Forti della nostra cultura ed eredità

Le sorelle Andra e Tatiana Bucci raccontano nel libro “Noi, bambine ad Auschwitz” l’ accoglienza ricevuta a Lingfield, non lontano da Londra, dopo essere uscite vive dal campo di Birkenau. È in un cottage, dove vengono ospitati i bambini sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, che ricevono non solo giocattoli e buon cibo ma anche affetto e calore e dove ricominciano a vivere riappropriandosi finalmente della loro infanzia. Nel dicembre del 1946 incontrano a Roma la loro mamma.

Quando Fiume, dove le bambine sono nate e cresciute, diventa, con i trattati di pace del 1947, parte della Repubblica di Jugoslavia, i Bucci (anche il papà è sopravvissuto alla Shoah) decidono di rimanere italiani e si trasferiscono a Trieste.

La nostra non è solo la storia di due generazioni che hanno attraversato tre imperi (la Russia degli zar, l’ Impero austroungarico e quello italiano) e che hanno subito persecuzioni e lo sterminio dei nazisti. Abbiamo anche incrociato l’ esodo degli italiani dalle zone dell’ Istria e della Dalmazia dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

A scuola i loro amici non chiedono nulla e Andra e Tatiana non raccontano. Rispondono di sì quando, in autobus, le persone chiedono se quei numeri sulle braccia sono il loro numero di telefono.

La Shoah, la deportazione, le persecuzioni divennero di dominio comune molto, ma molto tempo dopo. All’ epoca, quando andavamo al mare e gli amici vedevano i numeri tatuati sul braccio, noi dicevamo che eravamo state ad Auschwitz. E tutto finiva lì.

Anche la mamma non parla mai di quello che è accaduto, forse per difenderle, per non farle soffrire rivelando ciò che ha visto e subito, e anche per cercare lei stessa di dimenticare.

Tutto questo –il nostro passato, le scelte della mamma- ha influenzato il nostro rapporto con l’ ebraismo, che non è stato semplice né lineare. Lo abbiamo recuperato solo negli ultimi anni, forse perché con l’ età si raggiunge una maggiore serenità verso se stessi e il proprio vissuto, e non crediamo, al contrario di ciò che molti pensano, che questo recupero della nostra identità familiare sia legato al fatto di aver cominciato a testimoniare la nostra esperienza di deportate. È stato un percorso lungo e articolato. Oggi ci sentiamo davvero ebree, soprattutto forti della nostra cultura ed eredità.

Solo verso la fine degli anni Settanta rilasciano un’ intervista a Sarah Moskovitz, la studiosa americana autrice del libro “Love despite Hate”. Tornano ad Auschwitz; incontrano Shlomo Venezia, Sami Modiano, Piero Terracina e raccontano la loro esperienza ai ragazzi delle scuole.  Certo, dicono, l’attenzione è concentrata soprattutto nella settimana della Memoria, per il resto tutto è lasciato alla coscienza e alla volontà dei singoli.

Certo, di passi avanti ne sono stati fatti negli anni, ma siamo lontani da quel senso diffuso e condiviso di rispetto per la memoria in grado di trasformarsi in un impegno civile costante ed efficace.

Sono gli “agenti della paura”, affermano, a far scattare certe molle nelle persone. Ma, se sono d’accordo su tante cose dette dalle sorelle Bucci, di certo non condivido l’ affermazione che non si può aver paura dell’ immigrazione. Personalmente ho, non paura, molta paura per le conseguenze nel tempo dell’immigrazione incontrollata.

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ANDRA E TATIANA BUCCI, Noi, bambine ad Auschwitz. La nostra storia di sopravvissute alla Shoah

 

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