La sua ribellione all’ orrore e all’ assurdo

1944. L’ Hauptsturmfürer Hans Aumeier ha convocato il fotografo Wilhelm Brasse, il suo tono è cordiale.

“Coraggio, Herr Brasse. Lei è tedesco, lo sappiamo bene. La sua ostinazione nel dichiararsi polacco le ha già procurato oltre tre anni di internamento. In questo periodo lei si è reso molto utile, lo ammetto, e di fatto sta già servendo la nostra causa. Ma noi non possiamo ignorare la sua vera natura, è per questo che stiamo combattendo la nostra guerra: perché ogni razza abbia il ruolo che Dio stesso le assegna. Negando di essere tedesco quando suo nonno e suo padre lo erano, lei smentisce questa elementare verità. E io non posso permettere che i migliori figli della Germania muoiano ogni giorno sul fronte russo combattendo contro i bolscevichi che anche suo padre ha combattuto, mentre lei se ne sta qui al caldo a scattare fotografie.”

1947, Hans Aumeier sotto processo a Cracovia

Sempre più vengono uccisi prigionieri mentre continuano ad arrivarne a migliaia. Lo sterminio non subisce alcun rallentamento e, nonostante i tedeschi non stiano ancora vincendo la guerra, aumentano le risorse ad esso dedicate.

Detenuta ebrea ad Auschwitz

Ma, quando osserva le foto dei mucchi di cadaveri bruciati in fretta all’ aperto perché i forni crematori non bastano, Brasse non riesce più a tenere a bada i suoi pensieri.

…era vivo, e con la prospettiva di poter sopravvivere ancora. Dunque valeva davvero la pena di unirsi alla resistenza come aveva ormai deciso di fare? Sua madre voleva certo rivederlo, e così i suoi fratelli, la sua gente. Era il caso di pensarci ancora? Lui aveva già fatto la sua parte: aveva difeso il suo onore di cittadino polacco, aveva salvato qualche vita arruolando compagni nel Servizio Identificazioni, aveva evitato alcuni eccessi, condiviso il cibo, trattato con umanità prigionieri disperati. Poteva fare di più? Doveva farlo?

Brasse vuole vivere ma questo non gli basta, vuole fare qualcosa di buono.

Per questo aveva passato alla resistenza le informazioni riservate sull’ operazione dei dollari e i nomi di chi usciva per andare a combattere i ribelli. Ora che l’ aveva fatto, i dubbi se ne stavano andando. Stava bene, ecco tutto. Stava vivendo, finalmente, la sua ribellione all’ orrore e all’ assurdo.

Wilhelm Brasse

Dall’ articolo di Francesca Paci su La Stampa, “Brasse, il fotografo di Auschwitz”, 28 gennaio 2014:

…Quando nel dicembre 1944 la fine appare prossima e gli alleati vicini il fotografo di Auschwitz rompe gli indugi e oltre ad aiutare come può la resistenza passando informazioni dall’interno progetta il più ambizioso dei colpi, salvare le foto e farle uscire dal campo per i posteri, perché possano credere l’incredibile guardando i volti dei morti viventi e quelli dei carnefici gelidi come l’SS che pur sforzandosi di sorridere riesce solo ad abbozzare un ghigno. Spera, dice a se stesso, che i russi ne facciano buon uso. Nel frattempo sì è innamorato. Lì, nel vuoto dei sentimenti annullati dell’odio, lui si innamora di Baska, le regala una foto di fiori mentre l’odore di carne bruciata incombe sul campo. Non c’è tempo per l’ amore, tra i mucchi di cadaveri che crescono nonostante i tedeschi stiano perdendo la guerra e i bombardamenti dei vincitori si avvicinano. Eppure lui, anche per vivere, ama. Baska sparisce. L’ andrà a cercare alla fine della guerra, quando tutto sarà archiviato sull’ altare della sconfitta del nazismo, ma lei lo caccerà via muta e furiosa per essere andato a ricordarle Auschwitz. L’ amore come l’ arte, non sopravvive ad Auschwitz. Non restano che le foto, la memoria degli occhi dei condannati che ieri come oggi impedisce di chiudere i propri.

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Luca Crippa-Maurizio Onnis, Il fotografo di Auschwitz. Il mondo deve sapere.

 

  

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