Il grande romanzo criminale

L ‘ Europa ha cominciato presto a stancarsi di dovere riconoscere il proprio debito di responsabilità nei confronti dei milioni di ebrei inghiottiti dalla Shoah. Questo debito si poteva certo risarcire simbolicamente attraverso commemorazioni, istituzioni, monumenti, ricorrenze, o economicamente, come ha fatto la Germania, ma bisognava poi scrollarselo di dosso, essendo un fardello troppo ingombrante.

E se Karl Jaspers ha scritto “La questione della colpa” sulla responsabilità dei tedeschi, altri popoli europei hanno eluso con maggiore disinvoltura la faccenda, e, d’ altra parte, osserva Niram Ferretti nel suo libro Il capro espiatorio, gli ex burocrati nazisti, fascisti o gli organici di Vichy servivano per l’ impalcatura del nuovo stato. Georges Bensoussan ricorda l’ ordinanza gollista del 9 agosto 1944 che considerava come mai avvenuto il regime del governo di Vichy. Ma questo non è tutto.

C’ è un vasto portato storico alle spalle di un simile atteggiamento europeo nei confronti dello Stato ebraico e riguarda il grande romanzo criminale sugli ebrei che l’ Occidente e poi l’ Oriente, nella sua fattispecie islamica, ha scritto lungo i secoli.   

Il capo delegato sovietico Andrej Gromyko pronunciò, alle Nazioni Unite, il 14 maggio del 1947, un discorso in cui affermava che sarebbe stato ingiusto negare al popolo ebraico il diritto a realizzare le proprie aspirazioni se solo si fosse tenuto teneva conto di tutto ciò che esso aveva subito nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Ma già dopo vent’ anni tutto era cambiato.

Gli ebrei, nella fattispecie gli israeliani, i “nuovi” ebrei, iniziavano ad assumere i contorni di quelli “vecchi”, non più deboli, anzi assai più forti (uno dei motivi principali del rinnovato astio), ma pur sempre presentati come portatori di una negatività irriducibile, ontologica, inespiabile.

La vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni è stata un colpo per la politica filo-araba della Francia. In una conferenza stampa ricordata come “sermone agli ebrei” Charles de Gaulle sottolineò come essi fossero diventati una potenza guerriera, dimenticando che, se Israele era entrato in guerra, lo aveva fatto proprio per difendersi dalle mire espansionistiche degli arabi e di Nasser.

Conferenza stampa del 27 novembre 1967, ricordata per il “sermone agli ebrei”, in cui Charles de Gaulle, dopo aver lodato gli ebrei per l’ energia e il coraggio dimostrati, sottolineò come essi erano diventati una potenza guerriera con mire espansionistiche, trascurando il fatto che proprio Israele aveva dovuto difendersi dalle mire espansionistiche di Nasser. E pensare che ho sempre presentato ai miei allievi il presidente de Gaulle come un eroe, esortandoli a leggere il suo Appel aux armes. Ma evidentemente non ero a conoscenza di ciò che è accaduto successivamente.

…fatti incontrovertibili testimoniano come la Francia, con de Gaulle prima e successivamente a lui con Pompidou, Giscard d’ Estaing, Mitterrand e Chirac, abbia aperto senza sosta una linea di credito al mondo arabo e musulmano, e dunque, anche, inevitabilmente all’ OLP di Yasser Arafat, contrapponendosi frontalmente agli interessi di Israele.

Tuttavia, nei discorsi pubblici, la Francia è amica di Israele e desidera la pace in Medio Oriente; una pace desiderata anche dall’ Unione Europea la quale però non manca di tributare una standing ovation ad Abu Mazen quando nel 2016 accusa Israele di voler avvelenare le falde acquifere che portano l’ acqua ai palestinesi, e finanzia ONG che hanno come scopo di mettere in cattiva luce lo stato ebraico. La realtà, viene fatta apparire come una parte di un quadro in cui l’ antisemitismo si iscriverebbe tra i fenomeni di razzismo, la parola con cui si creano, afferma Niram Ferretti, equivalenze fraudolente, si innalzano cortine di fumo“.

L’ autore de Il capro espiatorio cita John Rosenthal per il quale gli islamisti francesi e i loro compagni di sinistra hanno perfezionato una strategia consistente nel respingere l’ accusa di antisemitismo parlando, al contrario, di “islamofobia”.  Per Alain Finkelkraut, l’ antisemitismo attuale in Francia sarebbe il peggiore mai sperimentato.

Si pensa che , attraverso una maggiore integrazione tra popoli e culture, l’ umanità procederà di meglio in meglio verso modelli di società più felici e realizzati. Israele rappresenta dunque la volontà di potenza dell’ uomo bianco nei confronti della “mitica” innocenza araba e islamica. 

Maestro della mitologia dell’ innocenza araba è stato Edward Said con “Orientalismo”. Il suo libro più famoso, la cui fragile architrave concettuale consiste nell’ affermare che lo sguardo eurocentrico degli orientalisti europei sul mondo arabo è intrinsecamente razzista e deformante. Tesi che ha avuto un largo successo, come tutte le truffe ben organizzate, creando una sterminata letteratura sulla vittimizzazione di uno dei popoli (quello arabo) che più ha vittimizzato gli altri popoli.  (da: ll capro espiatorio, di Niram Ferretti)

Non tralascio un’ultima osservazione dell’autore. Mentre Robert Redeker ha scritto su Le Figaro un articolo di aspra critica nei confronti della religione islamica che lo ha costretto a vivere sotto scorta, Georges Bensoussans si è semplicemente limitato a citare un sociologo francese di origine algerina, Smain Laaker, secondo il quale l’ antisemitismo degli immigrati arabi si assimila con il latte materno ed è ormai depositato nella lingua. Si può parlare di un fatto ereditario, trasmesso di generazione in generazione. 

Georges Bensoussan è uno storico francese di origini ebraico-marocchine, studioso dell’ antisemitismo, responsabile editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi e direttore della Revue d’histoire de la Shoah.

“Auschwtz, sostiene Bensoussan, non è un corto circuito della ragione, ma va riportato nella storia e nella cultura europea, facendo del suo insegnamento non una retorica del “dovere di memoria” né una rassicurante commemorazione, ma una imprescindibile lezione di storia e di politica…” (da Wikipedia)

…si è attivato immediatamente l’ allarme rosso di associazioni che hanno ereditato la convinzione giacobina di essere custodi della virtù e della sanità pubblica francese. Le sigle e i nomi che le contraddistinguono sono emblematiche: Ligue des droits de l’ Homme, Licra, MRAP, SOS Racisme e Collectif Contre l’ Islamophobie en France (CCIF).

Per David Horowitz e Robert Spencer l’ islamofobia è diventata lo stigma peggiore con cui essere bollati.

Si difendono i “diritti dell’ uomo” in modo speciale quando è l’ antisemitismo islamico a essere messo sotto accusa. E’ uno dei paradossi della nostra epoca, perché nessun paese musulmano ha mai aderito alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, preferendo confezionarsi la propria il 19 settembre 1981, fondandola sul Corano e sulla Sunna.

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Niram Ferretti, Il capro espiatorio. Israele e la crisi dell’ Europa

Informazioni su Velia Loresi

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