Come facciamo a sapere?

Daniel e Matt continuano la conversazione in casa di Jack; ci sono la moglie di Jack, Sara, il fratello Bob, Boris, un tempo dirimpettaio di Shmiel. Meg Grossbard racconta ciò ricorda delle sorelle Jäger, in particolare di Frydka, che conosceva sin da bambina.

…ero arrabbiato con me stesso. Lei li aveva conosciuti così bene, e io non riuscivo a capire quali domande avrebbero potuto far evocare alla sua memoria la vita che quella famiglia scomparsa aveva davvero vissuto.

Lo scrittore chiede notizie di Ester di cui non sa quasi nulla; e vorrebbe sapere se Frydka e le altre ragazze erano in buoni rapporti con i genitori. “Chi oserebbe lamentarsi dei propri genitori?” scherza Bob, e tutti ridono.

Nella risata generale che seguì, colsi una frase di Meg bisbigliata a Jack: “Non ricordo esattamente quando Frydka…Era con Tadzio Szymanski?”.

Lo scrittore chiede chi fosse questo Tadzio e Meg risponde che Frydka era amica di un certo Ciszko (era questo il vero nome) ma appare infastidita quando Daniel insiste: “Qualcuno usciva con un ragazzo non ebreo? Un ragazzo polacco cattolico?.

Avevo la sensazione indistinta ma inequivocabile, come avviene per intuizioni del genere, di essermi imbattuto in un vecchio pettegolezzo scomodo. Ma la vicenda che mi voleva tenere nascosta era la ragione per cui avevo percorso in aereo quindicimila chilometri per parlare con lei.

“Così a Frydka piaceva quel ragazzo non ebreo” incalzai.

Meg risponde che questo accadde durante la guerra, prima non sarebbe potuto accadere.

Frydka Jager

Frydka Jäger

Fino a quel momento Frydka era solo il volto di una ragazzina su qualche fotografia; adesso cominciava a delinearsi una forma emotiva, una storia. E così le piaceva un ragazzo polacco e a lui piaceva lei, pensai tra me con un sorriso.

Lo scrittore non insiste con le domande per evitare che la signora Grossbard,  infastidita, smetta di rispondere alle sue domande.

Fu allora che Jack, protendendosi in avanti all’ altro capo  del tavolo, a voce alta rivelò: “Lascia che ti dica una cosa. Quel ragazzo perse la vita a causa di Frydka”.

Tre ragazzi polacchi, fra i quali c’ era Ciszko, avevano aiutato Frydka, l’amica Dunka e un’ altra ragazza a nascondersi nella foresta presso Dolina, dove si erano nacosti anche i Babij e circa quattrocento ebrei. I tre giovani, si seppe, vennero portati fuori Bolechow e uccisi per il fatto di aver aiutato le ragazze.

Avrei appreso il resto della storia di Frydka e di Ciszko solo continuando a viaggiare: in Israele, a Stoccolma e a Copenaghen. Quel pomeriggio, a Sidney, non tornammo più sull’ argomento; era evidente che la signora Grossbard non avrebbe più raccontato nulla se avessimo insistito.

Il 1 luglio 1941 arrivarono a Bolechow alcune pattuglie fasciste ungheresi, che precedettero l’ arrivo dei tedeschi. Per prima cosa, gli ucraini cominciarono a massacrare gli ebrei. I vecchi ebrei riuniti nella casa di Jack Greene raccontano le atrocità compiute in quel periodo. Daniel vuole sapere di Shmiel, di Frydka e di Ruchele che Jack aveva frequentato per circa due anni. Quando l’ ha vista ultima volta?

Ruchele Jager

Ruchele Jäger

“Non ci eravamo lasciati, ma il nostro rapporto era più freddo. Io ero ancora molto coinvolto, ma lei no. Sono convinto che pensasse di aver bisogno di un ragazzo più maturo. È quello che interessa di più alle ragazze. Era Yom Kippur del 1941. Fu  l’ultima volta che la vidi. E poi, sapete, quattro settimane dopo ci fu la prima Aktion. Fu uccisa quattro settimane dopo” concluse Jack.

Riemergono nei ricordi gli avvenimenti della prima Aktion, che ebbe luogo il 28 ottobre 1941.

…il mio intento, sin da quando ho iniziato a mettermi sulle tracce dei nostri parenti scomparsi, era cercare di scovare anche il minimo dettaglio rimasto intatto; il loro aspetto, il carattere e, sì certo, in che modo erano morti, ammesso che esistesse ancora qualcuno in grado di dirmelo; tuttavia, più parlavo con le persone, più mi rendevo conto di quanto in realtà fosse impossibile, in particolare perché ci sono cose –il colore del suo vestito, l’ ultima strada della sua vita- che nessuno può aver visto e quindi restano perdute…

Si può immaginare che, non essendo ancora cominciati, in quel giorno di ottobre, gli omicidi di massa, Ruchele, dopo aver salutato la madre, fosse uscita per incontrare le amiche. Mentre percorreva via Dlugosa, forse, le vide da lontano e s’ incamminò verso di loro.

Poi, all’ improvviso, militari ucraini, tedeschi, cani che abbaiano, ufficiali conosciuti che sbraitano, ordinano di incolonnarsi agli altri, di andare di qua e di là. Le tre amiche sono spaventate, ma almeno sono insieme. Procedono con un gruppo di ebrei verso il Dom Katolicki, dove di solito andavano a vedere i film.

 Come si può sapere quello che successe nelle trentasei ore in cui Ruchele, assieme ad altre mille persone, rimase chiusa nel circolo cattolico, capire cosa provò una ragazza di sedici anni costretta ad assistere ad uccisioni, torture, violenze di ogni tipo?

Taniava Forest

Come facciamo a sapere quel che successe lì?

Qualcosa di quel che avvenne si può sapere leggendo la testimonianza redatta in polacco e rilasciata il 20 agosto 1946 da Rebeka Mondschein, testimonianza che Daniel Mendelsohn riporta nel suo libro “Gli scomparsi”.

Verso le quattro del pomeriggio del 29 ottobre, Ruchele, stremata, affamata, terrorizzata, fu probabilmente caricata su un autocarro e portata, assieme agli altri, a Taniawa, obbligata ad assistere alla morte di tante persone fino a che non toccò a lei salire, nuda, sull’asse posto sul fossato.

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http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.com/2014/01/la-sindrome-di-bolechow-e-la-malattia.html  (dal blog: Libero pensiero: la casa degli italiani esuli in patria)

Riporto questo articolo, “La sindrome di Bolechow” di Sergio Di Cori Modigliani, che mi è sembrato contenga spunti di riflessione.

lunedì 27 gennaio 2014

La sindrome di Bolechow è la malattia dell’Europa che la memoria storica della Shoa ci ricorda.

di Sergio Di Cori Modigliani

Ucraina, Bolechow

La sindrome di Bolechow è la malattia perniciosa dell’Europa.
Ed è da quella che dobbiamo difenderci e salvaguardarci.
E’ contro questo morbo che dobbiamo unirci, per combatterlo.

Oggi, 27 Gennaio, si commemora la “giornata della memoria”, a ricordo dello sterminio di sei milioni di ebrei -oltre agli zingari, agli omosessuali, ai disabili, a coloro che venivano identificati come appartenenti a cosiddette razze inferiori- ad opera dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Considerando il fatto che i governi italiani sono stati (e tuttora sono) maestri nel pianificare, organizzare e diffondere la consuetudine dell’Alzheimer sociale, come italiano, la giornata della memoria in Italia, la considero un ossimoro.

Fino a pochi anni fa veniva chiamato “l’olocausto degli ebrei”, ma grazie alla nobile, intelligente sapienza spirituale, (nonchè eccezionale volontà) di Karol Woytila, al secolo Papa Giovanni Paolo II, è stato consentito di non usare più quel termine sostituendolo con la parola “Shoa”.
Olocausto, infatti, è un termine che proviene dal greco e indica “colui che si sacrifica volontariamente, il Giusto, per consentire il trionfo del Bene Comune della collettività”. Se traducete il termine “olocausto” in giapponese, ad esempio, risulta la parola “kamikaze”. Nella tradizione religiosa talmudica ebraica, il termine olocausto è considerato un atto sublime perchè deriva dalla scelta interiore di chi vuole offrire, da eroe, la propria vita per salvare gli altri, fin dal 1945 era stato usato come consuetudine per indicare l’uccisione degli ebrei. Questa norma diffusa ha prodotto l’insorgere di quel filone nazista negazionista che sosteneva (e tuttora sostiene) che fosse stata per l’appunto una scelta degli ebrei da loro stessi voluta -l’olocausto”- ovvero: quella di farsi uccidere in qualche migliaio per giustificare poi la necessità di costruirsi uno Stato.
Grazie a Papa Woytila, che ha accettato la definizione data dagli stessi ebrei, e ha introdotto e imposto nel mondo cattolico occidentale il suo uso comune, è stato accettato per convenzione collettiva la parola ebraica “Shoa” che vuol dire catastrofe, eliminando per sempre l’ambiguità legata al termine olocausto.

Il genocidio degli ebrei ad opera dei nazisti è stato studiato sotto ogni punto di vista. L’aspetto più profondamente sconcertante di questa vicenda consiste nella “non comprensibilità” del comportamento dei nazisti, impossibile da prevedere, e quindi prevenire, per potersi difendere. 

Come fare, oggi, (mi sono chiesto, me lo chiedo sempre) a commemorare in maniera adeguata la giornata della memoria, senza sovraccaricare di piatta retorica questa data? 
E ancora: come fare a conferire alla memoria il suo valore più alto e adeguato, cioè quello di un uso efficace e pragmaticamente nobile, che ci consenta di poter usufruire di un evento storico per trarne nutrimento (e quindi suggerimento) tale da consentirci di evitare l’avvento di una nuova forma di nazismo, oggi, per evitare un ennesimo genocidio?.

Ho scelto ciò che accadde a Bolechow, da cui la sindrome del titolo.

Tutti ormai, in Europa, hanno incorporato e accettato l’idea che i nazisti fossero dei criminali sanguinari. Ma questo specifico episodio che qui vi ripropongo ci aiuta a comprendere come, in verità, si trattasse della più pericolosa forma esistente di pazzia collettiva: una pazzia lucida.

Accadde il 14 novembre del 1941.
L’episodio si è verificato a Bolechow, una piccola cittadina europea che si trova in una zona molto particolare, la Galizia orientale, unica nel suo genere: al confine tra la Prussia, la Polonia, l’Ucraina. Una zona di frontiera, nella quale, nel secolo XVI, un illuminato aristocratico dell’epoca, il Duca di L’vov, compì un atto inconcepibile per quei tempi: abolì la schiavitù, praticò il rispetto della diversità, l’accoglienza multi-etnica, e impose la pratica alla pari di qualunque forma di credo religioso. Non solo. Mise la propria ricchezza al servizio della collettività che per questo fatto lo riverì, lo rispettò e lo amò, costruendo scuole pubbliche, ospedali gratuiti e accogliendo i profughi dalla penisola iberica che nel 1492 si sparpagliarono per l’Europa fuggendo dal Tribunale dell’Inquisizione. E così, a Bolechow, nei primi anni del ‘500, cominciarono a convivere in uno stato di pacificazione e di armonia -tutti insieme- cattolici polacchi, ebrei spagnoli, arabi mussulmani, cosacchi ucraini, pastori cristiano-ortodossi. Essendo un posto di frontiera, dopo la scomparsa della dinastia ducale, nei secoli, la cittadina passò da un padrone all’altro: diventò possedimento della Polonia, poi dell’Ucraina, poi della Russia, poi della Prussia, poi dell’Impero austro-ungarico, poi di nuovo della Polonia, poi dell’Urss, e infine invasa dalle truppe tedesche nel 1941. La popolazione locale si abituò e si adattò ai regnanti che si succedevano, senza mai modificare la propria struttura, condividendo il territorio in una ricca forma poli-etnica davvero unica in Europa.

Finchè, da Berlino, un piovoso giorno dell’autunno del 1941, non arrivò il comandante della Gestapo che impose la propria Legge. Il 30 ottobre convocò il capo della comunità ebraica al quale comunicò che dovevano pagare una fortissima tassa per evitare di essere tutti deportati. E quelli pagarono subito. 
Dopo due giorni, durante la notte, la Gestapo rastrellò 2.000 ebrei, li condusse alla periferia della cittadina e li uccise tutti.
E dieci giorni dopo, il 14 novembre, si verificò “l’episodio”.
Il comandante tedesco convocò il capo della comunità ebraica e gli spiegò che erano state uccise quelle persone per dare un esempio di efficienza e far capire a tutti che cosa sarebbe capitato loro se non avessero eseguito gli ordini. Consegnò una nutrita documentazione, composta da ben dodici quaderni, per complessive 150 pagine, nella quale, con una calligrafia minuta, erano scritti i costi dell’operazione: numero delle pallottole usate per uccidere i 2000 ebrei, costo della benzina usata dai camion per andare a prelevare i corpi e portarli in aperta campagna e cremarli, il costo per le pale e le zappe, il costo per unità di lavoro di ogni operaio che la Gestapo era stata costretta ad assumere per trasportare i corpi, e chiese alla comunità ebraica di pagare (così recita il documento ufficiale) “i danni materiali determinati dall’atto di esecuzione del piano di pulizia etnica per il rinnovamento della razza”. 
I nazisti chiesero alla comunità ebraica di Bolechow di pagare il costo dell’uccisione di ben 2000 dei loro componenti.
In cambio, quelli che erano ancora vivi sarebbero stati risparmiati.
La comunità, già terrorizzata per ciò che era accaduto, pagò la cifra richiesta. Chiese di diluire i pagamenti per raccogliere l’intera cifra e venne loro consentito di pagare a rate, in dieci mesi. Un anno dopo, venti giorni dopo aver saldato l’ultima rata, vennero tutti deportati ad Auschwitz.
Non sopravvisse nessuno.
Tutta questa trattativa si svolse con lucidità ragionieristica, come se “l’evento” fosse una cosa normale.Gli abitanti del luogo erano talmente presi dal terrore di una follia che loro trovavano “incomprensibile” che accettarono pensando di placare la patologia.
Tutto ciò è stato raccontato in uno splendido volume uscito nel 2006 e scritto in inglese  (in Italia tradotto e pubblicato dalla Neri Pozza editore) che si chiama “Gli scomparsi” a firma di Daniel Mendelsohn, un intellettuale americano che lavora al New York Times come critico cinematografico.

Ho deciso di coniare il termine “sindrome di Bolechow” sulla base di questo evento storico.

Mi permette di capire l’ impossibilità di poter comprendere la follia quando essa si presenta mascherata da apparente lucidità razionale.

Per come la intendo io, oggi la sindrome di Bolechow si è diffusa in tutta Europa, permeando con la propria follia di “lucidità apparentemente razionale” l’intero tessuto socio-politico.
Questa malattia parte dal presupposto del non riconoscimento dell’unicità di ogni essere umano in quanto Persona. Oltre a questo, riduce gli individui a numeri ai quali viene sottratta la originalità del loro valore esistenziale, trasformandoli in un dato statistico. La riduzione di un individuo a un numero, una cifra, comporta la disumanizzazione del suo essere, quindi la sua esistenza non viene contemplata nè come valore nè come significato. Gli operatori chiamati a occuparsi di questi “dati statistici”, non registrano il fatto di avere a che fare con esseri umani, con esistenze, con vite pulsanti. Per questi impiegati, quegli esseri sono tutti uguali in quanto componenti specifiche di una serialità numerica, quindi intercambiabili, frapponibili, eliminabili, senza provare alcuno scrupolo, o rèmora, o senso di colpa.
E’ una patologia del corpus sociale.

Questo è il mio modo di commemorare la Shoa, oggi: ricordare le vite vissute, i milioni di esistenze originali e diverse tra di loro eliminate per il capriccio di un ragioniere ossessivo, che non ha mai pensato di trovarsi di fronte a degli individui, considerando il tutto una pratica da dover sbrigare. 
Era ciò che la filosofa Hanna Arendt intendeva dire quando definì il nazismo “La banalità del male” (questo potrebbe essere contestato: Hitler non era solo un ‘ragioniere’ ma anche e soprattutto un feroce criminale assassino). Noi europei, e noi italiani, viviamo oggi in preda a una malattia sociale che si chiama la sindrome di Bolechow. Coloro che hanno già ucciso i membri della nostra comunità collettiva di cittadini inermi, coloro che ci hanno già depredato, sfruttato ed espoliato, vengono a chiedere a noi di pagare il conto della loro espoliazione.

Questo è l’insegnamento che la memoria storica mi regala.

Noi ci alziamo ogni mattina e con tutto l’entusiasmo del mondo provocato dalla vitalità della nostra voglia di vivere, per amore di noi stessi, della nostra moglie, marito, figli, genitori, amici, membri della comunità nella quale siamo inseriti, noi andiamo a lavorare per pagare con inoppugnabile regolarità coloro che ci hanno rovinato e seguitano a rovinare le nostre esistenze. Siamo diventati gli ebrei di Bolechow, e così ci illudiamo che le banche prima o poi cambieranno e cominceranno a dare credito a chi ne ha bisogno; viviamo nella paura coltivando la speranza che i ministri, il governo finalmente, si occupino anche di noi, che i partiti pensino alla responsabilità che hanno delle nostre esistenze, pensando che “loro” ci salveranno perchè, prima o poi, capiranno la nostra umanità e riconosceranno in noi la valenza del valore della originale narrativa della nostra esistenza individuale.
E’ un’illusione, come quella di quei poveretti che finirono tutti dentro a un forno.

Questa è la consapevolezza che mi regala il giorno della memoria.

Se penso alla nostra classe politica dirigente non penso in termini di complotto, o pensando che siano incapaci e incompetenti, proprio no. Me li sto immaginando come quell’ufficiale della Gestapo che trascorse diverse notti insonne per redigere una minuziosa documentazione sui costi delle pallottole, descritte una per una a seconda del modello d’arma usate, per consegnare poi ai membri della comunità dei sopravvissuti l’elenco dei debiti da pagare, sentendosi contento di aver fatto un ottimo lavoro. 
Se li ascolto raccontarci come hanno deciso e stanno decidendo di risolvere la crisi economica, la mancanza di lavoro, l’immobilità del mercato, ho la sensazione di essere diventato un semplice dato statistico, di avere a che fare con una follia lucida che, per un umano, non è possibile da comprendere. 
Bankitalia, oggi, ha diffuso i dati ufficiali sullo stato dell’economia della nazione. Risulta -statisticamente- che il 10% della popolazione possiede il 48,5% della ricchezza collettiva. Risulta anche che il 9,8% della popolazione ha aumentato nell’ultimo biennio il proprio reddito di un + 65%, mentre il 72% delle famiglie lo ha diminuito di un – 7,5%. I poveri sono aumentati del 125% nell’ultimo quadriennio e i consumi sono crollati. Sia Enrico Letta che il Ministro del Tesoro, Saccomanni, hanno detto che “questi dati ufficiali ci confermano che non soltanto la recessione è finita, ma che l’Italia è ormai lanciata verso la ripresa”, così c’è scritto nel comunicato ufficiale del governo.
I membri di quel 9,8% della popolazione sono quelli che ci governano.

E non conviene neppure mettersi lì a sperare che arrivi un esercito di liberazione. Non esiste.

Dobbiamo guarire dalla sindrome di Bolechow.

Ciascuno di noi, fino a guarire l’intera società.

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Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi

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