Una fiamma tenace, ben decisa a non spegnersi

Il giovane Wilhelm Strasse vive in Polonia, a Żywiec; la madre è polacca, il padre e il nonno sono austriaci. Nel 1939, dopo la conquista della Polonia da parte dei tedeschi, le SS propongono a Wilhelm di entrare nella Wehrmacht ma il ragazzo rifiuta e continua ad apprendere il lavoro di fotografo nello studio dello zio a Katowice. Il 31 agosto dell’ anno successivo viene internato ad Auschwitz. Ha 22 anni. In un lungo, terribile inverno assiste ad atroci scene di uccisioni dei prigionieri, che si sforza di dimenticare per poter sopravvivere.  Il 15 febbraio 1941 viene convocato con altri fotografi nell’ Ufficio Politico del maresciallo delle SS, l’ Oberscharfürer Bernhard Walter. Viene scelto per lavorare come fotografo nell’ Erkennungsdienst, il Servizio Identificazioni del campo. Non solo, a differenza degli altri,  conosce il tedesco ma ha anche un altro vantaggio, come Walter, che sarà il suo nuovo capo,  gli fa notare.

…lei, nonostante si dichiari tenacemente polacco, è figlio e nipote di austriaci. Io ho il dovere di guardare con attenzione e responsabilità agli ariani. Anche a quelli che non ne vogliono sapere…

Wilhelm Strasse

Luca Crippa e Maurizio Onnis hanno ricostruito nel libro “Il fotografo di Auschwitz” ciò che avveniva nell’ Erkennungsdienst sulla base di testimonianze e documenti. La prima scena del libro mostra Brasse nel suo studio assieme al suo tecnico di laboratorio Franek. L’ Oberscharfurer gli ha consegnato un rullo di pellicola fotografica da sviluppare. Brasse ha appeso le stampe di grandi dimensioni ad un filo ad asciugare. Nel pomeriggio torna ad osservare le foto scattate ed è soddisfatto.

Aveva davvero realizzato delle stampe perfette, tagliando perfino qualche inquadratura per migliorare i mediocri scatti del tedesco. E ora stava lì, a osservare il volto di quella donna, a lasciarsi fissare dai suoi occhi.

Quegli occhi piangevano senza lacrime.

Le pupille nere e profonde erano piene di terrore e di disperazione.

Le palpebre erano spalancate, lo sguardo sgranato.

Più in basso, una piega delle labbra diceva quanta paura provava la donna. Aveva visto qualcosa: forse un cadavere, forse un beccaio che ammucchiava corpi su corpi. Brasse capì in un secondo dove si trovava e quando era stata ritratta.

La camera a gas. La donna era all’ ingresso della camera a gas.

In quegli occhi Brass vede paura, sbalordimento, la consapevolezza di quello che presto accadrà.

Wilhelm Strasse, foto di una detenuta di Auschwitz. Abbozza un sorriso davanti al mirino della Zeiss.

Un altro prigioniero, un polacco: Brasse lo invita a tenere gli occhi aperti e a mantenere la posa, poi scatta la foto.

Quando rialzò lo sguardo, il prigioniero era ancora come l’ aveva visto attraverso le lenti, immobile, perso nei suoi pensieri. Aveva speso tanto tempo nel metterlo in posa e ora quello non tornava alla realtà. Brasse lo osservò. I suoi occhi, sempre spalancati, apparivano grandi, immensi nel volto emaciato, e luminosi, così luminosi –nel momento in cui aveva dimenticato tutto- da dare splendore al resto del volto e all’ intera persona. Come se in fondo a quegli occhi ci fosse ancora una fiamma tenace e ben decisa a non spegnersi.

Ad ogni prigioniero vengono fatti tre scatti: di tre quarti, di fronte, di profilo.

Tadek Brodka ha il compito di estrarre dalla Zeiss il negativo, per cambiarlo, Franek, il tecnico di laboratorio, quello di sviluppare i negativi assieme ad Alfred e a Wladyslaw.

Stanislaw Tralka ha il compito di comporre in stile gotico le scritte segnaletiche sotto la terza delle immagini di ogni prigioniero, luogo d’ origine, numero di matricola, il motivo per cui si trova ad Auschwitz.

Franz Maltz è il Kapo dello studio fotografico.

Davanti al mirino della Zeiss c’ è un ragazzo. Proviene dalla Francia.

Non doveva avere più di diciotto anni e osservandolo attraverso il mirino Brasse provò una stretta al cuore. Portava sul petto il triangolo giallo con sopra cucito il triangolo rosso, a formare la stella di Davide: anche lui era ebreo e certamente non sarebbe vissuto a lungo. Ma non era questo a ispirare la compassione del fotografo. Era il suo sguardo a emozionarlo. Il ragazzo aveva occhi chiari, puliti, gli occhi fiduciosi di chi è appena uscito dalla pubertà. Le ciglia lunghe, quasi femminili, e le efelidi gli davano un aspetto gentile. Nessun accenno di peluria sulle guance e sul mento. Brasse era certo che dalle sue labbra non sarebbe mai uscito un insulto. Sarebbe morto invocando la madre e fissando i suoi carnefici, stupito, senza capire perché lo ammazzavano.

Nei circa cinque anni di lavoro al Servizio Identificazioni, Brasse scatta tra i 40000  e i 50000 ritratti. Si occupa personalmente di stampare le foto che andranno inserite nei fascicoli dei prigionieri. Di nascosto, ritocca qualche foto, e lo fa per il rispetto che prova per quei prigionieri destinati a morire. Corregge le ombre, addolcisce qualche tratto, cancella i segni delle botte.

Erano morti che camminavano ma lui voleva che si presentassero alla storia con un aspetto dignitoso.

Strasse, il fotografo di Auschwitz

Un trasporto da Rotterdam: si tratta di 1100 ebrei e ne sono arrivati allo studio  200, tutti da fotografare in una notte. Sono ben vestiti, il viaggio nei carri bestiame li ha spossati ma si sono ricomposti. Hanno un aspetto dignitoso e non sanno cosa li aspetta. L’uomo che si sta mettendo in posa  considera normale, quasi rassicurante la procedura dell’  Erkennungsdienst.

Tornò a guardare attraverso il mirino e osservò chi aveva davanti. Un uomo sulla quarantina, non molto alto e grassottello, che indossava giacca, pantaloni e un pesante cappotto di lana. Sotto la giacca portava una camicia bianca abbottonata sino al mento: in viaggio aveva patito il freddo. E la camicia era piena di macchie. L’ uomo seguì le istruzioni di Brasse, ma prima dello scatto disse in tedesco: “Un momento!”

Si guardò la camicia, imbarazzato per via delle macchie, poi si voltò verso il fotografo, come chiedendo a lui una soluzione. Brasse gli fece cenno di abbottonarsi anche la giacca, in modo da coprire lo sporco il più possibile, e quello eseguì. Poi si aggiustò gli occhialini tondi e i pochi capelli. Teneva stretto in mano un berretto di velluto con visiera.

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Luca Crippa-Maurizio Onnis, Il fotografo di Auschwitz. Il mondo deve sapere.

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