Una famiglia allargata

Miriam è nata a Napoli ma, piccolissima, con la madre ventunenne, ha raggiunto il padre ad Haifa. Quando ha appena due anni, il padre, Heinz, muore, raggiunto dagli spari di un cecchino arabo. Si ritorna a Napoli, in casa del nonno materno Raoul. Miriam cresce in un appartamento di via Piedigrotta 33, in quel mondo al centro di Napoli, che fa rivivere, con garbo e una punta di nostalgia nel suo libro “Ho inciampato e non mi sono fatta male”.

Kiriat Chaim, dove Miriam ha vissuto con i genitori per due anni, sino alla morte del padre

L’ autrice descrive i suoi parenti, il nonno Raoul Gallichi, la madre, sempre socievole e dalla battuta pronta, zia Vera, impiegata, zio Vittorio, che lavora ai cantieri Ansaldo. La nonna materna, Gina Modiano, è morta ancor giovane, a cinquant’anni e Miriam pensa a quante cose le avrebbe potuto raccontare lei, nata a Salonicco da una famiglia agiata e cosmopolita. Ma ci sono i vicini che, almeno in parte, possono riempire i vuoti.

A Salonicco sono nate Gina Modiano, nonna materna di Miriam, e la sorella Corinna

A via Piedigrotta 23 ci conosciamo tutti, i Gallichi abitano lì da tanti anni, ci sono molte famiglie amiche e alcune sono ebree come noi. Nel palazzo -a Napoli si chiama pomposamente “palazzo” quello che altrove è semplicemente uno stabile- le famiglie nucleari, padre, madre e figli, sono veramente rare. Gli appartamenti ospitano formazioni in cui abbondano zie zitelle e vecchi nonni. Così c’ è sempre qualcuno che intrattiene i bambini con storie e filastrocche interrotte da merende di pane, burro e zucchero.

Ci sono Virginia e Ida, amiche della mamma e di zia Vera e ci sono gli zii Masi. Zia Corinna sorella della nonna materna, le racconta della sua vita agiata a Salonicco, racconti che la lasciano a bocca aperta e le fanno immaginare altri mondi. Con la signora Zucco e le sue bambine, Miriam fa spesso delle gite ad Amalfi e Capri. Dei nonni paterni, Frida e Leopold, non sa nulla, neanche attraverso le parole dei figli ma non prova dolore perché non li ha mai conosciuti, non sa neppure che faccia avevano.

Kiriat Chaim nel 1946

A casa logicamente non si festeggia il Natale, ma solo le feste ebraiche più importanti, azzime a Pesach e digiuno a Kippur, il sabato ci si limita a non cucire, ricamare o lavorare a maglia. Il 31 dicembre non manchiamo di festeggiare il capodanno civile e ci riuniamo tutti dai Temin, nella bella casa di via Crispi, dove i termosifoni sconosciuti nella maggior parte degli appartamenti napoletani, fanno diventare tutti rossi in faccia e in qualcuno provocano addirittura i geloni. Sono invitate tante famiglie amiche, i Beraha, i Sinigallia, i Soria, i Lattes e le Zucco e l’ anno nuovo comincia con un tuffo in un mondo agiato e accogliente in cui si assapora un forte senso di amicizia e un affetto che nascono da vecchia consuetudine e, per gli adulti, da tante traversie vissute insieme.

In prima elementare, nella scuola ebraica, la maestra insegna i numeri e l’ alfabeto e poi grammatica, storia e geografia a quindici bambini di età e classi diverse.

A ora di pranzo su di un lungo e basso tavolone ogni bambino apparecchia il proprio posto con tovagliette ricamate dalle mamme. Ci sediamo tutti su delle scomode panchette, il rabbino Coen recita la benedizione, Maria, l’ anziana donna delle pulizie, scodella il primo piatto e poi noi dai panierini tiriamo fuori il secondo che deve essere kasher e non mortadella, come un giorno, per distrazione, mia madre mi ha messo nel panino.

I balconi di casa sono un ottimo punto di osservazione della vita del quartiere, la Torretta. A dodici anni, Miriam impara a leggere l’ ebraico sotto a guida del rabbino Isidoro Khan che, con i suoi modi gentili e comprensivi, ha reso la piccola comunità ebraica di Napoli un luogo accogliente e amato. Dopo la scuola media, Miriam frequenta il liceo.

Anche se a scuola la mia identità ebraica passa quasi inosservata, il legame con la comunità è sempre forte. Siamo praticamente una famiglia allargata, ci conosciamo tutti, e ci ritroviamo in occasione delle festività e delle vendite di beneficenza dell’ Adei, l’ associazione femminile nella quale le nostre mamme sono impegnate.

Miriam fa parte di un’ associazione giovanile, il Ben Akiva, che ha come scopo far conoscere ai ragazzi le tradizioni ebraiche. Il maestro mette in guardia le ragazze sul pericolo del ballo con ragazzi non ebrei: ci possono essere corteggiamenti e amori pericolosi. Ma a diciassette anni (è questa l’età di Miriam?) il cuore non teme il rischio di innamorarsi.

Ho immediatamente un moto di ribellione e preferisco scegliere il rischio. Ed è così che, tra una festa e l’ altra, mi avvio al matrimonio misto paventato dal prudente capogruppo del Ben Akiva.

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Miriam Rebhun, Ho inciampato e non mi sono fatta male. Haifa, Napoli, Berlino. Una storia familiare

 

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