Per chissà quali misteriosi motivi

Nel luglio 2005, Daniel Mendelsohn, con la collega Froma, con Lane, fotografa, e con il traduttore Alex, è di nuovo a Bolechow: il gruppo è alla ricerca dei resti della Galizia ebraica. Visita Lwiv, il monumento nella foresta di Taniawa.

…Bolechiw era la stessa ma diversa. Alex si fermò con la macchina nuovamente sulla sommità della collina da dove si godeva la vista della cittadina racchiusa nella valle, immortalata quattro anni prima da Matt. “Eccoci tornati” annunciai con un velo di malinconia…

Lo scrittore narra le due giornate facendo continue digressioni e spazia avanti e indietro nel tempo, non è sempre facile seguire il suo racconto.

Daniel individua la casa natale di nonno Abraham, i susini carichi di frutta, il parco con i tigli, il punto esatto in cui sorgeva la macelleria di Shmiel, il Dom Katolicki.

Bolechiw, Memoriale

Bolechiw, Memoriale

Un anziano di nome Stepan dice che, a quel tempo, tutti avevano paura. Racconta una storia: un ucraino, un certo Medvid, aveva nascosto una famiglia di ebrei. Quando lo scoprirono, i nazisti uccisero non solo lui e tutta la sua famiglia compresi i bambini ma anche tutti i Medvid della zona. In seguito, quasi nessuno tentò di aiutare gli ebrei.

Pensai a Ciszko Szymanski, ai sopravvissuti che avevo conosciuto, quasi tutti nascosti con l’ aiuto degli ucraini. E alla signora Szedlak, chiunque fosse. In effetti, per qualche inspiegabile motivo, la gente continuò ad aiutare gli ebrei. Quando Alex, di sua iniziativa, chiese a Stepan se era a conoscenza di persone che avevano denunciato ebrei alle autorità, la risposta fu: “C’ era gente buona e gente cattiva”. Era proprio così, riflettevo. C’ erano gli Szymanski e le Szedlak, ma anche i vicini traditori, i forconi. In fondo, era tutto così misteriosamente semplice.

Viene indicato loro un uomo molto anziano, un certo Prokopiv, andranno a cercarlo. Intanto, nella zona tedesca incontrano la signor Latik, suo zio, Stas Latik,  era stato un autista di Shmiel. I figli di Stas vivono in America. Al suo ritorno negli Stati Uniti, Daniel si mette in contatto telefonicamente con loro. Lydia, che abita  presso New Haven, racconta che il padre aveva comprato un’ autocisterna e nel serbatoio aveva creato un nascondiglio per gli ebrei. Forse era stato proprio lui a portare Shmiel a casa dell’ insegnante polacca. Arrestato e picchiato dalla Gestapo, fuggì nella foresta e si arruolò poi nell’ esercito russo. Quando tornò, la sua famiglia era emigrata negli Stati Uniti e non l’ avrebbero più rivisto. Il figlio Michael vive nel Texas. Ricorda che Shmiel e Stas erano molto amici e spesso organizzavano incontri di lotta. 

Vasili Prokopiv ha novant’anni e non ricorda molto di più di quello che Daniel già conosce. Froma gli chiede se conosce la storia di qualcuno che si era nascosto. Alex traduce la risposta: in via Kopernika c’ erano due insegnanti polacche. Una nascondeva due ebrei che poi furono catturati e fucilati, e anche lei venne uccisa. Il suo nome era Szedlakowa. L’ emozione di Daniel è fortissima.

…mi rivolsi direttamente a quel vecchio, come se la forza dell’ emozione potesse trascendere le barriere del linguaggio: “Erano mio zio e sua figlia. Erano loro”.

Lo scrittore scoppia a piangere.

…stavo parlando con un ucraino, non con un ebreo, cioè con qualcuno che era presente. All’ improvviso, aveva assunto la consistenza di un fatto più che di una storia. Ero arrivato al nocciolo.

Prokopiv li accompagnerà alla casa che era stata delle Szedlak.

È qui che sono morti, pensai. Stentavo a credere di aver trovato il posto esatto. Confessai a Froma: “Sono confuso. È incredibile, accadde proprio qui”. Continuavo a scuotere la testa, mentre osservavo il villino decrepito, il piccolo cortile, il capanno cadente. Dunque non furono catturati nel castello di un conte polacco.

Alex continua a tradurre: si parlò parecchio di quel che accadde. Froma chiede all’ uomo se ricorda il nome del traditore.

Come me, si stava domandando se, dietro la reticenza di Prokopiv nel pronunciare il nome un tempo di pubblico dominio, si celasse una decisione di ordine morale, il rifiuto di denunciare dopo tutti quegli anni un vecchio, malvagio vicino, o se invece l’ avesse davvero dimenticato.

A questo punto Daniel è più interessato a ricostruire la personalità della signora Szedlak che non quella del traditore. Tuttavia, prima di partire, chiede ad Alex di tornare a interrogare il vecchio. In una mail, Alex scrive che Prokopiv non ricorda il nome del traditore. Ricorda solo che il giorno in cui fu scoperto il nascondiglio, passando davanti all’ abitazione dell’ insegnante, aveva visto i cadaveri sulla strada, in attesa di essere portati nelle fosse comuni al cimitero ebraico. E ancora: l’ insegnante aveva una bambina illegittima. Non si trattava dunque di una morigerata signora di mezza età, Daniel capisce di essersi sbagliato.

Quelle esecuzioni pubbliche avevano uno scopo ben preciso, dissuadere i cittadini, persone come Szymanski, la signora Szedlak e molti altri, dall’ aiutare gli ebrei, cosa che invece fecero, per chissà quali misteriosi motivi: amore, bontà, convinzioni religiose. Chiunque fosse, in qualunque modo avesse agito –difficile scoprire altro di lei, anche se non mi arrendo-, questa signora Szedlakova non era semplicemente una donna sola al mondo che poteva rischiare a cuor leggero la vita per nascondere due ebrei.

Lo scrittore si rende conto che la caccia al colpevole è ormai la storia di qualcun altro.

Daniel_Mendelsohn

Daniel Mendelsohn

Su indicazione di Prokopiv, Il gruppo si dirige verso quella che era stata la casa delle sorelle Szedlak. La signora che abita lì, non sa cosa sia accaduto tanto tempo prima. Daniel le chiede se nella casa ci sia un nascondiglio e la donna gli mostra uno stanzino sotto il pavimento.

Intagliata nelle assi del pavimento, c’ era una botola di una sessantina di centimetri per lato, con i bordi allineati alle assi. Perfettamente mimetizzata, pensai. A un’ estremità era agganciato un piccolo anello di metallo, una sorta di maniglia.

Daniel si china per tirare la piccola maniglia e aprire la botola. Da un lato ci sono alcuni gradini di legno. Comincia a scendere guardando in alto verso la luce.

Era poco più di un buco, non più di due metri e mezzo sotto il livello del pavimento. Non c’ era luce, e malgrado la botola fosse aperta l’ ambiente era immerso in un’ oscurità pressocché totale. Allungai le braccia per toccare le pareti e mi resi conto di quanto fosse stretto quello spazio: non più di un metro di lato. Sorprendentemente freddo. Lottai contro un attacco di panico e pensai: “È terribile, è come essere in una …”  Oh, mio Dio, che stupido sono stato!, dissi tra me. Kestl, kestl, non castle.

Si è allontanato dalla verità quando suo nonno raccontava delle storie non per distrazione ma perché il tempo passa e cambia forma alle cose.

Anni prima, tra i tanti racconti, mio nonno mi aveva fornito un dettaglio sulla morte di Shmiel e io, nell’ udire il suono di quelle vocali smorzate e di quelle consonanti aggrovigliate, avevo interpretato a modo mio, trasformando quella storia in una favola, un racconto tragico con tanto di nobile polacco e castello.

Ora Daniel ha finalmente compreso. Il giorno dopo torna nella piccola abitazione con una scusa, chiede alla donna di poter scattare alcune foto con una macchina fotografica migliore. Poi fa una ricerca per sapere se c’ è qualche anziano che possa dargli altre informazioni. In una casa vicina abita un’ anziana polacca, Janina Latik, forse è la persona giusta. La signora Latik ricorda che le due donne si chiamavano Hela e Emilia. Il loro cognome era Szedlakowa. Il ragazzo che aiutava gli ebrei a nascondersi si chiamava Czeslaw…Ciszko. Portava loro del cibo dal negozio del padre. Lo sapevano tutti.

Ma qualcuno –probabilmente un vicino, non lo ricordava- notò che ogni sera portava del cibo a casa delle Szedlakowa, si insospettì e denunciò lui e le sorelle Szedlakowa alla Gestapo. I tedeschi arrivarono, portarono gli ebrei in un angolo del giardino e li fucilarono sul posto.

Stryj, Palazzo della Cultura

Stryj, Palazzo della Cultura

Emilia era fuggita per paura e così avevano ucciso solo Hela. Ciszko ed Hela furono portati a Stryj e impiccati.

Gli ebrei non erano protetti dalla legge, si poteva ammazzarli, ovunque. Ma i polacchi che contravvenivano alle direttive dovevano servire da esempio. Era probabile che li portassero a Stryj perché servissero come monito feroce alla popolazione, prima di giustiziarli.

La signora Latik indica la casa col giardino dove Shmiel e Frydka furono uccisi: è la casa visitata il giorno precedente, quella con la botola, la “scatola”. Il giardino è situato sul retro, ci sono ortaggi e viti. In fondo, c’è un vecchio melo, è quello il posto.

Da Gli scomparsi di D. Mendelsohn

da: Gli scomparsi di D. Mendelsohn

Mi avvicinai adagio all’ albero. Gli ortaggi, le viti e i cespugli di lamponi erano così fitti che non era facile districarsi. Mi ci volle qualche minuto per raggiungerlo. Aveva la corteccia spessa, il punto in cui il tronco si divideva era all’ incirca all’ altezza della mia spalla. Di tanto in tanto sulle foglie cadevano minuscole goccioline di pioggia…

 Raccoglie un grosso sasso e lo appoggia nel punto in cui i rami del melo si dividono. Ma la morte di Shmiel e Frydka non gli potrà mai appartenere, per quanto abbia provato a ricostruirla in modo appassionante, sono tante le cose che resteranno per sempre impossibili da scoprire.

…in un certo modo, appena li avevo trovati davvero, avevo anche capito di doverli lasciar andare e lasciarli essere ciò che erano stati, qualsiasi cosa fosse. Fu una sensazione dolce e al tempo stesso amara…

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Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi      

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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