Sognavamo una società migliore

Un corteo che parte da piazza Arbarello a Torino. In quel corteo, un ragazzo, Gabriele, con i suoi amici sogna di fare la rivoluzione.

Piazza Vincenzo Arbarello

Sognavamo una società migliore, come tutti gli adolescenti, ed usavamo un linguaggio arricchito di nuovi termini quali: “picchettaggio”, “volantinare”, “materialismo storico”.

Gabriele Levy, l’ autore dell’e-book “Chissà cosa pensano i cammelli”, rievoca con precisione e un poco di nostalgia la vita di un gruppo di ragazzi ebrei nella Torino degli anni Settanta. In un umido scantinato si ritrova con circa 40 tra ragazzi e ragazze, divisi per gruppi di età: è il loro ken, il nido, sede del movimento Hashomer Hatzair, La giovane guardia. Il sogno, quello di emigrare in Israele, diventare membro di un kibbutz. Tutti partecipano ad attività culturali e, il venerdì pomeriggio si canta, si balla, si fanno semplici recite teatrali.

Hashomer Hatzair (in ebraico: השומר הצעיר, Il giovane guardiano) è un movimento giovanile ispirato al Sionismo socialista fondato nel 1913 in  Galizia. Ugo Volli ha definito il sionismo “il legame vivo del popolo ebraico con lo Stato di Israele”: “…è stupido e ipocrita cedere alla tentazione, spesso alla richiesta pressante dei nostri nemici, di dissociarci dal “governo” o dalle “politiche” più o meno “colonialiste, imperialiste, guerrafondaie” dello Stato di Israele. Liberi tutti di discutere e di partecipare alla democrazia israeliana nei modi che sono possibili (il voto per i cittadini, l’opinione per chi non ha scelto la cittadinanza) resta caratteristico del sionismo il senso di una lealtà profonda, il senso di una protezione e l’impegno a una partecipazione, insomma un’appartenenza collettiva che contraddistingue il popolo di Israele fin dai tempi in cui si costituì durante il primo rientro nella terra destinata, quello di Mosé. A queste condizioni, dentro questo progetto, il sionismo non solo ha senso, ma è la scelta storica collettiva perseguita dal popolo ebraico nell’ultimo secolo.
I kibbutzim, i moshavim, le politiche economiche e sociali che si sono succedute nei decenni, il primato dell’agricoltura e poi quello dell’industria di base e poi delle start-up, la fascinazione per il socialismo e poi per il venture capital e le nuove tecnologie, le grandi alleanze internazionali, le diverse forze politiche che si sono alternate al governo del paese: tutte queste cose fanno parte dell’ambito importantissimo dei mezzi. Ma il sionismo riguarda i fini, l’identità collettiva…” (U. Volli)

  Gabriele Levy ricorda il giornalino ‘Beiachad’, l’uso del ciclostile, le manifestazioni contro le ingiustizie sociali, e i cortei:

…c’erano sempre un sacco di bandiere rosse e migliaia di giovani studenti ed operai, guidati da una cinquecento bianca con un megafono enorme sul tetto che suonava a tutto volume.

I giovani ebrei di Torino sognano di rovesciare la struttura piramidale del popolo ebraico.

Tutto attorno la vita nelle città era grigia e insignificante. Il ken, il nostro nido, era un altro universo.

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Gabriele Levy, Chissà cosa pensano i cammelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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