Qualche giorno in più di combattimento

Nella seconda giornata di guerra, la resistenza giordana appare ostinata e solo verso mezzogiorno gli israeliani controllano la città di Jenin, punto strategico per penetrare nella Cisgiordania. I giordani perdono terreno anche nella battaglia di Gerusalemme. Ma il generale Narkiss è convinto che la 60 brigata sia una minaccia incombente per la Gerusalemme ebraica e richiede il soccorso dei paracadutisti.

Alle 2,10 di notte, il cielo di Gerusalemme tornò ad illuminarsi, questa volta a causa dell’ intenso fuoco dell’ artiglieria, dei carri armati e dei mortai con cui gli israeliani fiaccarono la linea nemica. Inoltre, giganteschi proiettori collocati in cima all’ edificio della Federazione sindacale, il più alto di Gerusalemme Ovest, abbagliarono i giordani e contribuirono a esporli al fuoco.

Il 66 battaglione al comando del maggiore Yosef “Yossi” Yoffe riesce ad arrivare sino alla Scuola di polizia. Le unità d’ assalto  distruggono bunker e nidi di mitragliatrici ma il bilancio è pesante anche per gli israeliani. Le pattuglie in posizione avanzata sono annientate e uno degli Sherman è fuori uso. I paracadutisti, che avanzano senza copertura, cadono uno dopo l’ altro. Giungono i rinforzi e i paracadutisti avanzano verso la collina delle Munizioni. Alle prime luci dell’ alba giungono sino al bunker del maggiore Kranshur

Alle 5, 15 la battaglia per la collina delle Munizioni, una delle più sanguinose della storia arabo-israeliana, era finita. Settantun giordani erano morti e 46 erano rimasti feriti, la maggior parte gravemente. Fra gli israeliani, avevano perso la  vita 35 uomini, un quarto della forza di Yoffe. Mentre gli uomini di Yoffe davano inizio alla conquista della collina, i restanti battaglioni della brigata di paracadutisti varcavano il confine cittadino.

Il 28 battaglione al comando di Yossi Fradkin penetra a Gerusalemme Est. Da lì si potrà avanzare verso la Città Vecchia. Fradkin entra per errore in Nablus Road: qui i giordani aspettano in forze ma la loro resistenza cede di fronte al fuoco degli israeliani.  La battaglia è un inferno e solo 30 uomini riescono a percorrere i 600 metri dal consolato americano sino all’ YMCA, percorso che verrà chiamato Simtat ha-Mavet, il “vicolo della morte”.

Il 71ᵒ battaglione giunge sino a Wadi Joz, ai piedi del monte Scopus, mentre un distaccamento del 28ᵒ occupa , alle 7,27, lo splendido edificio sede del museo archeologico Rockefeller.

Era il punto di partenza ideale, secondo Gur, per l’ assalto finale alla Città Vecchia, che sarebbe stato sferrato attraverso la vicina Porta di Erode (o dei Fiori). Accompagnato da tre archeologi dell’ Università ebraica ansiosi di mettere al sicuro gli oggetti custoditi nel museo, il comandante dei paracadutisti trasferì il proprio quartier generale avanzato al Rockefeller. Ma presto scoprì che l’area era ancora sotto il tiro dei cecchini giordani, e la sua brigata subì parecchie perdite. Malgrado ciò, chiese a Narkiss l’ autorizzazione a varcare immediatamente la Porta. La risposta fu negativa.

Narkiss spiega che l’ obiettivo è costringere la città alla resa. Uri Ben-Ari e la 10ᵃ brigata si dirigono verso la strada Ramallah-Gerusalemme e, riunendosi con la 4ᵃ, giungono sino alla collina delle Munizioni. A mezzogiorno del 6 giugno, un dispaccio dell’ esercito giordano annuncia che gli israeliani hanno occupato tutta Gerusalemme a eccezione della Città Vecchia.

Hussein convoca gli ambasciatori di Stati Uniti, URSS, Gran Bretagna e Francia e dichiara che il suo regno non può sopravvivere senza l’ interruzione degli attacchi violenti. Durante la notte, trasmette almeno quattro richieste di cessate il fuoco, inutilmente. Se i combattimenti continuano, non avrà altra possibilità che avallare la denuncia di Nasser di una cospirazione angloamericana.

La denuncia di una congiura occidentale a favore di Israele aiutò Hussein a tenere tranquilli i palestinesi e a preservare l’ alleanza con l’ Egitto. Ma, dal punto di vista militare, la sua posizione non faceva che aggravarsi. Nonostante le ripetute richieste di aiuto rivolte alla Siria e all’ Arabia Saudita, che assicuravano da parte loro di avere inviato truppe in Giordania, quell’ aiuto non arrivava.

A mezzogiorno Hussein chiede a Riyad di dire la verità al feldmaresciallo ‘Amer e alle 12,30 invia un cablogramma a Nasser. Intanto l’ offensiva di Israele continua e Hussein ha un alterco con Riyad per il suo rifiuto di sancire l’ evacuazione. Il re sale su una jeep e raggiunge la valle del Giordano.

Hussein di Giordania

“Non potrò mai dimenticare l’ allucinante spettacolo della disfatta” racconterà in seguito. “Le strade erano bloccate da camion, jeep, veicoli di ogni genere contorti, sventrati, fatti a pezzi, ancora fumanti, che emanavano quel particolare odore di metallo e di vernice bruciati dall’ esplosione degli obici –la puzza caratteristica della polvere da sparo. E, in mezzo a quel carnaio metallico, meccanico, si trascinavano gli uomini. Camminavano a gruppi di trenta, quaranta, feriti, estenuati, cercando di aprirsi un passaggio sotto la grandine di pallottole scagliata contro di loro da sempre nuove ondate di Mirage israeliani sibilanti nel cielo terso, sotto un sole accecante.”

Alle 19, l’ attacco israeliano alla Città Vecchia fallisce; oltre al Sinai e alla Cisgiordania, un’ altra zona calda si trova sul confine settentrionale con la Siria. Il ministro della Difesa Dayan è preoccupato per un eventuale intervento russo e dubita che il Comando nord abbia la possibilità di prendere il Golan. Suppone che la violenza degli scontri si mantenga ad un livello accettabile ma, alle 2 di notte del 6 giugno, la valle di Hula e la riva meridionale del lago di Tiberiade sono oggetto di un massiccio bombardamento di artiglieria. Il capo di stato maggiore siriano Ahamad Suwedani ordina di mettere in atto il piano Vittoria che prevede la conquista della parte settentrionale di Israele. L’ attacco inizia alle 7 ma l’ incursione viene respinta e i siriani prendono in considerazione l’ operazione Guerra Santa. Il bombardamento degli insediamenti israeliani si intensifica ma Dayan continua  ad opporsi all’ apertura di un terzo fronte: Elazar, con la sua operazione Martello, non riceverà aiuti. Il ministro della Difesa guarda all’ altopiano della Cisgiordania ma non dà il permesso di occupare la Città Vecchia e Gerusalemme, temendo una violenta reazione internazionale. La guerra non sarà risolta solo sul campo di battaglia. 

 …Abba Eban partì da Tel Aviv, la mattina presto, con l’ incarico di prevenire alle Nazioni Unite un’ eventuale risoluzione a favore di un cessate il fuoco. La sua intenzione era di presentare al Consiglio un piano di pace globale, nella speranza che gli arabi l’ avrebbero respinto, e garantire così a Israele qualche ora, se non qualche giorno in più di combattimento. 

Appena giunto  New York, Abba Eban viene condotto immediatamente al Consiglio di sicurezza. Il suo discorso mostra un grande talento oratorio ma, alle Nazioni Unite, tutti i tentativi da parte dell’ ambasciatore sovietico e di quello americano per imporre un cessate il fuoco non hanno un risultato positivo.

Arthur Joseph Goldberg (11908-1990 politico e giurista statunitense, segretario al Lavoro durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti e ambasciatore presso le Nazioni Unite.

Goldberg disse in termini espliciti a Federenko che la bozza americana intendeva mettere fine al blocco e avviare colloqui diretti sulla separazione delle forze e su certe “modifiche territoriali”. Gli israeliani, che volevano barattare le loro conquiste con il riconoscimeto da parte degli arabi e la pace, non sarebbero stati contenti di quella risoluzione, aggiunse, ma Washington l’ avrebbe sostenuta, se l’ avesse fatto l’ URSS.

I russi continuano a legare il cessate il fuoco a un incondizionato ritiro delle truppe istaeliane. Ma Federenko riceve da Mosca la direttiva di accettere un semplice cessate il fuoco senza imporre un ripiegamento israeliano. 

…alle 16,30, la risoluzione fu approvata. Il cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore quella sera stessa, alle 10, ora di Greenwich.

E tuttavia i rappresentanti arabi non hanno ancora espresso la loro posizione. L’ ambasciatore egiziano Awad El Kony ha ricevuto dal Cairo istruzioni precise: deve respingere ogni risoluzione che non ordini il ritiro incondizionato dell’ esercito israeliano.

Così, preso il microfono, El Kony respinse il compromesso Goldberg-Federenko e ribadì l’ accusa a Stati Uniti e Gran Bretagna di aver cospirato con gli aggressori. 

Poco dopo, il Consiglio interrompe i lavori. Alle 23,15, Hussein riceve la risposta di Nasser al suo messaggio inviato dieci ore prima:”Penso che la migliore decisione da prendere ora sia quella di evacuare questa notte la riva occidentale del Giordano, nella speranza che il Consiglio di sicurezza ordini il cessate il fuoco”. Poi, all” improvviso, a New York, USA e URSS raggiungono un accordo.

…i giordani insieme con gli israeliani, approvarono la risoluzione. Ma a differenza di questi ultimi, che contavano sul rifiuto degli egiziani per poter continuare ad avanzare, Hussein credeva che la risoluzione potesse salvarlo dalla disfatta.

Così, poco dopo aver dato l’ ordine di evacuazione, Hussein lo annulla.

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Michael Oren, La Guerra dei Sei giorni. Giugno 1967: alle origini del conflitto arabo-israeliano

 

 

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