Si respirava un’ aria diversa

Fiume, 1928. Giovanni, detto Nino, conosce Mira, nel posto dove i ragazzi hanno l’ abitudine di riunirsi, sotto la torre dell’ Orologio. Sette anni dopo i due giovani si sposano.

Mira e Giovanni Bucci, genitori di Andra e Tatiana, nel giorno del loro matrimonio, 5 dicembre 1935

Giovanni, nato in una famiglia cattolica, si imbarca come cuoco, sulle navi dei Lloyd di Trieste. Continuerà ad amare il mare per tutta la vita. Come si legge nel libro “Noi, bambine ad Auschwitz”, una volta ritirato in pensione, ogni mattina, appena alzato, si affaccerà ad osservare il mare.  

Una guardia sudafricana vigila su un blocco del campo di Zondewater.  Nel corso della Seconda Guerra Mondiale il Sudafrica, schierato con la Gran Bretagna, si trovò contrapposto all’ Italia. Oltre a mettere a disposizione le proprie Forze Armate, il Sudafrica si rese disponibile a custodire prigionieri di guerra. Per questo scopo nello Stato del Transvaal, a circa 50 chilometri ad est di Pretoria e 120 da Johannesburg, venne costruito il campo di prigionia di Zonderwater, che rappresentò il più grande concentramento per prigionieri di guerra della Seconda Guerra Mondiale…I prigionieri non ebbero certo vita agiata, ma vi è accordo nel riconoscere che furono trattati con umanità, decoro… (dal sito: Museo della guerra, di Simone Guidorzi)

Durante la Seconda guerra mondiale, Giovanni viene fatto prigioniero dagli inglesi e portato in un campo presso Johannesburg. E chissà che, sulla nave che lo porta in Sudafrica, non abbia conosciuto mio padre, di soli tre anni più giovane, anche lui soprannominato Nino. Parlano le figlie di Mira e Giovanni, Ambra e Tatiana Bucci:

Noi eravamo piccolissime allora; ma la nostra famiglia era molto unita. La mamma, in tutti gli anni che precedettero la nostra deportazione, mentre papà era prigioniero, ogni sera ci faceva baciare la foto del giorno del loro matrimonio, indicandoci la figura di nostro padre e ripetendoci: “Mandate un pensiero al vostro adorato papà”. Proprio quel gesto e quella foto ci hanno permesso di ritrovare la strada di casa, subito dopo la fine dell’ orrore di Auschwitz.

I genitori di Mira sono Moise Perlow e Rosa. Vidrinka, dove abitano, si trova  tra Ucraina e Russia e in famiglia si parla russo oltre che yiddish. I pogrom frequenti spingono tutta la famiglia Perlow a salire su carri trainati da cavalli, in cerca di una terra ospitale e di nuove opportunità.

Cominciò così una lunga peregrinazione per il Vecchio Continente, un viaggio non semplice, attraverso confini e nazioni, frontiere e popoli spesso ostili agli ebrei, di una famiglia nell’ Europa dei primi del Novecento, all’ alba di quella che da lì a breve sarebbe stata la Prima guerra mondiale.

Dopo una breve sosta in Ungheria, la carovana continua il suo viaggio sino a Fiume. Molti dei componenti della famiglia proseguono verso l’ America. Moise e Rosa decidono di rimanere a Fiume e crescere qui i loro sei figli, Sonia, Gisella, Aaron, Mira, Paola e Giuseppe detto Jossi.

Fiume, la sinagoga del 1903.

La comunità ebraica di Fiume, costituitasi nel 1781, era cresciuta a tal punto nel Novecento da richiedere la costruzione di una sinagoga monumentale. Nel 1901 infatti 2600 ebrei vivevano a Fiume, allora fiorente porto dell’ Impero asburgico. A costruire la sinagoga fu chiamato il celebre architetto ungherese Leopold Baumhorn, specializzato nella costruzione di sinagoghe monumentali. La sinagoga di Fiume venne incendiata il 25 gennaio 1944 e andò completamente distrutta. (notizie da Wikipedia)

Rosa, la nonna delle piccole Tatiana e Andra, è molto religiosa e si reca spesso in sinagoga. Essere religiosi ebrei a Fiume non è, in questo periodo, un problema.

L’ Impero austroungarico aveva certo mille difetti, ma aveva anche questa particolarità: non ti cambiava il cognome, non ti obbligava a sposare una fede, tutti erano liberi di professare il proprio credo. Si cresceva insieme, cattolici, ebrei, mussulmani, ortodossi, protestanti. Quei risentimenti e quelle preclusioni o discriminazioni che pure ci potevano essere tra la gente, perché purtroppo sono sempre esistiti, non sono mai stati legittimati dalle autorità. Anzi. È questo un  fatto importantissimo, che ha permesso alla nonna di crescere i propri figli in libertà. Crediamo che sia stata questa, alla fine, la ragione per cui scelsero Fiume come meta. Perché si respirava un’ aria diversa, l’ esatto opposto di quanto i Perlow si erano lasciati alle spalle: una lunga scia di paure, persecuzioni, fughe in cerca di sicurezza e tranquillità.

Fiume o Rijeka con il suo porto si affaccia sul mare Adriatico 

Con le leggi razziali del fascismo, la vita delle piccole Andra e Tatiana è sconvolta. Si ritrovano ad Auschwitz nell’ aprile del 1944. Scrive Umberto Gentiloni Silveri nell’ introduzione al libro:

Dall’ infanzia al campo di Birkenau, da un mondo aperto a culture, identità e contaminazioni continue alla realtà chiusa e violenta dell’ universo concentrazionario, dove la  vita prende una direzione incontrollabile.

Ma anche nel momento più difficile si può ripartire. La testimonianza delle sorelle Bucci, sopravvissute all’ inferno di Birkenau, è il segno della forza della vita e della sua difesa contro ogni cedimento, un patrimonio da consegnare alle generazioni del futuro. Scrive ancora Gentiloni Silveri:

Hanno attraversato le pagine più buie del nostro passato e ne sono uscite per poterlo condividere con chi ha avuto la fortuna o la voglia di entrare in comunicazione con la biografia di due percorsi a una sola voce.

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Andra e Tatiana Bucci, Noi, bambine ad Auschwitz. La nostra storia di sopravvissute alla Shoah

Informazioni su Velia Loresi

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