Nel tempo e nello spazio

Ho cercato delle foto di Baranow, una piccola città nella lontana Polonia, volevo farmi un’ idea dello shtetl dove il piccolo Alberto, a tre anni,  ha perso la mamma. Di lei Alberto ha un ricordo vago, che riaffiora appena quando guarda la piccola Simona.

Succede talvolta che un’ immagine pensosa di mia figlia mi proietti lontano nel tempo e nello spazio  e mi riporti con la memoria a delle cose e a degli elementi che sono senza dubbio i componenti della mia personalità, dell’ acuta spirale della mia vita.

Baranow

Baranow, Il Castello

Ho trovato di Baranow solo poche immagini, quasi tutte del castello. Nello shtetl di Baranow, negli anni dopo la Prima guerra mondiale vive Alberto. La sua famiglia ha un negozio di attrezzi agricoli ed è la nonna che la mattina accoglie i contadini i quali hanno bisogno di roncole, alla vigilia del raccolto, oppure devono acquistare un secchio per la mungitura o una lima per affilare la falce. La nonna è la figura che maggiormente è rimasta scolpita nella memoria di Alberto, è stata lei a fargli conoscere il mondo fuori delle mura di casa.

…un mondo vero, esterno, con ondate violente di aria fresca, con bestemmie, parolacce e puzzo di vodka e di salsicce salate, un mondo così contrastante con la sua figura morale di donna ebrea tradizionale, che lei immagino abbia però amato e sentito.

Alberto Nirenstein

…“Ricordo discussioni furiose su tanti argomenti, era molto ebreo e molto ateo, agnostico in sostanza. Era un comunista e un sionista. Era molto bello parlare con lui – continua la Nirenstein appassionandosi nel raccontare alcuni frammenti del passato – ricordo che mi prendeva in giro per il mio modo di parlare l’ebraico. Mio padre parlava un bellissimo ebraico, un ebraico letterario, colto molto simile a quello di Bialik. Era un uomo modestissimo adorava parlare con gli umili, soprattutto con loro. Gli piaceva parlare con la gente diretta e semplice, raccontare e ascoltare piccole cose, era il preferito delle signore giornalaie, dei vicini agricoltori della casa del mare, del barista. Gli piaceva camminare in piena natura ancora più che in mezzo alle opere dell’uomo, che pure amava e ci mostrava con passione”.
La vita di Albert Nirenstein spicca per la sua singolarità. Nasce nel 1915 in uno shtetl polacco a Baranow un paese che si trovava fra Lublino e Varsavia in una data che non è possibile reperire perché la metodicità nazista ne ha cancellato l’anagrafe, come pure lo stesso paese è sparito dalle carte geografiche dopo che l’invasione nazista lo rade al suolo. Gli anni Venti e Trenta forgiano il suo impegno politico, il sionismo e il comunismo ed il sogno, come tanti giovani ebrei dell’epoca, di uno Stato socialista e binazionale, arabo-ebraico in Palestina. Nel ’36 parte e per vie avventurose traversando strade impervie a piedi, su vecchie ferrovie, giunge a Haifa.
Nella Palestina del Mandato britannico, lastrica strade per mantenersi agli studi, che conclude con successo, all’ Università Ebraica di Gerusalemme.
E’ la sua fortuna: durante la Shoah tutti i suoi cari vengono uccisi. «Non ho un album di famiglia da consultare e non possiedo materiale visivo per i miei ricordi» osserverà infatti in un appunto… (Dall’ articolo  di Lucilla Efrati “Alberto Nirenstein, laico per scelta, ebreo nell’ anima” ,  Attualità, 29/10/2009

Una grande, dolce e dolorosa tristezza il ricordo di  quegli anni raccontati da Alberto Nirenstein nel libro Come le cinque dita di una mano. Lo scrittore ricorda le trattative che la nonna, con fare lento e cerimonioso, conduceva con un contadino per l’ acquisto di un vomere per l’ aratro. Bellissimo e prezioso questo passaggio che devo assolutamente conservare nel mio angolo.

Il linguaggio dei due era certamente molto diverso, dato che la venditrice, così svelta nel recitare le lunghe preghiere in ebraico antico, sapeva a malapena parlare il polacco, che “yiddishizzava” con una naturalezza sconvolgente. Però tutti e due si intendevano a perfezione: la nonna intuiva al volo tutte le sfumature fortemente dialettali nelle esigenze poste dal contadino circa la qualità del suo aratro; lui da parte sua comprendeva e accettava le assicurazioni e le conferme di quella donna che aveva un altro Dio, un’ altra lingua, un altro codice morale, altre feste e altri simboli. Nonostante appartenessero a due mondi così differenti, nel momento della trattativa la nonna e l’ acquirente di turno erano molto vicini e riuscivano a capirsi forse meglio di quanto normalmente facciano coloro che adorano lo stesso Dio e parlano la stessa lingua.

Alberto Nirenstein con la moglie Wanda Lattes. Durante la Seconda guerra mondiale si arruolò nelle Brigate Ebraiche della VIII armata britannica in qualità di ufficiale. Fu prima impiegato in Africa e dal 1943 sul fronte italiano dove, risalendo la penisola conobbe  Wanda Lattes. Nel 1958 pubblicò il libro “Ricorda cosa ti ha fatto Amalek”.

Il sabato la nonna legge per molte ore il capitolo settimanale della Torah, in una buffa traduzione a metà fra lo yiddish e un cerimonioso tedesco medievale.

La massiccia lettura della Bibbia in traduzione yiddish era –almeno così penso- una specie di rivalsa delle donne sugli uomini che, spogliatisi di ogni laicismo delle giornate feriali, navigavano dalla mattina alla sera in lungo e in largo nel “mare del Talmud” e negli innumerevoli commenti alla Sacra Scrittura. Nella giornata di sabato, ogni salotto di una media casa ebraica di quei tempi somigliava un po’ a un cenacolo conventuale, con enormi volumi di Talmud e di altri scritti religiosi di ogni genere (Anche la Guida degli smarriti di Maimonide) aperti sul grande tavolo coperto da una tovaglia bianca. In mezzo a tanta scienza, a tanto scolasticismo, a tanto misticismo, sedeva il padrone di casa (“di sabato ogni ebreo è un re”), che leggeva con una voce cantilenante.

L’ autore ricorda i preparativi per Pesach che iniziavano già tre o quattro settimane prima della festa.

…lo shtetl cambiava fisionomia. Diventava una grande officina, con decine, o forse centinaia di forni per la preparazione, confezione e cottura delle mazzoth, i pani azzimi che si cuociono e mangiano per otto giorni in ricordo del pane non lievitato che nutrì il popolo durante la fuga dall’ Egitto. Ogni famiglia aveva il suo forno preferito dove ordinare la quantità delle azzime che pensava di consumare per gli otto giorni della festa. Il giorno della cottura delle mazzoth le famiglie mandavano le proprie donne (in qualche caso anche i maschi) in aiuto al fornaio. Terminata la preparazione, tutti i familiari accorrevano dal fornaio con una buona quantità di tovaglie pulite (i più poveri anche con delle lenzuola) per portare a casa le proprie mazzoth.

Arriva infine la vigilia di Pesach.

Le famiglie stanche della fatica compiuta per parecchie ore, consumavano allora la leggera merenda prepasquale con  la traquillità di chi con il fuoco e con i vapori bollenti ha scongiurato il hametz (il cibo lievitato proibito durante il Pesach) che si annidava nelle “pieghe” delle casseruole e dei tegami che, se non purificati (“kosherati”) dai vapori bollenti, avrebbero potuto contaminare la purezza della primaria festa ebraica che perdura dai tempi di Mosè, cioè da  oltre tremila anni.

E dopo Pesach, la festa allegra e chiassosa di Shavuot.

Il tono mondano a tanta allegria, lo dava un bicchierino di estratto di ciliegie amorosamente preparato e custodito dalla massaia di ogni casa ebraica. Fingendo di essere ubriachi i festaioli pentecostali si lanciavano in scoordinati salti hip-hop! alla maniera dei contadini delle tante campagne cristiane, che incuriositi guardavano lo shtetl ebraico così vicino e così lontano…

Ricordi di un mondo, quello dello shtetl scomparso per sempre, regalati da Alberto Nirenstein alle figlie e a noi.

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Alberto, Fiamma, Simona, Susanna e Wanda Nirenstein, Come le cinque dita di una mano. Storie di una famiglia di ebrei da Firenze a Gerusalemme.

Informazioni su Velia Loresi

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