L’ ora X

Di questi primi giorni del giugno 1967, Rabin dirà. “ Ogni volta valutavamo di nuovo la situazione, prevedevamo opzioni, stazionavamo unità,  formulavamo piani, mentre i nostri dirigenti politici rimanevano prigionieri dell’ illusoria speranza che la guerra potesse essere evitata”.  Dayan, che ha ottenuto da Eshkol il Comando sud, al posto di Gavish, si insedia a Gerusalemme il 1° giugno e si reca poi nella Fossa per parlare del suo piano. Il presidente americano Johnson , che aveva promesso di non lasciare Israele da solo, continua a non rispondere alla richiesta di armamenti, ora anche di 100 missili Hawk e carri armati Patton. Eshkol non si lascia scoraggiare e invia a Washington Meir Amit. Ma sia gli stati maggiori che il Congresso sollevano obiezioni al piano Regatta e solo quattro nazioni –Islanda, Nuova Zelanda, Australia e Olanda- sono disponibili a firmare una dichiarazione a favore della libera circolazione nello stretto di Tiran.  Anche la Gran Bretagna si mostra piuttosto prudente. Negli Stati Uniti, il Congresso si oppone al piano Regatta; Dean Rusk, segretario di Stato, benché determinato a proseguire, non si fa più illusioni sulla riuscita dell’ impresa. C’ è una possibilità: una segreta intesa con l’ Unione Sovietica.

Johnson e Rusk scrissero rispettivamente a Kosygin e Gromyko sottolineando il comune interesse ad assicurare la libertà di navigazione e a evitare la guerra, ma anche la colpevolezza di Nasser per aver bloccato lo stretto  e i pericoli cui andava incontro la pace mondiale.

Al fine di riannodare i contatti con l’ Egitto, Charles Yost, esperto del dipartimento di Stato per il Medio Oriente, si reca al Cairo per dare una mano a Nolte e incontra Mahmoud Riad. Ma Nasser –spiega Riad- preferisce aspettare l’ attacco degli americani e poi battere gli israeliani nel deserto. Un altro tentativo viene fatto dal petroliere texano Robert Anderson in visita a Nasser. Il presidente egiziano accetta di inviare a Washington Muhieddin, che giungerà negli Stati Uniti il 5 giugno. Johnson, deciso a guadagnare tempo per la diplomazia, invia il consigliere Harry Mc Pherson in Israele e autorizza incontri informali con l’ emissario di Eshkol, Meir Amit.

Amit, però, si era reso conto delle divisioni in seno alla Casa Bianca sul piano Regatta e del rifiuto di Washington di aiutare Israele militarmente, se non fornendo un po’ di maschere antigas e medicine. Se l’ obiettivo di Johnson nel mostrarsi conciliante con Amit era stato quello di dissipare i timori di Israele e guadagnare altro tempo per la diplomazia, era stato clamorosamente mancato. Amit avrebbe fatto ritorno in patria più che mai convinto che Israele non guadagnava nulla ad aspettare, se mai aumentava le perdite.

Ma Amit, quando torna in patria, trova un paese del tutto diverso da quello lasciato quarantott’ ore prima.

L’ atmosfera di panico aveva iniziato a dissiparsi, per essere sostituita da un crescente senso di serenità, se non di sicurezza. Nell’ esercito, i generali avevano iniziato a considerare ha-Hamtana –il periodo di attesa- quasi una fortuna: aveva sì permesso agli egiziani di trincerarsi, ma in linee sempre più avanzate che, una volta sfondate, avrebbero lasciato gran parte del Sinai indifeso. Anche una buona percentuale delle forze aeree egiziane era stata spostata a est, alla portata dei jet israeliani. Le IDF, dal canto loro, avevano sfruttato quel periodo per mettere a punto le strategie offensive e addestrare e posizionare gli uomini.

I mutamenti sono frutto, tra l’ altro, della consapevolezza che Israele è davvero solo e, anche, dall’ ascendente del nuovo ministro della Difesa, Moshe Dayan, uomo dalle numerose contraddizioni, comandante nell’ Haganah, membro del Mapai e poi del Rafi.

Moshe Dayan ( Degania,1915–  Tel Aviv,1981), è stato un generale e politico israeliano Fu il quarto Capo di stato maggiore generaledelle  IDF. È stato un personaggio emblematico per lo Stato di Israele, conosciuto in tutto il mondo per la benda sull’occhio sinistro, perso in Siria durante la Seconda guerra mondiale.

Il ritorno di Dayan alla vita pubblica ebbe l’ incomparabile effetto di tranquillizzare militari e civili e galvanizzare il governo in vista delle supreme decisioni che lo attendevano. “La nomina di Dayan fu una boccata di aria fresca” ricorda Gedalia Gal, vicecomandante di battaglione in una compagnia di paracadutisti. “Simboleggiava un cambiamento…La gente era in ansia non perché non entravamo in guerra, ma perché sembrava che il governo avesse paura della guerra.”

Il nuovo governo di unità nazionale decide una seduta congiunta dello stato maggiore e del Comitato ministeriale di difesa nella mattina di venerdì 2 giugno. Nella Fossa, Dayan afferma che Israele ha due possibilità: o accettare il blocco o attaccare subito e non perdere così la possibilità della prima mossa. Rabin, a sua volta, mette in evidenza il fatto che nessuno vuole la guerra ma annientare Nasser è l’ unica possibilità per Israele di sopravvivere. A questo punto i generali presentano i loro piani. Il comandante dell’ aviazione Motti Hod dice che la IAF è a conoscenza del dispiegamento egiziano nel Sinai. Shaike Gavish mostra le mappe del dispiegamento delle truppe egiziane nel Sinai. Poi sono i ministri a dover parlare.

L’ atmosfera nella Fossa –calda, angusta, piena di fumo- si stava facendo intollerabile, e la pazienza dei generali era al limite. Avraham Yoffe balzò in piedi esclamando: “Sono stato a sedere nel Negev con le riserve per quattordici giorni, e lungo tutto il fronte la sensazione è che esitiamo a prendere l’ iniziativa Nasser è sempre più forte , e noi stiamo lì seduti e non facciamo niente…”

Solo Eshkol è ancora esitante. Spera che Washington possa ancora autorizzare il convoglio e sostiene la necessità di prendere tempo. Michael Oren esamina queste ore febbrili e cariche di tensione e senza tralasciare le varie opinioni, i differenti piani per l’ offensiva, le discussioni.

…Dayan invece aveva poco tempo da dedicare a questioni simili. Era già profondamente immerso nella strategia bellica e in colloqui con i generali. “Non avremo più di settantadue ore per agire” disse loro il sabato sera nella Fossa. “Il nostro successo, quindi, non sarà giudicato dal numero di carri egiziani che distruggeremo in questo arco di tempo, ma dalle dimensioni del territorio che occuperemo.”

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Per assicurare il successo dell’ operazione nessuno sforzo fu  risparmiato, ma quel successo non dipendeva soltanto dal fronte egiziano, bensì anche da quelli siriano e giordano. “Se i giordani attaccano Eilat, Gerusalemme o l’ area di Tel Aviv, tutti i nostri piani saranno compromessi” disse Dayan ai generali

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Elazar disponeva di tutta una serie di piani d’ emergenza per affrontare la Siria, dall’ operazione “Marmellata” (Merkahat), che prevedeva un assalto limitato alla cresta del Golan, all’ operazione “Tenaglie” (Melkahayim), mirante a conquistare tutte le alture. L’ operazione “Martello” (Makevet) rappresentava un compromesso fra le prime due. Simulando un attacco al centro del Golan, le colonne israeliane avrebbero scalato le estremità nord e sud delle alture, conquistato le sorgenti del Giordano e annientato l’ esercito di Damasco.

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Il Comando centrale aveva “i cassetti colmi “ di piani. Per la maggior parte prevedevano contrattacchi nel caso di tentativi arabi volti a penetrare in Israele nel suo punto più stretto e tagliare il paese in due o isolare Gerusalemme Ovest. Il più noto, nome in codice “Frusta” (Pargol), prevedeva, in quarantott’ ore, di far fuori l’ artiglieria giordana in Cisgiordania e stringere d’ assedio Gerusalemme Est. Rabin assegnava al piano Frusta una preminenza quasi assoluta.

Ma il sabato non è ancora finito. La sera tardi, a casa sua, Eshkol, con Dayan, Eban e altri collaboratori, aspetta l’ arrivo dei suoi emissari a Washington, Amit e Harman. C’ è molta tensione. Eshkol parla alla moglie Miriam, spera che gli jungermen (giovani, in yiddish) porteranno buone notizie. Gli emissari arrivano verso mezzanotte, comunicano che gli Stati Uniti non possono allestire il convoglio. Consigliano di aspettare ancora una settimana e poi mandare una nave a Tiran. Ma a questo punto Dayan esplode con violenza: appena si farà salpare una nave, gli egiziani capiranno che Israele sta per attaccare, e sarà la fine. Dayan guida la conversazione verso la riunione del Consiglio dei ministri che si terrà la mattina, ormai vicina (mancano solo poche ore), di domenica 4 giugno, alle ore 8,15. L’ aviazione, dice, raggiungerà i suoi obiettivi in una o due ore e il giorno successivo l’ esercito sarà in marcia verso il canale.

Durante la riunione di domenica mattina giunge una lettera di Johnson. L’ America ribadisce il suo impegno a favore di Israele ma sottolinea la necessità di non dare inizio alle ostilità.

Toccò a Yariv, a questo punto, convincere i ministri che nonostante il monito di Johnson Israele doveva agire e subito. Il quadro da lui tratteggiato della situazione in  cui si trovava il paese in materia di sicurezza non era mai stato così spaventoso: c’ erano forze giordane pronte a Gerusalemme e nel punto in cui il territorio di Israele si stringeva come un collo di bottiglia; c’ erano formazioni egiziane schierate per prendere Eilat, trincerate in solide fortificazioni  a Rafah, e ora stazionate anche in Cisgiordania; c’ erano i siriani arroccati sulle alture, che si stavano effettivamente preparando a scendere. Contando sull’appoggio sovietico, da tutto il mondo arabo truppe, carri armati e aerei stavano convergendo per muovere uniti all’ assalto di Israele e porre fine alla sua esistenza.

Anche Dayan ed Eshkol esprimono, nel loro intervento, la convinzione che è giunta l’ ora di agire; le IDF sceglieranno il momento e  il luogo dell’ azione. Viene respinta la proposta di Zorach Warhaftig, ministro per gli Affari religiosi, di stabilire un casus belli inviando una nave nello stretto. Yigal Allon afferma che verranno condannati ma sopravviveranno. 

Non rimaneva che votare. Ora dodici erano a favore della guerra e solo due contro. La decisione, messa per iscritto da Dayan, fu breve, sobria e scevra da ogni emotività.

Ascoltati i rapporti sulla situazione diplomatica e militare del primo ministro, del ministro della Difesa, del capo di stato maggiore e del capo dei servizi d’ informazione delle IDF, il governo ha determinato che gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania sono schierati per un attacco su più fronti che minaccia l’ esistenza di Israele. E’ stato quindi deciso di lanciare un’ offensiva militare volta a liberare Israele dall’ accerchiamento e prevenire l’ incombente attacco da parte del Comando arabo unito.

Viene stabilita l’ ora X per il giorno dopo, lunedì 5 giugno 1967, fra le 7 e le 7.30

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Michael Oren, La Guerra dei Sei giorni. Giugno 1967: alle origini del conflitto arabo-israeliano

 

 

 

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