La scarpata del Golan

All’ alba del 5° giorno, il 9 giugno, Moshe Dayan legge un cablogramma in cui Nasser informa Nureddin al-Atassi, presidente fantoccio della Siria, che molto probabilmente Israele si sta preparando a distruggere l’ esercito siriano, e gli consiglia di accettare subito il cessate il fuoco. Dayan cambia i suoi piani: se Egitto e Siria si stanno ritirando, è necessario sfruttare al massimo questa opportunità. Dado Elazar, capo del Comando nord, nel tentativo di convincere Dayan ad autorizzare l’ offensiva nel Golan, ha inviato a Tel Aviv un suo ufficiale. Alle 2 di notte, non avendo ricevuto risposta è andato a dormire. Ma quattro ore dopo riceve una telefonata: è Dayan che gli ordina di attaccare. Rabin avverte che l’ esercito siriano non sta affatto crollando e combatterà con ostinazione.

Dalle 9,40 del mattino, i jet di Israele condussero decine di missioni e sganciarono centinaia di tonnellate di bombe sulle posizioni siriane, dal monte Hermon a Tawariq. Postazioni di artiglieria e depositi furono rasi al suolo, e intere colonne di trasporti vennero scacciate dalle strade. Ma le bombe potevano a malapena scalfire i bunker e i sistemi di trincee siriani che dominavano il territorio israeliano e tenevano sotto controllo le vie per scalare la scarpata del Golan.

Le alture del Golan sono un altopiano montuoso, dell’estensione di circa 1.800 km², con un’altitudine massima di 2.814 metri (monte Hermon). Dal 1967 il termine è utilizzato generalmente per riferirsi a quella porzione di territorio occupato da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni, dell’estensione di circa 1.200 km² dalle pendici meridionali del Monte Hermon alla riva meridionale del lago di Tiberiade fino al confine con la Giordania. (foto dal blog: La terra d’ Israele)

Il grosso delle forze siriane è chiuso nei bunker  e il capo di stato maggiore Ahmad Suweidani esorta i suoi uomini a non rispondere al fuoco. Si aspetta da un momento all’ altro una risposta delle Nazioni Unite. L’ operazione Martello prevede un veloce sfondamento della prima linea di difesa siriana a nord.

Arrampicandosi per un terreno roccioso ed estremamente ripido (600 metri di dislivello) in piena luce -in origine, invece, l’ attacco era stato previsto per la notte- la prima ondata si sarebbe trovata completamente esposta al fuoco siriano. Si sarebbe dovuta muovere velocemente, raggiungendo prima le strade di pattugliamento che collegavano tutte le fortificazioni siriane, quindi, conquistando le roccaforti, sistemate in posizione strategica per fornirsi l’ un l’ altra fuoco di copertura. Questi avamposti erano circondati da mine e filo spinato, e disseminati di bunker e casematte in cemento.

È difficile spezzare la linea di difesa in pieno giorno e su un terreno impraticabile. Cinque degli otto bulldozer vengono colpiti, i semicingolati saltano in aria. Alle 18, tre forti, Qala’, Za’ura e Quneitra sono caduti ma gli israeliani hanno perso decine di uomini. Il comandante di battaglione Moshe “Musa” Klein comanda ai 25 uomini rimasti di dividersi in due gruppi e attaccare i fianchi settentrionale e meridionae di Tel Fakhr. Dei 13 che assalgono il lato nord, 10 vengono uccisi; sopravvive uno solo dei 12 che assalgono il fianco sud. Cadono Fakhr, Darbashiya e Tel ‘Azzaziat; raggiunti gli obiettivi minimi del piano Martello, Elazar mette in atto l’ operazione Tenaglie alla conquista dell’ intero Golan. A mezzogiorno del 9 giugno, gli israeliani hanno portato a termine la conquista della penisola.

Le alture del Golan, tra Israele, Giordania, Siria, Egitto e Libano

…la battaglia poteva dirsi finita. Gli egiziani affondarono alcune delle loro navi per bloccare il canale di Suez, ma gli israeliani, per eccessiva sicurezza in se stessi o forse semplicemente per spossatezza, non occuparono lo sbocco settentrionale della via  d’ acqua; e quel porto, Fu’ad, sarebbe presto servito da canale principale per il massiccio riarmo sovietico dell’ Egitto. Le prime forniture di armi da Mosca erano già state scaricate nei pressi del Cairo…

In Egitto, l’ economia è nel caos. Nasser viene segretamente chiamato al-wahsh, “la Bestia”.

Il mondo arabo, disonorato e furibondo, aveva disperatamente bisogno di un capro espiatorio.

Alle 7 del mattino, Nasser riceve la visita di Mohamed Hassanein Heikal, direttore di “al-Ahram” e si dichiara responsabile della tragedia. Ma appena annuncia a Radio Cairo di voler rassegnare le proprie dimissioni, migliaia di persone si riversano nelle strade per gridargli di non farlo.

Spontanee o no, le manifestazioni di sostegno sortirono il loro effetto. Nasser accettò le dimissioni di ‘Amer, Badran e praticamete di tutti i membri dello stato maggiore e mise alla testa dell’ esercito Muhammad Fawzi. Le sue, invece, furono prontamente ritirate.

Dopo aver inutilmente chiesto aiuto ai paesi arabi, i siriani si appellano alle Nazioni Unite. Gideon Rafael denuncia il fatto che sedici insediamenti sono ancora sotto il fuoco nemico. Per lui, l’ adesione siriana al cessate il fuoco è uno stratagemma per un attacco contro Israele. Federenko chiede che Israele venga severamente punito.

Mentre i sovietici facevano la voce grossa, i siriani si dichiararono favorevoli a imporre una risoluzione di cessate il fuoco senza condizioni: qualunque cosa pur di fermare l’ avanzata israeliana. Prima che si potesse passare al voto, però, Federenko, senza alcun preavviso, insistette per inserirvi clausole che condannassero Israele e gli ordinassero di ripiegare sulle linee armistiziali.

Ma il protagonismo di Federenko costa caro ai siriani. Sfruttando l’ ostinazione sovietica, gli israeliani hanno guadagnato tempo. L’ amministrazione americana vede con favore le conquiste israeliane ma nello stesso tempo è decisa a sostenere il cessate il fuoco al fine di evitare scontri con i sovietici. Rusk richiama Israele all’ ordine. Alle 20 a Tel Aviv si riunisce il Consiglio si sicurezza. A causa delle minacce sovietiche e del numero altissimo di perdite, il clima è terribilmente teso. Dayan viene costretto a spiegare perché, se prima era contrario a un attacco, ha poi all’ improvviso cambiato posizione. Il primo ministro Eshkol si chiede come possono fermarsi ora che l’ operazione è in corso. Ma Herzog, il consigliere di politica estera, afferma che è preferibile mettere a repentaglio le relazioni con Mosca piuttosto che permettere ai siriani di festeggiare la vittoria. Alla fine viene autorizzato il proseguimento dei combattimenti sino al mattino successivo.

Monte Hermon

Ancora una volta, però, gli eventi sul campo di battaglia superarono le discussioni in seno al governo. David Elazar stava progettando di far continuare Israele proprio mentre Dayan spiegava le ragioni per non farlo. Oltre alla presa di Tawafiq, aveva autorizzato quella di una vasta area del Golan, da Butmiya a Quneitra, seguendo un oleodotto e la sua strada di servizio parallela, la cosiddetta “Tap Line”. Più a nord, sarebbero stati conquistati il Banias e il monte Hermon. Al contrario di Dayan, Elazar pensava di disporre delle forze necessarie per portare a termine la missione.

Suweidani ordina a tre brigate di proteggere la capitale Damasco; dispone altre tre brigate lungo la seconda linea di difesa. Ad esse si rivolge, in un messaggio alla radio, Hafiz Hassad: “Colpite gli insediamenti del nemico, riduceteli in polvere, pavimentate le  strade arabe con i teschi degli ebrei.”

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Michael Oren, La Guerra dei Sei Giorni. 1967: alle origini del conflitto arabo-israeliano

 

 

 

 

Informazioni su Velia Loresi

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