Di ferlorene

Elkana, cugino israeliano della madre, figlio di Itzhak, ha più volte invitato Daniel Mendelsohn e la sua famiglia a visitare Israele e incontrare i parenti.

“Non dofete far altro che prendere l’ aereo; non passerete la dogana, il controllo del passaporto e roba del senere!” prometteva con quel suo strano accento. “Ci pesserò io!” aggiungeva con voce piana, divertita, autoritaria, con la pronuncia aspra e sibilante di vocali e consonanti tipica degli israeliani. Dehniel mi chiamava, Tanti aucuri! Mi salutava quando si accomiatava prima di partire o al telefono.

Un giorno del 1973 i genitori di Daniel erano partiti per Israele, il paese da cui avevano poi riportato numerose storie.

…la storia più famosa di tutte: mia madre che cercava di spiegare cosa fosse il colesterolo a un gruppo di lontani cugini, nell’ unica lingua che (più o meno) avevano in comune, l’ yiddish. Mia madre ama ancora raccontare questo aneddoto, e quando lo riascolto non riesco a trattenere un sorriso, come è capitato qualche giorno fa:

E così ho detto: Es iss azoy, di cholesterol iss di schmutz, und dass cholesterol luz di blit nisht arayngeyhen!

E i cugini all’ improvviso mi guardarono e dissero: Ahhhh, DUSS iss di cholesterol!

Non sono in grado di tradurre con precisione ma mi diverte l’ espressione di meraviglia dei cugini, che, probabilmente, non avevano mai sofferto di colesterolo.

Nel 2003, è Daniel a recarsi in Israele per far visita a cinque anziani sopravvissuti di Bolechow. Tra questi, Shlomo, che lo accoglie, e suo cugino Josef, all’ epoca solo ragazzi; Anna Heller Stern, una cara amica di Lorka, e i coniugi Solomon e Malcia Reinharz vivono a Tel Aviv. Shlomo ha organizzato tutto nei minimi particolari.

Adesso capisco che dietro la sua estrema cortesia, l’ entusiasmo, lo smisurato impegno, si celava qualcos’ altro di più personale: il bisogno di rimanere legato a Bolechow, alla sua infanzia perduta e alla sua vita perduta.

In casa di Anna e Solomon, Daniel prepara il registratore, la videocamera, la cartelletta con l’ unica foto di Lorka posseduta. Shlomo parla in yiddish con Anna.

…d’ un tratto percepii le parole Di ferlorene. Gli scomparsi.

“Sta scrivendo un libro sulla sua famiglia” le spiegò. Sul tavolinetto c’ erano piattini, tazze, tovaglioli, un vassoio con delle fette di torta accuratamente tagliate, pasticcini, una quantità di cibo sufficiente pe quindici persone. Sorridendo, Anna mi avvicinò il vassoio, invitandomi a servirmi. Shlomo continuò: “Si chiamerà Gli scomparsi. Di ferlorene.

Anna, che ha abitato in Argentina e parla spagnolo, si è stabilita da poco in Israele e non comprende l’ ebraico.

Ikh red keyn Ebreyish, mi disse in yiddish. Non parlo ebraico.

Lettura della Haftarah

Lettura della Haftarah dalla Bibbia. (da Wikipedia)

Neppure lo scrittore parla ebraico, a malapena, da ragazzo, ha imparato a pappagallo la haftarah, senza mai capire cosa stesse intonando. Non gli è mai passato per la mente di decifrare testi in ebraico; troppo tardi ha compreso che la conoscenza della lingua avrebbe potuto aiutarlo a far luce su segreti e bugie della sua famiglia. Daniel chiede ad Anna, all’ inizio dell’ intervista, di dire il proprio nome e quello della propria famiglia a Bolechow.

“Ikh?” ripetè. “Io?” Ikh hiess Chaya, jetz hayss ikh Anna.

Shlomo spiega che, ai tempi di Bolechow, Klara era stata salvata da un prete ucraino che le aveva procurato un certificato di battesimo falso e lei aveva mantenuto anche dopo la guerra il nome che le era stato attribuito. Lo scrittore chiede ad Anna di parlare della sua famiglia.

Mi guardò e con la mano fece il segno del quattro. Vir zaynen geveyn fierkinder, rispose. “Eravamo quattro figli “. Batté sull’ indice: la prima. A shvester, Ester Heller.

Sulla seconda sillaba di Ester di colpo la voce si ruppe in pianto e lei si portò le mani al volto. Rivolta a Shlomo disse in yiddish, e stavolta compresi:

“Vedi? Già non riesco ad andare avanti”.

Durante la seconda Aktion, Anna, nascosta in un fienile, vide i duemila ebrei di Bolechow costretti a cantare  Mayn Shtetele Belz mentre venivano portati alla stazione. I genitori, la sorella e i fratelli furono tutti catturati.

Canto yiddish: Mayn Shtetele Belz. Le parole furono scritte dall’ attore Jacob Jacobs (1892-1972) e la melodia venne composta da Alexander Olshanetsky. La voce è di Isa Kremer

Ikh vera den Detzember dray und achig yuhr, mi disse. A dicembre compirò ottantatre anni. E poi aggiunse: “Lorka aveva qualche mese più di me.

Sono state compagne di scuola dai sei ai tredici anni. Quando Shmiel portava le fragole da Lemberg, Anna veniva invitata da Lorka a mangiarle. Cosa ricorda di Shmiel?

Ad Anna sfuggì un risolino e tamburellò con le dita sulle orecchie. Er var a bissl  toip! Era un po’ sordo!”

“Sordo?” ripetei, al che lei confermò:

Sì! Toip! Toip!

Dovrebbero parlare di Lorka ma il discorso cade sempre su Fridka.

…non ero sorpreso che si parlasse di Fridka, una ragazza bellissima, per cui un giovane aveva dato la vita, il tipo di ragazza, avevo già l’ impressione, attorno alla quale girano storie e leggende.

Era una ragazza moderna, vissuta nell’epoca sbagliata, traduce Shlomo, era una ragazza libera. Lorka era una ragazza tranquilla, seria, aveva solo una ‘sympatia’ per volta. ‘Sympatia’ nel vocabolario polacco significa fiamma.

Anna mi scoccò un sorriso e scosse il capo, divertita a quel ricordo, e agitando le mani rispose: Fridka var geveyn a…

(Si fermò, e non trovando la parola adatta in yiddish ricorse allo spagnolo).

..sie’s geveyn a picaflor!

“Fridka era un colibrì!”

Mentre traduceva, Shlomo sorrise divertito al paragone. La ricordava anche lui, e commentò quasi gridando: “Sì! Era una farfalla! Andava di fiore in fiore!”

Una ragazza bellissima, pensa Daniel, una farfalla. Come biasimarla? si dice. Quando lavorava nella fabbrica di botti, Fridka era riuscita a lavorare all’ interno. Fuori si stava al gelo dell’ inverno.

Ess var shreklikh kalt! esclamò Anna, consapevole che non c’ era bisogno di traduzione. “Faceva un freddo tremendo!”

Probabilmente lavorava come ragioniera, pensa lo scrittore ma non è così, Fridka era addetta a una macchina.

E Shlomo aveva detto con una certa ammirazione: Trovò il modo di lavorare dentro!

“Avrebbe dovuto vivere al giorno d’ oggi” ripetè Anna.

Sorrisi. Sì, pensai, effettivamente era una ragazza per la quale si poteva prendere una cotta.

Shlomo parla in yiddish con Anna, poi, chinandosi verso lo scrittore, traduce:

Ha detto che quando furono presi, Ciszco esclamò: Se uccidete lei, dovete uccidere anche me!”

Belz in Ucraina

Belz, non lontano da Leopoli, in Ucraina

Si parla di zio Itzhak, il fratello di Shmiel. La moglie, fervente sionista, lo aveva convinto a trasferirsi in Israele, appena in tempo per evitare il disastro.

Shlomo mi guardava.

“Dovette scappare” specificò.

“E perché…che significa?”

Anna, che assisteva a questo scambio di battute, chiese a Shlomo: Er vill vissn?

Vuole saperlo?

Shlomo si voltò verso di me e ripetè la domanda di Anna, anche se avevo già capito. “Vuoi davvero saperlo?”

Sì.

E così Daniel ascolta la storia di zio Itzhak e del vero motivo per il quale era emigrato in Israele.

Mayn Shtetele Belz

Az ikh tu mir dermonen
Mayne kindershe yorn,
Punkt vi a kholem
Zet dos mir oys.
Vi zet oys dos hayzele,
Vos hot amol geglantzt,
Tzi vakst nokh dos beymele,
Vos ikh hob farflantzt?

Refrain:
Oy, oy, oy Belts, mayn shtetele Belts,
Mayn heymele, vu ikh hob
Mayne kindershe yorn farbrakht.
Belts, mayn shtetele Belts,
In ormen shtibele,
Mit ale kinderlekh dort gelakht.
Oy, eden Shabes fleg ikh loyfn
Mit ale inglekh tzuglaykh
Tzu zitzn unter dem grinem beymele,
Leynen bay dem taikh
Oy oy oy Belts,
Mayn shtetele Belts,
Mayn heymele, vu kh’hob gehat
Di sheyne khaloymes a sakh.

Dos shtibl is alt,
Bavaksn mit mokh
Dos shtibl is alt,
In fentzter keyn gloz
Dos shtibl is alt,
Tzeboygn di vent,
Ikh volt shoyn zikher
Dos vider nit derkent

Refrain.

So when I recall to myself
my childhood years,
just like a dream.
it seems to me
how does the little house look,
which used to sparkle with lights?
Does the little tree grow still
which I planted long ago?

Refrain:
Beltz, my little town of Beltz
The little house where
I spent my childhood!
Beltz, my little town of Beltz
The poor little room,
where I used to laugh with other children.
Every Shabes I would run
with all the other childen
to sit under a little green tree,
to read by the river bank
Oh oh oh Beltz
my little town of Beltz
My little home where I had
so many fine dreams.

The little house is old
overgrown wit moss.
the little house is old
no glass in the windows
the little house is old
the walls are bent
I would surely
not recognize it again.

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Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
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3 risposte a Di ferlorene

  1. wwayne ha detto:

    Anche a me fa piacere che la mia stima per te sia reciproca. Grazie a te per la risposta! 🙂

  2. Velia Loresi ha detto:

    Ciao, Wayne! Ti riferisci al mio post? Grazie. E’ di buona qualità il materiale (libri, testimonianze) da cui traggo note, appunti, non certo merito mio. Anche se, devo precisare, ci metto tanto del mio tempo e del mio impegno: lo faccio principalmente per me, come un obbligo morale. Comunque, un apprezzamento fatto da te che dimostri passione e nel tuo blog (partendo dalla tuo amore per il cinema) scrivi precise e puntuali recensioni dimostrando anche una buona cultura, beh!, mi fa piacere. Grazie!

  3. wwayne ha detto:

    Ennesimo post – capolavoro.

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