Un contrassegno

 Le lettere di Alessandro III indirizzate, fra il 1160 e il 1180, a vari poteri europei ecclesiastici o laici, confermano d’ altronde con chiarezza la sua volontà di portare avanti l’ ormai classica politica pontificia riguardante gli ebrei, in equilibrio fra una garanzia di protezione costantemente rinnovata e in seguito fatta propria da Clemente III e dai suoi successori nel Duecento, e l’ interdizione agli ebrei di occupare cariche pubbliche, di avere servi cristiani e di testimoniare contro i cristiani.

Si conferma la condizione ambigua degli ebrei, non esclusi ma nemmeno pienamente inclusi nella società italiana. Fra il XII e il XIII secolo, le attività finanziarie e in particolare il prestito a interesse vengono praticate indifferentemente da ebrei e cristiani. La legislazione cristiana riguardo all’ usura si precisa nella prima metà del XIII secolo in riferimento alle spedizioni crociate. E’ volontà dei pontefici facilitarne la realizzazione alleggerendo i crociati dal dovere di restituire gli interessi sui prestiti contratti.

In una lettera al vescovo di Narbonne, Innocenzo III elabora una strategia in grado di favorire i crociati nei confronti di tutti i creditori, sia cristiani che ebrei. Nella Constitutio pro Iudaeis conferma la sua volontà di proteggere gli ebrei che tuttavia dovranno riconoscere il proprio ruolo nella società cristiana (nichil machinari praesumpserint in subversionem fidei christianae).

La vera e propria apparizione testuale degli ebrei come soggetti economicamente attivi in campo creditizio (ciò che non implica la loro presenza unicamente in questo campo) avviene soltanto nella prima metà del Duecento, in occasione di due manifestazioni legislative raramente messe a confronto: la costituzione 67 del quarto concilio Lateranense, nel 1215, e il Liber augustalis, ovverossia le Costituzioni di Melfi, emanate da Federico II imperatore nel 1231.

L’ argomento è complesso e forse, afferma Giacomo Todeschini, poco studiato. Il testo conciliare non va inteso come un divieto del prestito a interesse riguardante gli ebrei; esso affronta, piuttosto, il problema dell’ autonomia economica e amministrativa degli ebrei rispetto alle chiese. Si rivela il timore ecclesiastico che gli ebrei si manifestino come presenze autonome in grado di ignorare la giurisdizione fiscale delle chiese.

…analogamente nel testo delle Costituzioni di Federico II, seppure in toni diversi, la concessione agli ebrei di prestare denaro era accompagnata dalla precisazione del tasso di interesse che il sovrano riconosceva come lecito.

Il testo di Federico consente agli ebrei di prestare a interesse poiché appare certa da parte governativa la possibilità di controllare il prezzo del denaro.

Tuttavia la dovuta sottomissione all’ autorità superiore della Santa Sede viene messa in discussione dalla “perfidia”, un modo di credere e vivere in cui i presupposti linguistici e religiosi sono diversi da quelli cristiani.

L’ insistenza dei documenti sull’ insolentia degli ebrei, sulla loro protervia è la spia della difficoltà con la quale, in questo periodo di riorganizzazione delle relazioni economiche e politiche in Italia e in Europa, i poteri cristiani percepiscono l’ esistenza di gruppi che, pur riconoscendo l’autorità cristiana e obbedendole, seguono norme e adottano comportamenti diversi da quelli auspicati per una cristianità anche se ancora discorde e divisa.

Una conseguenza vistosa dell’ allarme che la partecipazione ebraica, in Italia e in Europa, alla vita dei mercati e delle città in fase di trasformazione commerciale e creditizia, stava creando sul principio del Duecento in ambiente pontificio è rappresentata dalla norma affermata negli atti del quarto Concilio lateranense riguardante l’ obbligo degli ebrei di portare sull’ abito un contrassegno che consentisse di distinguerli dalle popolazioni cristiane.

Le misure relative al segno distintivo sulle vesti, la proibizione di esercitare cariche pubbliche, di apparire in pubblico durante la Pasqua cristiana, la proibizione per un convertito di praticare la sua precedente religione manifestano con chiarezza l’ intenzione di far apparire la diversitas ebraica.

Miniatura tratta da una “Bible Historiale”, Bibliothèque Municipale, Troyes.

In seguito alle Crociate, l’usanza di imporre un codice di vestiario alle minoranze religiose si estese presto in tutta Europa. La regolamentazione definitiva avvenne l’11 novembre 1215, in occasione del Quarto Concilio Lateranense; papa Innocenzo III ordinò infatti che ebrei e musulmani dovessero indossare specifici capi d’abbigliamento per essere immediatamente distinguibili dai “buoni cristiani”, arginando così il rischio di relazioni fra individui appartenenti a fedi diverse. Il decreto, non specificando la natura o la tipologia di vestiario da indossare, lasciava però ampio margine ai detentori del potere temporale per regolamentare tali segni distintivi. Se in Italia il simbolo prese prevalentemente la forma di una toppa circolare sempre di colore giallo (con l’eccezione della Repubblica di Venezia, dove il colore scelto fu il rosso), infatti, gli ebrei spagnoli vennero identificati dal colore rosso; in questi territori, tuttavia, il distintivo venne reso obbligatorio solo sporadicamente.  (dal sito: “Folia magazine”)

…la presenza ebraica, oltre a essere comunque attestata in molte località diverse da quelle dei tribunali rabbinici, è, seppure irregolarmente, illuminata da fenomeni culturali e dalla produzione intellettuale di personalità conosciute e reputate. La presenza e l’ opera di Nathan ben Jehiel da Roma, Eliezer da Verona, Immanuel Romano fra XII e XIV secolo, le accademie talmudiche di Lucca e quelle di Otranto, gli elenchi di autorità talmudiche e rabbiniche riferiti da Beniamino di Tudela mostrano con chiarezza la vitale complessità del mondo ebraico italiano nella fase cruciale della cosiddetta “rivoluzione economica” medievale.

Alla fine del Duecento e agli inizi del Trecento, gli insediamenti ebraici si moltiplicano al Nord potenziando le comunità già esistenti e creandone di nuove. E ancora, la relazione ebraico-cristiana va definendo una forma di socialità economica e culturale assai diversa da quella esistente in area francese dove imperversa la polemica antitalmudica, sino al rogo del Talmud a Parigi nel 1240.

La maggiore diffusione dei gruppi ebraici dopo la metà del Duecento è considerata insieme un vantaggio economico per il mondo cristiano e un pericolo a causa della maggiore facilità con la quale i cristiani possono convertirsi all’ ebraismo. Verso la fine del XIII secolo, molti di questi gruppi si spostano da Roma verso il Nord; nello stesso tempo giungono in Italia altri gruppi di ebrei dalla Germania.

Il quadro e l’ immagine simmetrica della “corrente ascendente degli ebrei romani” e della “corrente discendente dei prestatori tedeschi” si sono affermati in effetti come il modello più diffuso e accettato di narrazione della vicenda ebraica italiana fra Due e Trecento.

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Giacomo Todeschini, Gli ebrei nell’ Italia medievale

 

 

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