso di urgenza di Washington. Rostow (del dipartimento di Stato) riferì all’ ambasciatore inglese Patrick Dean: “Ci aspettavamo che ci dicessero che avrebbero attaccato, invece hanno soltanto chiesto chiarimenti sul piano marittimo proposto”.

Robert McNamara, segretario alla Difesa degli Stati Uniti dal 1961 al 1968

Il segretario alla Difesa Robert McNamara spiega a Eban che per addestramento, motivazione e comunicazioni, Israele supera i suoi nemici e dunque non deve temere nulla.

I sinistri messaggi che giungevano da Gerusalemme sembravano incompatibili con quello trasmesso da Eban: da un lato si era pronti ad attaccare, dall’ altro a fare della diplomazia. Il compito di decifrare quale dei due fosse più corretto, e di prendere la decisione cruciale sulla linea che gli Stati Uniti dovevano seguire, cadeva ormai sulle spalle di un solo uomo, l’ ultimo degli interlocutori di Eban.

Lyndon Johnson, presidente degli Stati Uniti dal 1963 al 1969

Alcuni hanno ricordato il presidente Johnson come un uomo con una grande comprensione dei problemi umani; altri come un uomo senza scrupoli e affamato di potere. Questa duplicità si manifesta anche nei suoi rapporti con gli ebrei. Se non nasconde le sue simpatie per Israele, dopo il Vietnam, con l’ adesione di molti ebrei al movimento contro la guerra, cresce la sua animosità contro il paese ebraico. Rimane tuttavia “un amico”.

Tale ambivalenza contro lo Stato ebraico, in cui l’ astio si accompagnava all’ ammirazione, si manifestò anche venerdì 26 maggio nello Studio ovale.

Johnson decide di prendere tempo. Solo dopo che tutti i tentativi dell’ ONU falliranno, e se non sarà Israele ad attaccare per primo, solo allora potrà chiedere al Congresso di intervenire.

Sempre il 25 maggio una delegazione egiziana, con a capo il ministro degli Esteri egiziano Shams Badran, parte per Mosca. Ma i sovietici si sono battuti per il diritto alla libera navigazione nei Dardanelli per secoli; nel 1958 hanno firmato la Convenzione di Ginevra sugli stretti internazionali. Per loro è un problema impugnare il diritto di una nazione alla libera navigazione attraverso gli stretti. Kosygin, il sessantatreenne leader, ha sempre consigliato prudenza; degli arabi come alleati non è mai stato convinto. Intanto, nonostante la segretezza, le notizie viaggiano veloci.

Badran era ancora a Mosca quando, nelle prime ore del 27 maggio, giunse il cablogramma con cui Washington comunicava ai sovietici che, secondo Israele, un attacco arabo era imminente.

Cablogrammi, colloqui, viaggi, incontri, nuovi personaggi si muovono freneticamente sulla scena. Pare di assistere ad una rappresentazione teatrale in cui generali, ministri, ambasciatori, capi di stato, soldati laceri e affamati e altri in ansiosa attesa  interpretano su stessi sul palco, sarebbe quasi uno spettacolo appassionante se non si trattasse di una guerra in cui una nazione ha deciso di distruggere un’ altra. Alla base di tutto, il rapporto, che Michael Oren definisce bizantino, tra un presidente e il suo feldmaresciallo. Se Nasser non può imporre la sua decisione improvvisa di sospendere le operazioni per motivi di sicurezza, nello stesso modo ‘Amer può differire la sua risposta dicendo che ci penserà. E può, ritiratosi nella sua casa e quartier generale privato, mandare un cablogramma a Sidqi Mahmud, capo dell’ aviazione, e dirgli di mettere in atto il piano Eilat.

Partirono immediatamente gli ordini e i piloti salirono sugli aerei in attesa del via definitivo. Ma, quarantacinque minuti dopo, Sidqi Mahmud ricevette un’ altra chiamata: “ Cancella il piano”. Il comandante si sentì prendere dallo sconforto: “Perché? Non abbiamo fiducia che Allah venga in nostro aiuto?”.

E già, subito dopo, una forza di 500 carri armati israeliani al comando del generale Shazli attraversa Eilat in direzione della piazzaforte egiziana di Kuntilla.

A Tel Aviv riunione d’emergenza del governo alla quale partecipa anche Abba Eban appena tornato dalla sua missione e ancora frastornato per il cambiamento di fuso orario: diciotto ministri in quella che sarà chiamata “la notte più lunga”. Si esamina a fondo il piano “Regatta”. Nove ministri sono contrari a un attacco preventivo e nove a favore. Si  decide di aspettare; la crisi è evitata di strettissima misura. Il 27 maggio, U Thant invita tutte le parti a esercitare una speciale moderazione astenendosi dalla belligeranza.

…gli eventi degli ultimi giorni di maggio non rappresentarono che una tregua. Lungi dall’ essere giunta al culmine, la crisi era infatti appena all’ inizio…

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Michael Oren, La  Guerra dei Sei giorni. Giugno 1967: alle origini del conflitto arabo-israeliano

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