Non c’è ombra di dubbio sul fatto che sapesse

Interessantissime sono le pagine che Walter Laqueur dedica al Vaticano e a papa Pio XII durante la Seconda guerra mondiale nel suo libro Il terribile segreto. Ci si chiede: era necessario che il papa mantenesse il silenzio o, facendolo, ha violato un elementare dovere cristiano? In realtà, Pio XII era troppo interessato a non entrare in aperto conflitto con Hitler. Ci fu solo, da parte sua, qualche non molto energico intervento in Slovacchia, Romania, Francia e Croazia.

Probabilmente fu più un caso di pusillanimità che di antisemitismo. Se il Vaticano non osò soccorrere centinaia di preti polacchi che morirono anche loro ad Auschwitz, non era realistico aspettarsi che avrebbe mostrato maggiore coraggio e iniziativa a favore degli ebrei.

Tuttavia per Laqueur non è tanto importante, nella sua ricerca, ciò che il papa fece ma quello che sapeva.

Non c’è ombra di dubbio sul fatto che sapesse.

Si disse che il telegrafo era in mano agli italiani, che c’erano molte interferenze nelle trasmissioni dall’ estero, ecc. Ma, durante tutto il periodo della guerra ci furono contatti tra il Vaticano e il mondo esterno.

Esso fu tenuto informato dai rappresentanti delle organizzazioni ebraiche a Ginevra che consegnarono lunghi rapporti al nunzio apostolico in Svizzera Bernardini (17 marzo 1942), così come ad Angelo Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII, a quell’ epoca nunzio apostolico in Turchia…

Le note dei rappresentanti americani in Vaticano, Myron Taylor e Harod Tittmann, dell’ambasciatore britannico Sir Ronald Campbell e di molti altri contenevano informazioni sui massacri compiuti dai nazisti. Ad informare il Vaticano c’erano migliaia di preti cattolici in tutta la Polonia e in Slovacchia; c’erano milioni di cattolici in Germania. E’ impossibile che non sapessero nulla delle Einsatzgruppen e dei campi di sterminio.

Dalla scarsa documentazione accessibile emerge che il Vaticano fu il primo o tra i primi a sapere del destino degli ebrei deportati.

Giuseppe Burzio (1901-19669, nunzio apostolico in Slovacchia nel 1940-1946, sotto l’occupazione nazista e sotto il regime filonazista di mons. Josef Tiso.

Giuseppe Burzio, nunzio apostolico a Bratislava, scrisse al Vaticano, il 9 marzo 1942, che la deportazione di 80000 persone in Polonia significava condannarne una gran parte a morte certa. A nessun cardinale o vescovo fu permesso di visitare i campi della morte; si sapeva per sentito dire ma non vi era alcun dubbio sull’ autorevolezza delle informazioni.

Scrive Laqueur nel 1980 in The terrible secret:

Attualmente gli archivi del Vaticano non sono accessibili. Mi è stato assicurato dal cardinale Casaroli, prefetto del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa (e segretario di stato), che mentre la Santa Sede non può derogare dal suo principio di non permettere l’accesso agli archivi, negli undici volumi di “La Santa Sede durante la seconda guerra mondiale” non è stato tralasciato nulla che si riferisca all’oggetto di questo libro. Se è così, bisogna supporre che la maggior parte di note, rapporti, lettere, comunicazioni ecc. scambiati fra la Santa Sede e i suoi rappresentanti da un lato e i governi stranieri dall’altro sia andata perduta; si può soltanto sperare e pregare che la perdita non sia permanente.

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Blog di civiltà laica ripropone questo articolo di Valerio Bruschini su Pio XII, e a mio volta lo conservo nel mio spazio.

1) Consideriamo semplicemente penoso che ancora si versino fiumi di inchiostro, per sostenere che Pio XII tacque, perché non sapeva.

Egli, infatti, aveva informazioni di prima mano ed in tempo reale, o quasi; tacque perché, in perfetta armonia con gli altri Gerarchi del Vaticano, considerava il Nazismo un baluardo contro quello che, per Lui, era il Male assoluto: il Comunismo sovietico.

La documentazione già nota sarebbe più che sufficiente per valutare l’operato di qualsiasi uomo politico, ma, “naturalmente”, non lo è per il Santo Padre, anche perché il Vaticano vuole farLo e Lo farà santo, … anche a dispetto dei Santi, che, in questo caso, sono i milioni di persone uccise mentre lui rimaneva in silenzio.

Dedichiamo agli zelanti cultori del dubbio, a coloro che si trasformano in Amleti, quando c’è di mezzo un Potente, alcune delle migliaia di righe di: “DIO È CON NOI!”:

“Alla vigilia della primavera del 1942 l’efferatezza di monsignor Tiso [1] arrivò a scuotere alcune coscienze del clero cattolico.

Come quella del nunzio Burzio [2], il quale, il 9 marzo, informò la Santa sede che «gli ebrei slovacchi stanno per essere deportati in massa…».

Un’analoga segnalazione la inviò in Vaticano il nunzio apostolico a Berna, monsignor Filippo Bernardini.

Il nunzio a Budapest, monsignor Angelo Rotta, rivolse invece a Pio XII una supplica a nome dei 90 mila ebrei slovacchi…

In Vaticano non vi fu alcuna reazione”. [3]

2) Pio XII rimase impassibile ed “equidistante” tra le vittime ed i carnefici anche quando:

“Il 17 marzo 1943… monsignor Burzio mandò in Vaticano un rapporto «… sia questi ebrei che ufficiali tedeschi che membri delle SS affermano unanimi che coi corpi degli ebrei deportati in Polonia e là massacrati, si fabbrica del sapone.

Tali notizie le ho già sentite da numerose altre fonti…

Là, in Polonia, gli ebrei vengono uccisi per mezzo di gas asfissianti o con mitragliatrici o con altri mezzi.

… Dai cadaveri si ricava il sapone»”. [4]

Purtroppo, Monsignor Burzio non riuscì ad appurare, e quindi a comunicare, quale fosse la marca del sapone e la mancanza di questa prova fondamentale ed inoppugnabile impedì a Pio XII di compiere i passi necessari, “che Egli con tutto il Suo cuore” voleva fare nelle sedi internazionali, al fine di mettere alla gogna Hitler ed il Nazismo.

3) Né ebbe miglior sorte la denuncia dei due Ebrei slovacchi, Rudolf Vrba e Fred Wetzler, che, il 7 Aprile del 1944, fuggirono da Auschwitz, portando con sé dei documenti con i quali stilarono una relazione, nota come: “Protocollo  Auschwitz” e contenente anche la precisa indicazione delle vittime immolate fino a quel momento: 1.765.000.

Il 20 Maggio 1944, “… monsignor Burzio inoltrò il Protocollo Auschwitz alla Santa sede.

… in Svizzera varie testate giornalistiche avevano espresso sorpresa per il silenzio mantenuto dalla Santa sede.

Il 28 luglio il nunzio apostolico in Svizzera, monsignor Filippo Bernardini, si premurò di inoltrare alla Santa sede una seconda copia del Protocollo.

… la Santa sede restò silente”. [5]

4) Il noto detto: “Non vi è peggior sordo di chi non vuol sentire” fu confermato dal fatto che il Vaticano fece orecchie da mercante persino con gli Stati Uniti:

“… il rappresentante Usa presso la Santa sede, Myron Tylor, consegnò al cardinale Maione un dettagliato memorandum americano relativo alle esecuzioni di massa degli Ebrei, non solo in Polonia:

«Città del Vaticano, 26 settembre 1942.

Caro Cardinale Maione… è in corso la liquidazione del ghetto di Varsavia.

Tutti gli ebrei… vengono deportati… per essere liquidati fisicamente.

I loro cadaveri vengono utilizzati per fabbricare grassi e le loro ossa per concimi.

A questo scopo vengono perfino sterrati dei cadaveri»”. [6]

Purtroppo, neppure Taylor fu in grado di precisare le marche dei grassi e dei concimi, cosicché:

“La risposta vaticana, datata 10 ottobre… argomentava che la Santa sede aveva appreso anche da altre fonti le voci sulle «severe misure» attuate dai nazisti contro «non ariani» in Polonia, ma che non era stato possibile verificarne l’autenticità…”. [7]

5) In compenso, il Cardinale Maione, che era Segretario di Stato vaticano, cioè il Ministro degli Esteri, aveva da sempre “verificato” quale fosse l’autentico nemico:

“L’8 settembre l’Italia si arrese senza condizioni agli Alleati e le truppe tedesche occuparono Roma.

… 2 settimane dopo l’ambasciatore tedesco presso la Santa sede Ernst Weizsäcker riferì a Berlino che il segretario di Stato vaticano, cardinale Maione, aveva affermato:

«Il destino dell’Europa dipende da una vittoriosa resistenza della Germania sul fronte russo.

L’esercito tedesco è il solo baluardo contro il bolscevismo; se questo crolla, la sorte della civiltà europea è segnata»”. [8]

Comunque, tenuto conto del fatto che Pio XII morì nel 1958, bisogna riconoscere alla Chiesa del tempo il merito della serietà, poiché non lanciò, come oggi avviene, l’urlo scomposto: “Santo subito!”.

Preferì un’altra parola d’ordine: “Santo dopo”; cioè, dopo che il trascorrere del tempo avesse fatto dimenticare le tremende responsabilità di Pio XII ampiamente documentate dagli Storici.

Valerio Bruschini

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Walter Laqueur, Il terribile segreto. La congiura del silenzio sulla “soluzione finale”

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