Per motivi razziali

Nel racconto “10 giugno 1940”, Gabriele Della Pergola, uno dei protagonisti del libro “Una cosa da niente e altri racconti”, ha bisogno di  imparare in fretta la lingua inglese: dopo l’ emanazione delle Leggi razziali, spera di riuscire ad imbarcarsi per l’ America e conoscere qualche parola della lingua inglese non può che essergli utile. Consegna cinque biglietti da venti lire al Responsabile della scuola di lingue. Ma questi, mentre compila la scheda per l’ iscrizione, si blocca. Appare molto perplesso.

“Questa è una scuola ariana,” disse con sussiego, “non accettiamo studenti di razza ebraica”. Estrasse di tasca le cinque banconote e le dispose di nuovo sul tavolo, una accanto all’ altra. Della Pergola non le toccò. “Voglio solo imparare un po’ di inglese. Non vi creerò alcun problema”.

Della Pergola non lo ascolta più. Dovrebbe provare rabbia ma prova solo umiliazione. La radio ha smesso di trasmettere musica.

“Le ovazioni erano cessate e ora la voce di Lui si levava stentorea e roboante. “L’ ora delle decisioni irrevocabili batte al cielo della nostra Patria.” Dalla radio giungeva il boato della folla in delirio.  “La dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Francia e di Inghilterra.”

Della Pergola esce dall’ ufficio, ma le parole del Responsabile lo inseguono.

Cercate di guardare alle cose nella loro giusta prospettiva. L’ Italia ha avviato la più grande rivoluzione della sua storia. Ha ricostruito un Impero. Si è riappropriata del suo ruolo di potenza continentale. Eppure di fronte a tutto questo, non ha eretto ghigliottine nelle piazze, né ha sterminato gli oppositori del Regime. Si è limitata a prendere qualche modesta misura, a difesa della propria integrità sociale e razziale. Cose da niente di fronte allo sforzo titanico della Nazione.

Per Della Pergola non è una cosa da niente tradire migliaia di persone e non tener conto degli infiniti drammi causati dalle misure di difesa di una mitica integrità razziale. Prima insegnava in un liceo ma nessuno dei suoi colleghi si è indignato quando è stato messo alla porta. Il Responsabile scuote il capo con un’ espressione di disgusto.

“Voi guardate alla vostra piccola vicenda personale e perdete di vista i destini della Nazione. Una rivoluzione non si ferma per privilegiare i pochi. Avanza sulla spinta degli ideali e si consuma in una fiamma purificatrice che rigenera l’ intera società. Il Duce farà dell’ Italia una potenza, a onta dei vostri piagnistei.”

Massimo_Della_Pergola_(Milan,_1973)

Massimo Della Pergola (Trieste, 1912– Milano, 2006), giornalista e inventore del Totocalcio,in una ricevitoria di Milano.

Subito dopo la guerra, nel racconto “Arte degenerata”, il giovane Giuliano Camiz, che ha perso tutta la famiglia nei lager, entra nel negozio di Antiquariato che era stato del padre.

“Sono Giuliano Camiz,” disse, “il figlio di Fabio.” L’ Antiquario corrugò la fronte, come se stentasse a credere a quell’ apparizione.

Il giovane cerca di rimanere calmo, di non consentire ai sentimenti  di farsi breccia nella corazza che faticosamente ha eretto intorno a sé. Il padre non ha mai ceduto il negozio, lo ha solo affidato ad un prestanome, un collaboratore di cui si fidava, per via delle leggi razziali.

“Sono qui per sistemare le nostre cose. Mio padre si fidava di voi. Fino all’ ultimo mi ha ripetuto che se fossi tornato sarei dovuto venire da voi in piena fiducia.”

Quello che conta, afferma il giovane, non è tanto il contratto, un atto formale necessario. L’ importante è la stretta di mano, il patto fra gentiluomini. E poi c’ erano otto quadri, capolavori dell’ impressionismo francese…

Anche qui, la conclusione del racconto lascia un sapore amaro in bocca. Mario Pacifici ha scritto che i suoi racconti sono frutto della fantasia, tuttavia atmosfere e vicissitudini affondano le loro radici nella realtà storica. Certamente egli, nato dopo la fine della guerra, ha udito narrare vicende molto simili dalle persone attorno a lui.

Mario-CamisMario Camis (Venezia, 1878 -Bologna, 1946) è stato un fisiologo e presbitero.

Nato in una famiglia di religione ebraica, convertito al cattolicesimo in giovane età, dopo essere stato allontanato dall’università a causa delle leggi razziali fasciste, fece parte dei terziari francescani prima e dei domenicani poi.

Nel racconto “Le stigmate dell’ ebreo”, Morpurgo, che ha vinto il concorso per la cattedra di Filosofia del Diritto all’ Università di Urbino, non vuole perdere questa occasione a causa di un flebile legame dei suoi con l’ebraismo. Si reca nell’ ufficio di un alto Gerarca del partito, che saluta col braccio teso, per chiedere aiuto.

Sua Eccellenza si alzò da dietro la scrivania e rispose condiscendente al saluto. Era in divisa orbace, con il capo rasato e il fez ripiegato sotto la spallina della camicia. Le mani sui fianchi e la mascella serrata, si atteggiava a un portamento romanamente marziale.

Chiede all’uomo che gli sta di fronte se appartenga alla razza ebraica.

“Sono cresciuto in una casa in cui non si faceva molta attenzione alla religione, Eccellenza. Il mio nonno paterno era figlio di matrimonio misto e anche nella linea genealogica di mia madre non mancano i cattolici. I miei si sono del tutto emancipati, tanto che gli ebrei li considerano estranei…”

Il Gerarca spiega che la certezza del diritto è stato un dono di Roma all’ intera umanità. E la legge esiste per essere rispettata e non per essere aggirata.

“Quest’ idea della legge interpretabile ad libitum è in realtà una perversione ideologica che abbiamo importato dalle razze degenerate cui abbiamo consentito di infiltrare la nostra cultura originaria. Poteva valere fino a ieri, Morpurgo, ma oggi non più. Oggi il Partito ha restituito all’ Italia l’ orgoglio delle sue origini e delle sue radici. Oggi il Partito ha riscattato la Patria alla manomissione giudaica della Cultura della Scienza e dell’ Arte restituendo al genio italico i suoi grandiosi destini.”

La voce collerica del Gerarca insegue Morpurgo anche quando esce dall’ ufficio dopo aver salutato con un dignitoso, inadeguato ”I miei rispetti”.

Luciano_Morpurgo

Luciano Morpurgo. Nato a Spalato da antica famiglia ebraica, sin da giovane manifestò un grande interesse per la fotografia. Agli anni ’20 e ’30 del XX secolo risalgono alcuni dei suoi più famosi reportage, fra i quali un suo servizio fotografico del 1927 sulla Palestina. Scampato alle persecuzioni naziste, nel 1946 pubblicò con la sua casa editrice Dalmatia un libro autobiografico, Caccia all’uomo, dedicato alla sua storia personale e alla tragica storia degli ebrei italiani e spalatini nel periodo della guerra. Un blocco di circa 950 stampe fotografiche originali e alcuni apparecchi fotografici si trovano nel Museo nazionale Alinari della fotografia. Luciano Morpurgo morì a Roma 1971.

 Nel racconto “Il primario”, Carlo torna a casa e viene accolto dalla moglie Simona. È stato appena nominato primario nell’ ospedale dove lavora e i suoceri sono a cena da lui per fargli gli auguri e per festeggiare.  Tuttavia Carlo non appare entusiasta.

“Alla salute di noi tutti,” brontolò, facendo tintinnare il suo bicchiere con quello di Simona e poi con gli altri. “E alla tua nomina,” aggiunse immancabilmente l’ ingegner Virgili, assaggiando appena lo spumante prima di attaccare voracemente le fettuccine. “Ora, però, “raccontaci tutto…”

Ma Carlo non pare provare alcun entusiasmo per la nomina. Prova rabbia per non averla potuta raggiungere solo con le sue forze.

È amareggiato,” gli viene in soccorso Simona, “perché la sua nomina rientra fra quelle decretate per rimpiazzare i docenti e i medici allontanati dalle Cliniche Universitarie. Per motivi razziali. Considera quegli allontanamenti ingiusti e non si dà pace per averne tratto profitto.”

Il professor Segre era il migliore, aveva talento, esperienza, umanità. E con Carlo c’ erano Moscati e Lampronti, entrambi ebrei. Carlo scrolla le spalle, pensa a quei quattro cialtroni seduti attorno a un tavolo, che si spacciano per scienziati.

“Ma certo, Carlo,” si adeguò subito suo suocero, ma certo. Chi meglio di me ti può capire…”

E tuttavia, anche in questo racconto, è il finale che smaschera l’ ipocrisia, la soddisfazione del suocero per quei vantaggi, anche minimi, che, valutando bene la situazione, si potranno ottenere.

Rastrellamento nel Ghetto di Roma 16 ottobre 1943

16 ottobre 1943, Rastrellamento nel ghetto di Roma

Mario Segre (Torino, 1904-Auschwitz, 1944) Nel 1934 Segre consegue la libera docenza in Epigrafìa e Antichità greche, che esercita presso l’ Univerdità Statale di Milano. Nel 1936 viene messo a disposizione del Regio Istituto di Archeologia e Storia dell’Arte di Roma. Nel 1938, in seguito all’introduzione delle leggi razziali fasciste, viene dichiarato decaduto dalla libera docenza di Epigrafia greca e messo in pensione dal Ministero dell’Educazione nazionale, a 34 anni. Il 16 ottobre 1943 la madre e la sorella di Segre sono vittime del Rastrellamento del Ghetto di Roma.

https://youtu.be/ZCCjESAZaB0

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Mario Pacifici, Una cosa da niente e altri racconti.

Una cosa da niente Mario Pacificci

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
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