Restituirli alla loro individualità

Daniel Mendelsohn, assieme ai fratelli Andrew, Matt e Jennifer, si reca in Polonia nell’ agosto del 2001.  Visita Auschwitz anche se, per la verità, non è particolarmente interessato a quel luogo. Partendo da Cracovia, città natale della nonna paterna Kay, punta ad est, verso la regione un tempo chiamata Galizia, vuole conoscere la vita nella terra dei padri, il luogo da cui la sua famiglia è partita.

…ad Auschwitz in effetti non accadde quel che si verificò a milioni di ebrei originari di posti come Bolechow, allineati sull’ orlo di fosse comuni e trucidati con raffiche di mitra, o deportati in altri campi di sterminio che, diversamente da quello, avevano una sola ragion d’ essere, lager molto meno noti proprio perché non offrivano alcuna alternativa alla morte: nessun sopravvissuto, nessun memoir, nessuna storia. Ma, anche a voler considerare Auschwitz come l’ emblema dell’ Olocausto, rimuginavo attraversando i suoi prati sorprendentemente curati e silenziosi, non era questo che cercavo. Era stato per liberare la mia famiglia dalle astrazioni, dai simboli, dalle sintesi, per tentare di restituirli alla loro individualità e ai loro tratti distintivi, che avevo intrapreso quel viaggio singolare e impegnativo.

Quando, con i fratelli e la guida Alex,  giunge a Bolechow, la cittadina gli appare vulnerabile, indifesa, isolata. Nella casa di Nina le scarpe vanno tolte prima di entrare. Daniel ricorda che questa era l’ abitudine di sua madre e immagina che lei abbia ereditato la consuetudine dal padre il quale a sua volta aveva dovuto seguirla perché a Bolekow bastava allontanarsi cento metri dal centro per trovarsi le scarpe piene di fango. Nina li accoglie con gentilezza e si mostra assai ospitale e forse tutti stanno pensando la stessa cosa: probabilmente alcuni ucraini non sono poi così cattivi. Nina dice che un tempo i rapporti con gli ebrei erano buoni, tutti si conoscevano e i bambini giocavano assieme nella piazza. Era come una grande famiglia. Qualcuno si rallegrò quando gli ebrei furono portati via ma qualcuno cercò di aiutarli.

A casa di Olga, sulla curva della strada che porta a destra verso il cimitero, potranno avere maggiori informazioni. Olga conosceva bene la famiglia Jäger: erano persone simpatiche, raffinate, gentili. È così forte il senso di vicinanza con quei morti che Daniel e Jennifer scoppiano in lacrime. Sei decenni sono trascorsi e milioni di morti sono lì accanto.

 Naturalmente ci eravamo documentati, sapevamo già dei secoli di antagonismo economico e sociale esistente tra le due etnie. Gli ebrei, senza una nazione, politicamente vulnerabili, dipendevano dagli aristocratici possidenti polacchi di quei borghi, ai quali inevitabilmente parecchi di loro pestavano denaro o di cui amministravano le proprietà. E gli ucraini, per la maggior parte agricoltori che occupavano il gradino più basso della società, un popolo la cui storia, ironicamente, per molti versi era una sorta di immagine speculare, o meglio in negativo, di quella degli ebrei; senza una nazione, indifesi, oppressi da crudeli padroni di questa o quell’ etnia: conti polacchi, commissari sovietici. In effetti, fu a causa di questa strana peculiarità che, se pur vissuti per secoli fianco a fianco in villaggi e cittadine, alla metà del ventesimo secolo si sviluppò, con la tremenda logica di una tragedia greca, l’ idea che ciò che era buono per gli uni era male per gli altri.

Memoriale di Bolechow, Holon Cemetery, Bat Yam, distretto di Tel Aviv

Memoriale di Bolechow, cimitero di Holon, Bat Yam, distretto di Tel Aviv

I tedeschi entrarono nella città il 2 luglio 1941; la prima Aktion ebbe luogo ad ottobre di quell’ anno. Migliaia di ebrei furono radunati nel Dom Katolicki, il centro ricreativo della comunità cattolica, a nord della città. Vennero condotti  davanti a una fossa comune nella foresta di Taniawa a un paio di chilometri fuori città e abbattuti con raffiche di mitra. Vennero deportati ebrei dai paesi vicini e la seconda Aktion ebbe luogo un anno dopo. Gli ebrei furono portati nella piazza centrale e cinquecento di loro furono uccisi sul posto; gli altri vennero deportati a Belzec. Molti ebrei furono trucidati nel dicembre del 1942 e nell’ anno successivo. I pochi rimasti si rifugiarono nelle foreste vicine unendosi ai partigiani. Solo 48 ebrei riuscirono a sopravvivere.

Taniawa

Taniawa

Nella seconda Aktion, gli ebrei che si recavano al cimitero, dove sarebbero stati uccisi, passavano proprio accanto alla casa di Olga. Gridavano: “Ciao, non ci rivedremo più”, “Non ci incontreremo più”. La donna racconta che il rumore delle mitragliatrici era talmente forte che la madre si era messa a cucire in modo che il cigolio del pedale della macchina per cucire coprisse il frastuono degli spari. Il marito Pyotr racconta che aveva cercato di assumere qualche ebreo nella falegnameria dove lavorava ma i tedeschi lo avevano minacciato. Daniel  è combattuto tra il desiderio di credere che l’ospitalità dimostrata dagli ucraini sia stata la stessa anche allora e il pensiero che chiunque racconti una storia lo fa decidendo che direzione farle prendere.

Pensavo a quelle persone ammassate nel Dom Katolicki, costrette a formare un’ orrenda piramide umana. Chi erano? Chiunque fossero, non si trattava di una massa di individui anonimi; ognuno aveva la sua individualità, era un essere umano…

La donna racconta che gli ebrei radunati nel centro ricreativo della comunità cattolica, furono costretti a formare una piramide: sulla sua sommità, il rabbino doveva essere scaraventato giù. La tortura andò avanti per diverse ore.

Leopoli, in ucraino L'viv

Leopoli (in ucraino: L’viv)

Daniel e i fratelli, con la guida Alex, si recano nella città di Leopoli, il cui nome ucraino è L’viv. Dopo la visita al cimitero, si fermano davanti all’ abitazione un tempo appartenuta al prozio Shmiel e dove è nato il nonno Abraham. Daniel sa che non è quella la casa nella quale Shmiel scrisse le lettere ai fratelli in America. Dopo la guerra, quella casa venne abbattuta per far posto alle nuove costruzioni degli ucraini i quali, dopo essersi sbarazzati dei polacchi e degli ebrei, erano rimasti gli unici padroni della città. Si sa che, in seguito, sarebbe arrivato anche il loro turno.

Erano gli ucraini i peggiori di tutti, ci aveva sempre ripetuto mio nonno. Cannibali! Aveva sibilato quella signora di Sidney, molto tempo dopo. Con voi sono stati cortesi perché siete americani, vi considerano tali più che ebrei, commentò una persona che avrei poi conosciuto molto bene in Israele, quando gli descrissi come si erano mostrati ospitali, affabili e gentili tutti gli ucraini conosciuti durante il viaggio di sei giorni nella vecchia madrepatria.

Striy (o Stryj) in _Ucraina_

Striy (Stryj)

A Striy, lo scrittore incontra Josef Feuer, conosciuto come l’ultimo sopravvissuto ebreo di quella città. L’ uomo ha trasformato il suo appartamento in una sorta di museo, un vero e proprio archivio della perduta comunità ebraica di Striy. Feuer racconta di aver scritto al governo tedesco per chiedere di erigere un monumento   nella foresta di Holobutow, nel luogo dove, durante la prima Aktion, un migliaio di ebrei erano stati uccisi. I tedeschi avevano risposto facendo una proposta.

…se il signor Feuer e gli altri membri della comunità ebraica di Striy avessero raccolto una somma di denaro per la bonifica del sito della foresta di Holobutow e la costruzione del monumento, il governo tedesco avrebbe volentieri sostenuto la metà delle spese.

Feuer aveva risposto che tutti gli altri membri della comunità ebraica di Striy si trovavano nella foresta di Holobutow.

Quando Daniel, di ritorno negli Stati Uniti, invia le foto scattate durante il viaggio ai pochi sopravvissuti di Bolechow in Israele. Tra questi, c’ è Shlomo Adler, il leader della comunità degli ex residenti di Bolechow stabilitisi in Israele.

Fu lui, molto tempo dopo, in un frenetico scambio di mail, e in seguito,  quando venne a trovarci a New York, a disilludermi sulle parole di Pyotr, che a suo dire probabilmente si era convinto di aver cercato di aiutare gli ebrei, circostanza alquanto improbabile. Ci consigliò anche di non darci pena per la realizzazione di un monumento in memoria dei morti sepolti in una fossa comune, perché sarebbe stato oggetto di atti vandalici, e secondo lui avrebbero persino trafugato i materiali da costruzione.

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Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi (The Lost. A Search for Six of Six Million)

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi

Informazioni su Velia Loresi

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