Molteplice e contraddittoria politica

Gli argomenti trattati nelle ultime cinque costituzioni del Concilio del 1215 sono le usurae percepite dagli ebrei, la differentia che l’ abito deve indicare, l’ attribuzione di ruoli pubblici agli ebrei, l’ obbligo per i convertiti di non continuare a praticare i riti ebraici e il dovere per gli ebrei di non percepire gli interessi sui prestiti a persone in partenza per la crociata. Nonostante tutto questo, gli ebrei appaiono pienamente appartenenti all’ universo cristiano tanto teologico quanto sociale. Niente, in realtà, di più ambiguo e politicamente interpretabile.

…la molteplice e contraddittoria politica delle città nei confronti degli ebrei titolari dei banchi di prestito dovrà essere messa in rapporto con la profonda ambivalenza del testo conciliare, che ammette e codifica la presenza ebraica eppure allo stesso tempo, pur proteggendola, la contraddistingue come minoranza assoggettata.

Nella produzione epistolare di Innocenzo III prima del quarto Concilio lateranense si insisteva sullo scandalo costituito dal mescolarsi della società ebraica e cristiana e dalla renitenza degli ebrei a pagare le decime alle chiese, segnali di dissidenza, di insolentia, e abhominationes da combattere risolutamente. Il 1215 segna anche la conclusione della prima fase della crociata contro gli Albigesi e la proclamazione definitiva del dovere di combattere con le armi tutti gli eretici. E tuttavia il riferimento agli ebrei nel quarto Concilio non afferma una inesistente specializzazione usuraria degli ebrei, e neppure ha a che fare con la polemica antiebraica intesa come polemica economica come avverrà dopo il 1420 nell’ ambito della battaglia, promossa dai francescani  contro l’ attività dei banchi ebraici di prestito, che porterà alla fondazione dei Monti di Pietà.

San Tommaso d’ Aquino. “Ancora alla fine del Duecento, del resto, Tommaso d’ Aquino, rispondendo probabilmente a Margherita di Costantinopoli contessa di Fiandra riguardo al modo in cui i poteri cristiani avrebbero dovuto gestire le presenze ebraiche, dichiarava come cosa nota a tutti che gli ebrei italiani non vivevano di prestito a interesse ma di molteplici attività professionali.” (da: Gli ebrei nell’ Italia medievale)

Ciò che inquieta il Concilio è la manifestazione di una società ebraico-cristiana pericolosa proprio perché poco visibile; si teme la fragilità della fede della “gente comune”, dei simplices e rustici. Le conclusioni del Concilio lateranense vengono pienamente condivise dai governi italiani locali sia al Sud che al Centro-Nord.

…la moltiplicazione degli insediamenti ebraici e l’ apparizione sempre più fitta, dalla fine del Duecento, di banchi di prestito gestiti da banchieri ebrei ufficialmente riconosciuti dai poteri locali avvenivano quindi sullo sfondo sociale e relazionale stabilito dal Concilio del 1215. L’ approccio alla presenza ebraica da parte cristiana veniva determinato a questo punto dalla nuova attenzione che i poteri italiani, in primo luogo quello papale, cominciavano a manifestare per il significato che oggi diremmo politico degli ebrei in Italia.

Rieti, via Moisè di Gaio. 

Mosè ben Isaac da Rieti, detto anche Moisè di Gajo, è stato un medico, poeta e filosofo italiano di origini ebraiche. Nacque nel 1388 a Rieti, figlio del banchiere Gaio Isaac che lo istruì nel Talmud e nella letteratura ebraica. Mosè da Rieti e suo padre Gaio sono i capostipiti della famiglia ebraica Rieti (cognome diffuso anche all’estero, dove si è corrotto in Rietti). A Perugia portò a termine gli studi in medicina; tornò a Rieti dove aprì un banco di prestito ed esercitò la professione di medico. Morì a Roma nel 1460. A Rieti  gli è stata intitolata una strada del centro, traversa di viale Canali.

Fu autore di diverse opere poetiche, di filosofia e di medicina, sia in italiano che in ebraico. La sua opera più conosciuta è il poema in terzine Mikdash Me’at , “Piccolo Santuario”, ispirato alla Divina Commedia di Dante.

Si moltiplicano i banchi di prestito e l’ imprenditorialità creditizia viene incoraggiata e facilitata dai poteri politici.

L’ istituzione di banchi di prestito in città come Venezia, Pisa, Pavia, Lucca determina una nuova visibilità pubblica degli ebrei, ciò non significa che la precedente e successiva storia della comunità ebraica della città abbiano  per questo minore importanza storica. Si dovrà dunque ricollocare la storia del prestito a interesse e dei banchi trecenteschi e quattrocenteschi nella trama di un vissuto comunitario plurisecolare. Se le notizie riguardanti gli insediamenti ebraici fino al XIII secolo sono assai frammentarie, esse consentono comunque di affermare l’ esistenza di presenze ebraiche. E di certo, la comparsa di prestatori ebrei non è da pensarsi come un’ improvvisa apparizione senza passato.

Questo è vero anche per la città di Roma.

…si è spesso voluto assegnare all’ aspetto economico e creditizio della storia ebraica di Roma un significato preponderante. Poiché anche in questo caso, nonostante l’ indubbia antichità e l’ evidente complessità culturale, religiosa e rituale della storia degli ebrei romani, la storia ebraica ci è giunta attestata in modo discontinuo e frammentario fino al XII secolo, e anche fra XIII e XIV essa è stata narrata, dalle fonti ebraiche e cristiane, conciliari e rabbiniche, cronachistiche e letterarie, epigrafiche e filosofiche, soprattutto per quanto riguarda la vita interna della comunità, e in modo non fluido, sono stati in definitiva il mondo dei banchieri ebrei e delle loro migrazioni verso l’ Italia centrale, la sfera de credito al consumo che essi praticavano e i loro rapporti con le città umbre, marchigiane toscane e con la Curia papale a determinare nettamente l’ immagine storica del mondo ebraico romano e laziale.

In questo quadro, la cultura talmudica degli Anaw, la poesia di Immanuel Romano, il pensiero filosofico di Giuda Romano, gli scritti poetici, filosofici e medici di Mosè di Isacco di Rieti non hanno contato molto nella ricostruzione dell’ ebraismo romano.

Quando i signori delle città o dei comuni intendono offrire i servigi di un banco ebraico, conducono entro le proprie mura un ebreo.

La condotta era quindi la patente di esercizio, e nello stesso tempo il codice che regolava i reciproci rapporti fra governo e banchiere ebreo.

L’ intensa presenza di prestatori a interesse cristiani (i Lombardi, i Caorsini) e l’ estrema sottigliezza con cui viene affrontata la questione del prezzo del denaro in modo da potere nello stesso tempo proibire l’ usura  e legittimare le transazioni creditizie, non mette in crisi l’ idea che gli ebrei avrebbero monopolizzato il credito fra Tre e Quattrocento perché i cristiani per motivi etici non volevano o potevano farlo.

Tuttavia questa raffigurazione del diffondersi del prestito ebraico come conseguenza di una “delega” che la società cristiana avrebbe dato agli ebrei affinché gestissero una sezione dell’ economia, quella del credito minuto e quotidiano, l’ usura, che i cristiani avrebbero considerato immorale e impura, non regge alla verifica documentaria.

Semplificando, questo patteggiamento fra governi cristiani e prestatori o banchieri ebrei appare piuttosto una soluzione provvisoria al problema della differenza fra credito alto gestito da gruppi vicini al potere governativo e prestito al consumo che i ceti bancari cristiani riescono a gestire solo in parte. Da questa differenziazione deriva un aumento del prezzo del denaro e di conseguenza la caduta del potere d’ acquisto della maggior parte dei cittadini, il cosiddetto populus.

…questi nuovi potentati civici sempre più identificabili con minoranze economicamente potenti produssero e diffusero l’ idea stando alla quale la soluzione della carestia monetaria e cioè del malfunzionamento degli scambi stava nell’ affidare la gestione del prestito al consumo a una minoranza straniera, non cristiana, infedele, e in quanto tale tradizionalmente percepita e pubblicamente rappresentata come tesaurizzatrice di ricchezza facilmente spendibile in conseguenza della sua condizione itinerante (ma anche a causa di un’ avaritia ritenuta caratteristica dell’ identità non cristiana degli infedeli), e al tempo stesso come agevolmente controllabile e tassabile in ragione della sua debolezza politica.

Ma tutto ciò non fa che aggravare il problema del crescente impoverimento delle popolazioni, facendo anche dei banchieri gli apparenti responsabili delle politiche economiche promosse dai governi locali.

…i commercianti e prestatori ebrei che gestivano il credito al minuto su base locale cominciarono a essere descritti tanto in sede legislativa quanto in sede teologico-morale come l’ origine di un disordine sociale pericoloso per la salute degli organismi civici cittadini che, nello stesso tempo, le fortune dei grandi mercanti cristiani e delle istituzioni sacre sembravano invece riassumere positivamente.

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Capitoli di_m._Bosone_da_Gubbio_e_di_Jacopo Alighieri sulla Divina Commedia di Dante Alighieri   

 (E’ in questo e-book, copia di un libro su Bosone da Gubbio, che ho trovato i sonetti di Immanuel Romano)

Immanuel Romano (noto anche come Manoello Giudeo), nato a Roma nel 1261, è stato un poeta italiano e un uomo di cultura di religione ebraica. Le sue composizioni sono state scritte in lingua ebraica, in latino e in volgare.

In gioventù Immanuel Romano studiò con il medico Benyamin ben Jeḥiel e questo ha fatto ritenere che abbia anche esercitato la professione medica. Senz’altro a Roma compì studi rabbinici. Scrisse poesie d’amore, satiriche e di vario genere che riunì nell’opera in ebraico Mahbārōt.

A Verona fu in diretto contatto con la corte di Cangrande Della Scala, forse proprio negli anni in cui vi soggiornava anche Dante Alighieri.  I due si sarebbero conosciuti, e anzi sarebbero stati amici; si potrebbe anche identificare con Dante il personaggio di nome Daniele che accompagna Immanuel nel viaggio tra l’inferno e il paradiso oggetto dell’ultima maḥberet.

Immanuel compose anche alcune poesie in italiano. A Bosone da Gubbio inviò un sonetto in occasione della morte di Dante

Io, che trassi le lagrime del fondo

Dell’ abisso del cor, ch’ en su l’ envea,

Piango ch’ il fuoco del duolo m’ ardea

Se non fosser le lagrime in ch’ abondo.

Che la lor piova a mortal profondo

Ardor, che del mì mal fuor mi trahea,

Per no morir, per tener altra vea,

A percoter sto forte el nò ha fondo.

Et ben può pianger Christiano et Giudeo,

E ciaschedun sedere in tristo scanno:

Pianto perpetual m’ è fatto reo.

Perch’ è m’ accorgo che quel fu il malanno:

Sconfortomi ben ch’ i veggio che Deo

Per invidia del ben fece quel danno.

Bosone rispose con il sonetto Duo lumi son di novo spenti al mondo.

Altri tre sonetti di Immanuel trattano della natura di amore.

 Amor non lesse mai l’Ave Maria,

Amor non tenne mai legge, nè fede;

Amor é un cor, che no ode nè vede,

E no să mai che mesura se sia.

Amor è una pura signoria,

Che sol si ferma in voler ciò che chiede:

Amor fa come pianto che provede,

E sempre retrase per ogni via.

Amor no lassò mai per Pater nostri,

Nė per incanto suo gentil orgoglio,

Nè per tema di giunte per che giostri.

Amor sa quello , di che più mi doglio,

Che no s’ attene a cosa ch ‘ io gli mostri,

Ma sempre mi sa dir: pur così voglio.

e dell’indifferenza nei confronti della passione politica o religiosa

Io steso non mi conosco, ogn’om oda e Se san Pietro e san Paul da l’una parte.

Tra le poesie italiane di Immanuel, il testo più significativo è senz’altro il Bisbidis, un componimento assimilabile al genere della frottola scritto dopo il 1312, ossia dopo l’inizio del soggiorno presso la corte veronese di Cangrande.

Il titolo è mutuato dalla trentesima quartina nella quale sono riportati, in forma onomatopeica, i discorsi della donne di corte: “Bis bis bis, – bisbidìs disbidìs, / bisbisbidis – udrai consigliare”. La frottola descrive la corte veronese di Cangrande attraverso l’evocazione dei suoni che in essa si possono ascoltare e che sono riprodotti con l’uso insistito dell’onomatopea. (informazioni da wikipedia)

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Giacomo Todeschini, Gli ebrei nell’ Italia medievale

Informazioni su Velia Loresi

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