Animali chiusi nel bunker

Non voglio conservare in questo mio spazio le scene orrende narrate nel libro Il fotografo di Auschwitz. Gli autori Luca Crippa e Maurizio Onnis hanno ricostruito la vita di Wilhelm Brasse nel blocco 26 di Auschwitz partendo sia da un’ intervista televisiva del 2005 che dal libro Wilhelm Brasse Photographer 3444 Auschwitz 1040-1945, che raccoglie la testimonianza diretta del fotografo.

E così accenno soltanto alla morte dei due, un uomo e una donna, che hanno tentato la fuga dal campo ma sono stati riacciuffati; alla fine orrenda di duecento soldati dell’Armata Rossa; al momento in cui Brasse scopre che il fratello di sua madre, lo zio Lech di Katowice, il fotografo che lo ha preso con sé  quando Brasse aveva quindici anni, l’ uomo tranquillo che gli ha insegnato il mestiere, è morto, lì ad Auschwitz.

L’ Oberscharfürer Walter cerca, inutilmente, di convincere il fotografo ad riconoscere la superiorità della “razza germanica” e la bontà del nazismo.

La SS si chinò in avanti e avvicinò il volto a quello di lui, fissandolo.

“Lei è mio schiavo, Brasse, ha detto bene. Ma io non mi accontento del suo corpo. Io voglio anche la sua mente. Voglio essere il padrone della sua coscienza, del suo animo, delle sue emozioni.”

Il fotografo si ritrasse: “Perché?”

“Perché lei è uno dei nostri. Ha padre e nonno austriaci: è ariano. E io la voglio, la voglio! Ricorda? Glielo dissi già un anno fa, quando la presi a lavorare con me.”

“Io sono polacco…”

Gli occhi di Walter erano neri e durissimi.

Brasse sa bene che la sua sopravvivenza nel campo è legata alla sua abilità di fotografo. Si sente al sicuro solo nel suo studio e nella camera oscura. Walter incalza:

La vostra vita e la vostra morte sono nelle nostre mani. Se ne convinca davvero e troverà facile regalarmi il suo cuore. Io lo tratterò bene: gli darò la fierezza e l’ orgoglio che non ha mai avuto. Venga con me e le darò il mondo…”

Maggio 1944, Selezione dei deportati

E dunque, per fare i ritocchi ai ritratti che continuamente le SS gli chiedono, Brasse si fa portare un nuovo obiettivo Zeiss, un tavolo per disegnatori, matite e pennelli, che verranno requisiti a Katowice.

Maggio 1944, Birkenau, Effetti personali requisiti ai prigionieri appena arrivati.

Quando compare nello studio Franz Schobeck, il potente capo del Kanadienkommando, la squadra incaricata di immagazzinare e redistribuire il cibo e ogni altro bene confiscato ai deportati sulla rampa di Birkenau, Brasse può assicurarsi razioni extra di cibo per sé e per i suoi amici.

Maggio 1944, Birkenau, Ebrei presso la camera a gas numero 4.

Poi un giorno Walter accompagna nello studio il suo superiore, l’ Untersturmfürer Maximilian Grabner, capo dell’Ufficio Politico e dell’ intero Servizio Identificazioni.

…era un uomo accompagnato da una macabra fama, soprattutto tra i polacchi, perché il suo compito principale consisteva nell’ eliminare l’ intellighenzia della nazione sottomessa nel 1939: lo ripeteva continuamente ai subordinati, che provvedevano a diffondere nel campo la parola d’ ordine suscitando il terrore tra i deportati.

Grabner desidera farsi un ritratto e Walter lancia a Brasse occhiate che vogliono dire: “Fammi fare bella figura!”  Il fotografo indica a Grabner la sedia  girevole.

Tutti videro Grabner montare sulla sedia che aveva accolto il deretano di ebrei, zingari, criminali, asociali e reietti di mezza Europa, e tennero il fiato sospeso. Sperando per un attimo che, come nelle favole, un incantesimo trasformasse il loro aguzzino in un porco. Ma non accadde nulla del genere.

Grabner rimase Grabner: piccolo, magro, segaligno, bianco e ariano.

Con uno sguardo soddisfatto la SS si rivolse a Brasse: “Comoda questa poltrona. Sono pronto!”.

Gli occhi dell’ uomo, di fronte all’ obiettivo, sono freddi, i lineamenti rigidi. Brasse gli chiede di pensare al paesino della Foresta Nera dove Grabner ha vissuto a sua infanzia. Poi preme il pomello di scatto. Ma subito dopo Grabner è pronto a riaffermare il suo potere e il suo istinto di cacciatore si risveglia.

“I nemici della Germania sono gli animali chiusi nel bunker…”

Nel bunker, dice, c’ è molto spazio ed egli ha voglia di dare una bella ripulita al Kommando.

Maximilian Grabner (1905-1947), capo dell’ Ufficio Politico del campo, nel raffinato ritratto ripreso da Wilhelm Brasse. Era il diretto superiore di Bernhard Walter, capo del Servizio Identificazioni.

Dopo l’ appello, Brasse tornò in studio per sviluppare e stampare la fotografia del sottotenente. Quando l’ ebbe tra le mani la osservò con attenzione. Aveva fatto davvero un buon lavoro, trovando soprattutto il giusto equilibrio tra luci ed ombre. Ma a colpirlo furono gli occhi dell ’uomo. Lo sguardo dell’ ufficiale era aperto e sereno, così come lo aveva visto attraverso il mirino. Non si era sbagliato. Aveva scoperto in lui una parvenza d’ umanità. Poi ripensò alle sue parole.  E provò vergogna per il moto di simpatia che gli aveva ispirato. Per un momento, il suo cuore l’ aveva legato al carnefice.

Lasciò cadere la fotografia, come se scottasse, e si ritrasse.

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Luca Crippa-Maurizio Onnis, Il fotografo di Auschwitz. Il mondo deve sapere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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