Si mettevano a piangere

Negli anni Sessanta, il piccolo Daniel vive a Long Island; spesso con la famiglia si reca a Miami Beach dove vivono i parenti, anziani ebrei che, come lo vedono, iniziano a piangere.

…quel tipo di ebrei che quando condividevano qualche pettegolezzo piccante, o arrivavano finalmente all’epilogo di un aneddoto o di una storiella umoristica, si mettevano a parlare in yiddish; cosa che, ovviamente, rendeva a noi ragazzi il senso del discorso o la comicità delle barzellette impenetrabile.

Long_Island_

Long Island

È la prima pagina di questo nuovo libro che, come mi succede ogni volta, mi sorprende e, ogni volta, mi sembra il più bello fra tutti i più bei libri letti sino a quel momento. Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn ha questo modo leggero, sorridente di raccontare la propria vita e, nello stesso tempo, far rivivere  un mondo ormai per sempre scomparso attraverso i racconti di nonni e zii originari della Galizia e trasferitisi negli Stati Uniti, personaggi tutti mirabilmente descritti. L’ umorismo si mescola al ricordo della tragedia della Shoà, alla quale non sopravvissero sei persone della sua famiglia. Conservo un articolo di Sergio Romano che, commentatore discusso e discutibile delle vicende di Israele, ha tuttavia scritto qualcosa sull’ umorismo ebraico che mi piace ricordare: “È una miscela di umori corrosivi, bonari, autocritici, spregiudicatamente dissacranti, sempre conditi da una dose di sorridente malinconia. È la medicina ricostituente con cui gli ebrei del recinto sono sopravvissuti alle angherie, alle discriminazioni e ai pogrom.”

https://www.corriere.it/lettere-al-corriere/10_Ottobre_24/-LE-RISATE-MALINCONICHE-DELL-UMORISMO-EBRAICO_ce1d55cc-df40-11df-ae0f-00144f02aabc.shtml

Miami

Miami

 Daniel ha pochi anni quando la nonna materna, Gerty detta Nana, viene sepolta nel cimitero di Mount Judah, nel Queens, nel settore di proprietà dell’ Associazione Assistenziale dei Malati Indigenti di Bolechow. Il marito Abraham, il personaggio più prestigioso della famiglia e nonno di Daniel, è nato in quella cittadina e ha potuto acquistare lo spazio nel cimitero.

Per essere sepolti lì bisognava far parte di tale associazione, che ammetteva esclusivamente persone originarie di una piccola cittadina di poche migliaia di abitanti, situata in una località remota un tempo appartenuta all’ Austria, poi alla Polonia e poi chissà a quanti altri paesi, chiamata Bolechow.

 Tutti i vecchi ebrei che Daniel e gli altri bambini vanno a trovare durante le vacanze estive o invernali hanno alcune caratteristiche in comune: un accento particolare, nomignoli alternativi, barbe ispide e baffi bianchi. Il nonno Abraham, detto Aby, ha sei fratelli, tre maschi e tre femmine. Il fratello maggiore, Shmiel, il più affascinante, il più vezzeggiato di tutti è venuto a New York nel 1913 ma meno di un anno dopo è tornato nella sua città natale. Ecco, sono Shmiel, sua moglie Ester e le quattro bellissime bambine, Lorka, Frydka, Ruchele e Bronia, vittime della persecuzione nazista, che non hanno una tomba.

Tra i parenti di Daniel ci sono quelli che, alla sua vista, scoppiano in lacrime.

Entravo nella stanza, si giravano a guardarmi, e (soprattutto le donne) portavano ai volti avvizziti le gonfie mani callose, contorte e ingioiellate, con le nocche dure come legno, ed esclamavano trattenendo teatralmente il respiro: Oy, er zett oys zeyer eynlich tzu Shmiel!

“Oh, come assomiglia a Shmiel!”

E si mettevano a piangere, o prendevano a dondolarsi con i loro maglioni rosa o i giacconi troppo larghi, prorompendo in raffiche di parole in yiddish che allora, per me, erano impenetrabili.

Il nonno, Abraham Jaeger, si reca ogni estate a casa di Daniel, a Long Island, dove il caldo è più sopportabile che non a Miami. 

Mio nonno era rinomato (quando nelle famiglie di immigrati ebrei si sparge la voce che qualcuno è “rinomato” per qualcosa, di solito significa che gode di questa fama presso un pubblico di circa ventisei persone) per diverse particolarità: il senso dell’ umorismo, il fatto di essersi risposato tre volte dopo la morte di mia nonna (con donne, eccetto quella che gli sopravvisse, da cui aveva divorziato in rapida successione), il modo di vestire, alcuni drammi famigliari, la sua ortodossia…

Quando Daniel gli pone delle domande su come, dove e quando sono stati uccisi i suoi parenti, il nonno non risponde, forse neppure lui ne sa abbastanza. Racconta tantissime storie e aneddoti del passato, gli descrive la sua città natale, il parco con la statua del poeta polacco Adam Mickiewicz, gli insegna i versi di una ninna nanna yiddish. Non parla mai del suo affascinante fratello maggiore Shmiel. Ma il piccolo Daniel è ben attento alle conversazioni dei grandi. Una volta, mentre sono al cimitero,  la madre gli dice “Quattro bellissime figlie”. E ancora: “Le hanno stuprate e uccise”. Forse la famiglia di Shmiel si era rifugiata in un castello di proprietà dei nobili del villaggio ed erano stati traditi, probabilmente dalla domestica. Sente un cugino dire: ”Possedeva degli autocarri, e i nazisti volevano impadronirsene”.

La Grande Sinagoga a Bolechow

La Sinagoga Grande a Bolechow

Insomma, da bambino mi capitava di ascoltare affermazioni del genere. Con il tempo, queste frasi appena sussurrate, questi frammenti di conversazione che udivo di soppiatto, composero l’ esile filo di una storia alla quale abbiamo creduto per molto tempo.

Ma quando certi adulti scoppiano a piangere soltanto vedendolo, Daniel si sente piuttosto infastidito dalle loro attenzioni.

…provavo, a dir tanto, un lieve interesse per il fratello di mio nonno e la sua famiglia, non mi interessavano particolarmente, anzi avvertivo un vago risentimento per la nostra somiglianza, che mi rendeva il bersaglio prediletto per gli abbracci soffocanti di quegli anziani parenti…

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Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi (The Lost. A Search for Six of Six Million)

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi  

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