Un’ escalation senza limiti

Se non fossero realmente accaduti, gli avvenimenti narrati ne “La Guerra dei Sei giorni” di Michael Oren sembrerebbero un appassionante racconto pensato e scritto da un abile romanziere.

Per gli israeliani, i primi anni Sessanta non sono anni di paura bensì di relativa sicurezza e prosperità. Nel 1960, John F. Kennedy,  divenuto presidente degli Stati Uniti anche grazie al voto ebraico, parlando con il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir, esprime la sua grande simpatia per lo Stato di Israele. L’ esercito israeliano conta 25 brigate, 175 jet e quasi 1000 carri armati.

Ben poco formali –saluti cerimoniali e marce erano rari-, le IDF mettevano l’accento sulla velocità, la capacità di improvvisazione e una flessibilità di comando che richiedeva che anche giovani ufficiali prendessero sul campo decisioni di vasta portata. Si sapeva che Israele non avrebbe avuto altra scelta che combattere una nuova guerra di sopravvivenza, una guerra in cui il nemico, nonostante l’ incremento delle IDF, avrebbe potuto mettere in campo forze numericamente molto superiori.

 Levi Eshkol (1895-1969) politico israeliano, fu tra i padri fondatori dello Stato di Israele e ricoprì l’incarico di Primo ministro dal 1963 al 1969. Fu tra i fondatori del primo kibbutz di Degania Beted ebbe un ruolo assai importante nell’organizzazione e nella direzione della compagnia ebraica di acqua Mekorot, oltre che nella fondazione degli insediamenti agricoli ebraici nel deserto del Negev. Venne eletto leader del Mapai (‘Partito dei Lavoratori di Eretz Yisrael); pur formatosi sotto l’ala di Ben-Gurion, entrò in conflitto con quest’ultimo, che fondò un nuovo partito laburista denominato Rafi.

Le opinioni di Levi Eshkol, succeduto a Ben Gurion, riguardo ai rapporti di Israele con il mondo arabo, sono identiche a quelle  del suo predecessore.

Anche Eshkol era convinto che gli arabi volessero la guerra e che Israele fosse, nello stesso tempo, militarmente invincibile e mortalmente vulnerabile, quello che chiamava –non a caso in yiddish- Shimshon der nebechdikker, Sansone lo sciocco.

Del resto, anche Nasser ha un problema: ha bisogno di ritirarsi dallo Yemen, da un conflitto costato migliaia di morti. Il ritiro però richiede la negoziazione di un accordo con i sauditi. I leader arabi si riuniscono al Cairo nel gennaio del 1964 e approvano un piano per deviare le acque del Giordano, riducendo così la quantità di acqua destinata ad Israele. Il CAU (Comando arabo unito) è un successo per Nasser.

Con il mondo arabo ora mobilitato, ma saldamente sotto il controllo di Nasser, il motto del leader egiziano per la conferenza, “unità d’ azione”, sembrava essere diventato realtà.

Tuttavia, procrastinando il conflitto con Israele, Nasser ha involontariamente creato le condizioni per la guerra. Viene ben presto approvata la costituzione dell’ Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) la quale, poiché gli stati arabi non mantengono i loro impegni, è sempre a corto di fondi. Inoltre, alcuni movimenti palestinesi di guerriglia tra cui al-Fatah  non riconoscono l’ organizzazione. Nel 1964, l’ Egitto, con una popolazione in costante aumento, povera, per lo più analfabeta, e con la  brutale repressione dei dissidenti, è uno Stato di polizia.

Questo quadro deprimente non caratterizzava però solo l’ Egitto. Forte crescita demografica, calo di posti di lavoro, bassi livelli di assistenza sanitaria e di istruzione erano endemici nella maggior parte del mondo arabo. Patriarcale, soffocata da regimi totalitari, la società araba non era sufficientemente matura per il progresso. E persino l’ obiettivo base dell’ unità –vendetta contro l’ arrogante Occidente e l’ infausto Stato ebraico da esso imposto- continuava a sfuggire.

Sono delusione e frustrazione a spingere alcuni appartenenti ad al-Fatah ad attraversare, il primo giorno del 1965, il confine israeliano. L’ azione fallisce ma il conflitto arabo-israeliano torna alla ribalta. Nel corso del 1965, al-Fatah conduce numerosi attacchi terroristici contro Israele. A questo punto  Nasser teme di perdere la sua leadership sulla Palestina e anche re Hussein di Giordania si sente minacciato. Ma intanto al-Fatah ha raggiunto il suo scopo provocando Israele e inducendolo a una rappresaglia. E dunque, gli stati arabi si preparano alla guerra mentre l’ IDF progetta il piano di difesa Sadan (Incudine) che diventa operativo nel 1966.

 Gamal Abdel Nasser ( 1918 –1979) è stato un politico e militare egiziano, secondo Presidente della Repubblica egiziana.  Guidò il colpo  di Stato repubblicano (1952) che abbatté la monarchia di re Faruq I. Divenne Presidente dell’Egitto dopo aver destituito il gen. Muhammad Nagib.  Nazionalizzò il Canale di Suez e respinse le pretese di Francia e Regno Unito per continuare a controllare il Canale, guadagnando un’altissima popolarità presso le masse arabe. Grande sostenitore dell’ anticolonialismo e del panarabismo, Nasser fondò con Nehru e Tito il Movimento dei paesi non allineati..

Il presidente americano Johnson , preoccupato per l’escalation della guerra in Vietnam e riluttante ad impegnarsi in un’ altra zona del mondo, rifiuta di essere il principale fornitore di armi dello Stato di Israele. Non mancano, in Israele, problemi interni: depressione economica e disoccupazione riportano ai giorni cupi del 1948. E non mancano neppure incidenti di frontiera e sabotaggi; la Siria, dopo il fallimento del suo tentativo di deviare il Giordano e controllare le DZ, si volge, sentendosi protetta dalla sua alleanza con l’URSS, alle incursioni palestinesi.

Guardando la cartina dell’ Italia, o di un altro paese, so esattamente dove sono i confini. Confesso di non capirci molto riguardo a Israele. Mi limito a riportare le scarse notizie ricavate da Wikipedia, comunque assai interessanti. E dunque, le “Desert Zone” sono aree di Israele evacuate dall’ esercito siriano; includono terreni di forma irregolare contraddistinti ognuno da un nomignolo: Il Legume, Il naso di De Gaulle, per esempio. I siriani, nel 1966, dalle loro postazioni in cima alle alture del Golan, aprono il fuoco sui contadini che, con i loro trattori, cercano di arare quelle terre. Anche il lago di Tiberiade appartiene ad Israele: dalla sponda nordorientale, l’ artiglieria siriana spara sulle imbarcazioni da pesca. Israele decide di sfruttare questi incidenti per colpire il progetto siriano di deviare il corso del fiume Giordano.

Gli israeliani si fanno particolarmente attenti a non provocare la Siria anche con un semplice volo di ricognizione ma le incursioni palestinesi continuano, rivendicate da numerosi gruppi di guerriglia che hanno nomi come Giovani della vendetta o Eroi del ritorno. Gli eventi stanno per precipitare e anche l’ Egitto guarda con preoccupazione i tentativi della Siria di trascinare in guerra la regione. Nasser accetta di riprendere i colloqui segreti con Israele.

…in cambio della collaborazione di Israele per far ottenere all’ Egitto aiuti internazionali, la propaganda antisraeliana in Egitto sarebbe stata attenuata e il blocco del canale di Suez ammorbidito. Inoltre, a fronte di un prestito israeliano di 30 milioni di dollari, gli egiziani si offrivano di liberare gli ebrei accusati di spionaggio nel 1954.

Successivamente, per tenere a freno la Siria, Nasser propone un patto di mutua difesa,

Il trattato di difesa tra Egitto e Siria firmato due giorni dopo (4 novembre 1966) ripristinava tutti i legami diplomatici e militari fra i due paesi e li impegnava all’ aiuto reciproco in caso di conflitto. Alcune clausole segrete prevedevano, nell’ eventualità di un’ offensiva di Israele al nord, attacchi egiziani contro obiettivi israeliani a sud.

Walworsth Barbour, ambasciatore americano, amico di Israele e sensibile alle sue necessità.

Tuttavia i siriani non sono disposti a rimanere fermi: 11 attacchi lanciati dal territorio giordano, provocano la morte di 7 israeliani. Poi (siamo al 10 di novembre) un veicolo della polizia paramilitare di Hebron salta su una mina. Hussein scrive una lettera di condoglianze in cui riafferma il proprio impegno a favore della sicurezza; invia poi il messaggio all’ ambasciatore Barbour, a Tel Aviv. Harbour, sempre molto scrupoloso, questa volta commette un errore. È venerdì: decide di aspettare la fine del weekend per consegnare la lettera. Ma intanto Israele ha già deciso di agire.

Gli avvenimennti che seguiranno saranno, comunque, il frutto delle tensioni interne dei vari paesi che hanno creato, nel tempo, un clima estremamente esplosivo.

In tale situazione non ci voleva molto –un attacco terrorista, un raid di rappresaglia- per scatenare un’ escalation senza limiti, una reazione a catena di sfide e controsfide, azzardi ed errori di calcolo destinata a portare inesorabilmente alla guerra.

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Michael Oren, La Guerra dei Sei giorni. 1967: alle origini del conflitto arabo-israeliano

Informazioni su Velia Loresi

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