Tutta quella passione per gli arabi

Anche Fiamma Nirenstein, come il padre e le sorelle, scrive i suoi ricordi in un capitolo del libro “Come le cinque dita di una mano”: racconta il suo primo viaggio in Israele, avendo lasciato gli amici di Poggio Imperiale, il Teatro della Pergola, la Sezione Spartaco Lavagnini del Partito Comunista, i raduni degli scout cattolici, e la nonna che raccontava gli scherzi che un tempo facevano i suoi fratelli, poi deportati a Mauthausen.  

In Israele Miriam giunse a pochi giorni dallo scoppio della guerra dei sei giorni: in kibbutz le dettero una zappa per scavare le trincee e le insegnarono ad avanzare col passo del giaguaro, ventre a terra e un fucile alzato; e a prendersi cura dei bambini nei bunker.

Fiamma-Miriam alloggia presso la famiglia Sommer. I ragazzi, Uri, Tirtza, sono assai meravigliati, non sapevano che anche in Italia ci fossero degli ebrei.

Americani, vabbene, francesi e inglesi anche. Ma, Italia! Che ci stavano a fare al mondo gli ebrei italiani? Erano ortodossi con le peyot, i riccioli laterali? No. Erano riformati? No. Erano molti? Trentacinquemila. Eh? Poveracci! Su cinquanta milioni di italiani!

In Israele c’ è la guerra, quella che sarà chiamata dei Sei giorni. Quando nel kibbutz arrivano i missili siriani, tutti corrono nel rifugio. I ragazzi sono molto curiosi, le fanno domande sull’ Italia.

…c’ era l’ antisemitismo in Italia? E insomma ma cos’ era tutta quella passione per gli arabi? Poiché il kibbutz regalava un giorno della settimana del raccolto ai Vietcong, Miriam pensò che i suoi amici fossero più o meno come lei: comunisti.

Lo dice, che lei in Italia è comunista ma questo suscita solo compassione. Lei comunista, con i vestiti, il profumo, i cioccolatini, i mocassini di Gucci!

Comunisti di che? Amici dei russi, che mettono gli ebrei in galera? Amici degli arabi, degli egiziani e dei siriani, di cui ti stai beccando i missili? Oppure sei comunista come noi qui nel kibbutz: non possiedi nulla, la famiglia non ha un’ auto né casa e si mangia quel che passa il convento, ci si veste come capita e si lavora sodo?

Miriam prende la sua rivincita il sabato quando, indossato il suo tailleur pantalone verde, insegna a tutti a ballare il rock n’ roll.

La notte che le luci delle macchine dell’ esercito israeliano salirono sulle colline del Golan e guadagnarono centimetri dopo centimetri alle luci dell’ esercito siriano, il kibbutz tutto libero, donne, bambini, ragazzi, stettero a guardare senza panico e senza commenti questa rappresentazione di vita e di morte.

Tornata in Italia Miriam-Fiamma racconta la sua esperienza nel kibbutz ma i compagni comunisti la fanno assistere a conferenze sulla condizione palestinese.

Le mostrarono una collezione di titoli di giornali assolutamente, per lei, sconcertanti; seppellirono i suoi racconti sotto una marea di condanne.

Fiamma Nirenstein

Dal 1976 al 2019: riporto un articolo di Fiamma Nirenstein, pubblicato su Il Giornale, “L’ alleanza tra sinistra e islam che sfocia nell’ antisemitismo”. Un poco lungo da leggere, ma vale la pena leggerlo tutto.

L’ antisemitismo diventa pericoloso quando molte correnti afferiscono alla sua corrente. Così è oggi. Ma poiché esiste lo Stato d’Israele, esso può essere fermato. Intendo scrivere un pezzo veramente antipatico sull’antisemitismo, per un motivo molto semplice: finché si permetterà all’antisemitismo di travestirsi, non ci sarà nessuna strategia adeguata a batterlo. Per esempio, ho trovato del tutto impropria la comparazione fra la pericolosità dell’aggressione, repellente per altro, del Nordic Resistence Movement agli ebrei di Umera nel 2016 con lo svuotamento imposto agli ebrei di Malmo dall’odio della comunità musulmana antisemita, specialmente se si considera che l’anno scorso la Svezia ha sperimentato il più alto numero di morti uccisi in attacchi classificate come delitti, 306 eventi un numero aumentato del cento per cento. La maggior parte degli attacchi sono avvenuti per mezzo dei fucili kalachnikov in aeree “vulnerabili” abitate soprattutto da immigrati non occidentali e dai loro discendenti. La polizia parla nei suoi rapporti di “presenza di “returnees”simpatizzanti di gruppi terroristi… Specie dal 2014 quando fu proclamato il Califfato in Siria e in Iraq”. Malmo, da cui sta svanendo la comunità ebraica che ha annunciato che chiude bottega, soffre la presenza di estremisti islamici tanto da aver stampato delle “guidelines” per i suoi impiegati comunali che li invita fra l’altro a guardare bene fuori prima di lasciare un edificio “per evitare di finire in una situazione indesiderata” e invita a lasciare la bici o la macchina fuori per meno tempo possibile, il rischio comune è quello di continui incendi: insomma la presenza islamica crea da protagonista una vera e propria “situazione di guerra”, come la definiscono molti onorevoli commentatori e dove gli ebrei hanno sgomberato i terreni di maggiore persecuzione. L’ antisemitismo svedese è un caso di studio molto speciale, in cui si trovano esaltati tutti gli elementi dell’antisemitismo europeo oggi: un sottofondo di antico antisemitismo cristiano, la comoda e utilitaria permanenza di fantasmi utilizzabili al bisogno in tutti, chi più chi meno, i paesi europei. E’ l’ antisemitismo light, ora dipinto di sciocco snobismo delle upper class, ora invece plebeo e demenziale negli stadi. Al secondo posto una minoranza di idioti assatanati, residui del passato, marciatori all’ombra di una svastica e di un fascio appassiti, o di suprematisti privi di riferimenti politici e culturali che non siano miserie razziste da casa Pound, o memoria ipernazionalista di sconfitti antidemocreatici, con le loro icone.
Poi, ecco la grande immigrazione islamica, il fenomeno contemporaneo per eccellenza, quello che al di là dei populismi per ora piuttosto inefficaci fa tremare il mondo occidentale e arriva con un carico di antisemitismo pressoché invincibile, iniettato nell’educazione dei bambini come scrive Ayyan Hirsi Ali, che “imparano da piccoli che gli ebrei sono figli di scimmie e maiali”, “disumani uccisori di palestinesi”, “soldati ritti su corpi mutilati di bambini uccisi, vedove piangenti, orfani disperati”. Nella carta di Hamas si dice senza veli: “Le pietre e gli alberi diranno ‘O Abdullah, c’è un ebreo qui nascosto, vieni e uccidilo’”. Infine la maggiore di tutte le macchine da guerra antisemita, che ora viene chiamata in un modo e ora in un altro, si basa sulla immensa costruzione della cultura contemporanea, l’ antimperialismo, la lotta per l’ uguaglianza, la libertà d’opinione, il rifiuto della guerra... In Svezia, la solita provetta di cui stiamo parlando, comincia con il primo ministro socialdemocratico che fa schiera, in Europa, con Olof Palme,Willy Brandt, Bruno Kreisky. Sono gli anni ‘70, quando il grande ricatto delle organizzazioni terroriste palestinesi insieme all’influenza sovietica e l’embargo petrolifero creano un clima in cui gli ebrei, ovvero la loro maggiore espressione, lo Stato d’Israele, diventano un grande imbarazzo ideologico, un impedimento che diventa una bandiera nel ’67, quando di nuovo vengono urtati gli interessi panarabisti e l’odiato problema dei confini si fa di nuovo avanti scompaginando ancora una volta il solito imbarazzo incarnato dall’accordo Sykes-Picot. Essere ebrei, nel ‘67, diventa un elemento di primario imbarazzo nel panorama europeo. L’ignoranza sulle radici indigene dello Stato nazione degli ebrei viene istituzionalizzato, il fatto che gli ebrei abbiano una storia che li connette a Israele da 3000 anni obliterato, resta in vista solo l’elemento della colonizzazione, l’oppressione, e molto presto si fa strada la nazificazione. Olof Palme è il primo dei grandi politici europei che paragona gli ebrei israeliani ai nazisti. Io stessa, quando andai a Vienna a intervistare Bruno Kreisky a casa sua, dovetti sentire un’apologia di Arafat in una mattinata d’ autunno che riempiva la sua piscina di foglie secche mentre lui scendeva lungo le scale su una sedia scorrevole. L’ ambasciatore israeliano in Svezia negli anni ‘80 Zvi Mazel descrive in termini molto drammatici l’antisemitismo svedese, la sua piramide politica ben strutturata fino ai massimi livelli e poi trasmessa attraverso le cariche istituzionali, i primi ministri, i ministri degli esteri. Mazel è l’ambasciatore che scaraventò in acqua un monumento elettrico che un artista svedese aveva esposto per eulogizzare una terrorista palestinese mostrandola come una vittima e una bellissima diva. In Italia Bettino Craxi, socialista, mentre costruiva una nuova sinistra che sostituisse il comunismo in via di fallimento, pure sceglieva il terrorismo palestinese come carta per garantire che il suo cuore restava dalla parte degli oppressi e dei rivoluzionari. Anche lui, come la ministra degli esteri svedese era convinto della legittimità del terrorismo palestinese, già in pieno swing, tanto da impegnarsi personalmente nel salvataggio degli assassini e sequestratori dell’Achille Lauro che avevano addirittura ucciso, con uno scopo dimostrativo di carattere puramente antisemita, Leon Klinghoffer, un vecchio ebreo su una sedia a rotelle, gettandolo in mare col suo apparecchio. Torniamo in Svezia, la nostra pietra di paragone: io stessa  mi sono trovata a guidare la commissione esteri del parlamento italiano e a sentirmi rispondere dal presidente della riunione delle commissioni esteri europee, ministro degli esteri svedese Carl Bildt nel luglio 2009, poco dopo che il giornale Aftenbladet aveva pubblicato un lungo articolo in cui spiegava che i soldati israeliani uccidono i giovani palestinesi per rubargli gli organi e poi farne commercio, che non esiste nessun antisemitismo in Svezia. Gli avevo chiesto che cosa intendesse fare per bloccarne l’evidente ondata. La sua risposta fu un deciso “nulla”. Il problema non c’era. E in effetti è così. Si tratta altrimenti di rivoluzionare l’intera costruzione ideologica dell’Occidente post bellico. La sua piramide culturale e politica è nel segno di una evidente marcia verso l’antisemitismo. La confusione dovuta anche all’ignoranza delle classi dirigenti con cui si è affrontato il problema delle nazioni, dei confini, della guerra, delle minoranze, dell’immigrazione, della condizione della donna si è trasformata in quella famosa “intersezionalità” per cui chi si batte per la libertà della condizione omosessuale, deve per forza essere anti-israeliano. Una follia, dato che Israele è uno dei Paesi più gay friendly del mondo? Certo, come del resto una quantità di altre stravaganze anti-israeliane, fra cui quella di essere un Paese genocida mentre il suo nemico si raddoppia triplica, quadruplica allegramente. Ma tant’è: Bildt quando diceva che non esiste l’antisemitismo in Svezia voleva dire che se c’era una vibrante critica allo Stato d’Israele, se persino lo si criminalizza, ciò è giustificata dalle azioni perverse che quello Stato, sin dall’atto della sua nascita, compie contro i palestinesi. Israele, per così dire, è la somma perfetta dell’ intersezionalità rovesciata, ovvero chiunque al fondo abbia il germe del trimillenario malanno che affligge l’umanità, può trovarne il germe in tutte le possibili lotte per i diritti umani. Imbarazzante? Moltissimo. Ogni organizzazione, anche quelle che come l’ Unesco dovrebbero dedicarsi a preservare la bellezza del mondo, hanno nella loro ispirazione onusiana internazionalista il paravento per la loro avversione agli ebrei. Quando scrivevo in anni molto lontani il mio primo libro sulle donne comuniste, restavo attonita e triste scoprendo che sin dal loro inizio le prime riunioni internazionali femministe, sempre sotto l’egida dell’URSS, mettevano in relazione la rivoluzione sociale necessaria in Sud America con i movimenti femminili mentre l’assemblea votava l’espulsione delle donne israeliane dal loro consesso. Quando da ragazzina tornai da Israele nel 1967, reduce da una permanenza al confine Neot Mordechai durante la Guerra dei Sei Giorni, fui scaraventata dal movimento studentesco, in lotta per la riforma dell’Università, fuori dall’aula magna del Rettorato dell’Università di Firenze perché venivo da una guerra di aggressione agli arabi. Negli anni ’90 dall’università del Maryland proveniva un testo di Patricia Hill Collins che disegnava una specie di rete per cui la sovrapposizione delle identità porta a una specie di oppressione sistemica : la battaglia di tutte le vittime è collegata nella radice stessa dell’oppressione, l’ingiustizia sociale!  Così la sinistra mondiale, che neppure si definisce come sinistra ha via via adottato sempre di più questo modello per cui un oppressore o presunto tale è il coacervo di tutti i mali, dall’odio anti-omosessuale allo sfruttamento economica. Israele incarna la connessione del tema dell’identità col potere, e da là a farne l’assassino cieco di bambini palestinesi il passo è breve. La cosiddetta “grande marcia del ritorno” dei palestinesi di Hamas, un’organizzazione terrorista che uccide, quella sì, donne e bambini innocenti e teorizza l’antisemitismo, è vista in maniera identica alle manifestazioni dei neri d’America, alle masse di immigrati disperati, tutti perseguitati dai privilegiati, dai potenti. Così gli ebrei sono tornati nell’empireo degli sfruttatori e dei mostri dopo le sofferenze della Shoah. Quella è acqua passata, e spesso esagerata. La battaglia contro l’ antisemitismo si espande dunque dalle tre D (delegittimazione, demonizzazione, double standards), genocidio, colonialismo, apartheid… Queste sono le bandiere del nuovo antisemitismo. Gli ebrei sono i nazisti moderni, e quindi non si meritano di esistere, tantomeno come Stato nazione, di per sé un’identità che incarna il potere, la prepotenza, l’espulsione dei miseri. L’ideologia dei diritti umani si è posata non sul popolo di Israele, che è l’unico popolo indigeno nella terra che è la sua da 3000 anni, ma su quello dei vicini arabi, poveri del mondo. La maggiore delegittimazione degli ebrei percepita dal 90 per cento degli ebrei europei è quella dell’inversione della Shoah, come la chiamò Robert Wistrich. Israele è al centro di questo attacco antisemita, non la memoria della Shoah, né i costumi religiosi del popolo ebraico. Se chiederemo a Corbyn perché sia antisemita, risponderà che i suoi migliori amici sono ebrei, e che è semplicemente contro l’oppressione che Israele infligge ai palestinesi. Se gli si chiederà perché tuttavia è amico di Hamas, la risposta invocherà i valori della resistenza contro l’oppressione. Questa è la bandiera europea dell’antisemitismo odierno, qui si combatte la battaglia. E di nuovo il centro è Israele, attaccato sì, ma forte: lo Stato degli ebrei oggi esiste per difenderli in tutto il mondo. E’ rafforzandolo ulteriormente che si batte l’antisemitismo. (Fiamma Nirenstein, L’ alleanza tra sinistra e islam che sfocia nell’ antisemitismo. Il Giornale, 20 luglio 2019)

E dal 20 luglio 2019 al 19 luglio 2020: riporto un brano da un altro articolo di Fiamma pubblicato su Il Giornale, “Da vittime a carnefici”

…I muri di fronte ai quali passavano le masse che buttavano giù le statue e contestavano la schiavitù (peraltro innanzitutto promossa dal commercio arabo e ancora oggi esistente in 5 Stati islamici) si sono riempite di scritte antisraeliane e filo palestinesi. I dimostranti in un sobborgo di Los Angeles urlavano “kill the Jews”, le sinagoghe sulla strada in varie città sono state riempite di scritte: “Free Palestine”. Una famosa attivista palestinese, Linda Sarsur, capo del BDS e della famosa “Marcia delle donne” oltre che molto simpatetica verso il terrorismo, ha detto che palestinesi contro israeliani (e certamente lobby ebraica), e neri contro il privilegio e l’oppressione bianca… è la stessa cosa. E’ un allargamento di massa dell’antisemitismo, obbligatorio per chi è contro l’oppressione. E’ di moda: lo si è letto in questi giorni in moltissimi tweet di attori, cantanti, sportivi. E viene sulla scia di quella invenzione propagandistica tanto bugiarda quanto geniale, ovvero che Israele sia un Paese di apartheid.  Non perderò qui tempo a spiegare perché non lo è… (Fiamma Nirenstein, Da vittime a carnefici, Il Giornale, 19 luglio 2020)

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Alberto, Fiamma, Simona, Susanna e Wanda Nirenstein, Come le cinque dita di una mano. Storie di una famiglia di ebrei da Firenze a Gerusalemme

Informazioni su Velia Loresi

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