Un ebreo nello stato degli ebrei

In un giorno di fine dicembre 1979, dal porto di Ancona,  inizia il viaggio di Gabriele verso Israele.

Il viaggio in nave si svolse in un mare tempestoso. Le onde erano così alte che la nave si rifugiò riparandosi dietro l’isola di Corfù. Passata la tempesta, il barcone continuò lungo la rotta verso la Terra Promessa. La mattina del 4 gennaio 1980 arrivammo al porto di Haifa. L’alba sorgeva dietro il Golan e si vedeva la punta del monte Hermon innevata di fresco. La città stava ancora dormendo. C’erano poche auto per le strade. L’aria era fresca ma non fredda, decisamente umida. Ci colpì l’odore di Israele: un aroma di pino, falafel e chiodi di garofano mischiato, di tanto in tanto a folate di cherosene bruciato e cumino.

Eravamo olim chadashim, i nuovi immigranti…

Gabriele viene inviato nel Negev, nel kibbutz di Bet Nir, tra campi di soia e cotone, pascoli ed enormi grotte carsiche. 

Il kibbutz Bet (o Beit) Nir. 

“Il kibbutz è stato l’esito di sogni secolari che covavano nell’anima ebraica: un vulcano di energie e di amore per la vita, di aspirazioni utopiche per la libertà e per l’uguaglianza, di rispetto per la natura e per le persone, in cui la dedizione e il sacrificio avevano la precedenza sugli interessi personali.  
I padri fondatori, i vatikim, si erano ribellati al mondo dei padri. Avevano messo radicalmente in discussione gli assetti della vita familiare ebraica tradizionale, l’organizzazione sociale comunitaria con le sue gerarchie religiose. Eredi della Haskalah (il movimento illuministico ebraico) avevano partecipato alla creazione della grande rete di scuole dove si insegnava e si parlava ebraico, si studiavano la storia e le materie scientifiche, le arti e la letteratura.
La storia della diaspora era unilateralmente svalutata e considerata una grande valle di lacrime rispetto alla quale voltare per sempre pagina. Niente più pogrom, niente più paura, né digiuni di preghiera. Le donne dovevano essere libere da ogni servaggio domestico. I figli non avrebbero più avuto il volto emaciato e spaurito. Dovevano crescere forti, liberi e gioiosi.” (David Meghnagi)

Nel suo e-book “Chissà cosa pensano i cammelli” racconta la vita all’interno del kibbutz, la giornata che inizia alle cinque con un tè o un caffè,  il chadar-ochel, la sala da pranzo, che  si trova su una collina della savana del Lachish, il lavoro nei campi lungo i filari di piante di cotone.

Lachish: sito archeologico

Il primo lavoro di Gabriele è in cucina dove aiuta a scaricare le casse di cibo dal camion del fornitore e va a rifornirsi di latte in un kibbutz vicino. Impara anche molti altri mestieri.

Ero finalmente un ebreo nello stato degli ebrei…

Non si trova male: nei lunghi e caldi pomeriggi d’estate Gabriele ha quasi l’impressione di stare in un agriturismo in Toscana.

++++++++

Gabriele Levy, Chissà cosa pensano i cammelli

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
Questa voce è stata pubblicata in GABRIELE LEVY, Chissà cosa pensano i cammelli. Contrassegna il permalink.