Un complice velo di silenzio

Il RDL 17 novembre 1938 venne considerato la “magna charta” del razzismo italiano. Esso gettava le basi della trasformazione in legge dello Stato delle decisioni del Gran Consiglio del Fascismo del 6 ottobre. Il decreto legge andò a svilupparsi in una serie di leggi, norme e circolari che solo vagamente si attennero a quelle decisioni ma anzi si spinsero ben oltre.

In realtà, il testo approvato dal Gran Consiglio era tutt’altro che esauriente e si era dimostrato uno dei tanti prodotti della faciloneria di Mussolini. Innanzitutto era stato redatto con una scarsissima conoscenza della realtà ebraica italiana; si era mantenuto, poi, un po’ biologico, un po’ religioso e un po’ politico e questo aveva creato in chi doveva legiferare una serie di ostacoli. Alla fine, il testo approvato dal Gran Consiglio venne superato dalla dinamica dell’antisemitismo fascista. A questo punto, sarebbe stato impossibile per Mussolini fare una marcia indietro che avrebbe segnato la vittoria dei borghesi e dei “pietisti”.

Tralascio di citare tutte le leggi che costituirono sino al 1942, quando entrarono in vigore le disposizioni sulla precettazione civile a scopo di lavoro, e sino al 25 luglio 1943, la legislazione antisemita fascista.

Imbarcatosi con irresponsabile faciloneria nell’ avventura della politica antisemita, il fascismo finiva per subirne lui stesso le conseguenze. In guerra, quella che nel 1938 era sembrata a Mussolini una piccola questione risolvibile in quattro e quattr’otto, diveniva per il fascismo una grossa questione irrisolvibile, fonte solo di difficoltà interne ed estere e che ogni giorno di più gli alienava le simpatie dell’opinione pubblica. Incapace per nostra e sua fortuna e dignità ad uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato ricorrendo ad una soluzione alla nazista e anzi, sino a che ne ebbe la possibilità obbiettiva –cioè sino al 25 luglio 1943-, resistendo alle pressioni tedesche in questo senso e cercando di impedire nei territori occupati dalle truppe italiane gli orrori nazisti, Mussolini non trovò di meglio d’allora in poi che mostrare una  forza solo apparente: diede con il 1942 un giro di vite agli accertamenti di razza, alle arianizzazioni e alle discriminazioni e aumentò, amministrativamente, la pressione sugli ebrei…

Gli attacchi agli ebrei e all’ ebraismo continuarono anche a causa del servilismo della stragrande maggioranza dei giornalisti. Alcuni temi furono in primo piano nella propaganda antisemita condotta dai quotidiani e dalla stampa a maggior tiratura. Tra i vari temi ci fu quello dell’ illustrazione  dei provvedimenti antisemiti presi negli altri paesi europei. Scriveva Virginio Gayda su Il Giornale d’Italia (4 febbraio 1940): “Il problema razziale esiste in ogni paese d’ Europa. Se esso non è ancora dappertutto egualmente sentito, la ragione va cercata soltanto nel ritardo della coscienza nazionale di molti popoli e di molti regimi”.

Un altro tema fu quello delle responsabilità ebraiche nello scoppio della guerra. Si cercava di alleggerire la pesantissima responsabilità del fascismo e dell’Asse riversandola sulle spalle degli ebrei.

Certamente la stragrande maggioranza degli italiani rimase anche nel periodo 1939-43 avversa al razzismo e al fascismo. Ma…

…bisogna avere il coraggio di riconoscere che, divenuto l’antisemitismo una costante della vita italiana di quegli anni, molti italiani –pur non aderendovi- finirono per accettarlo come una delle tante “stranezze” del regime. Passato il primo momento di sbalordimento e di sdegno, molti, troppi italiani, vedendo che il fascismo “in ultima analisi non faceva sul serio” e che gli ebrei, bene o male, si adattavano alla loro nuova condizione, furono portati a stendere, per “carità di patria”, un complice velo di silenzio sulla persecuzione, limitandosi a farne oggetto di un più o meno scherzoso “mugugno” in privato e ad aiutare sul piano individuale questo o quell’ ebreo loro amico o parente.

Settori tutt’altro che trascurabili del popolo italiano finirono per adagiarsi nella persecuzione e lasciarono ottundere la loro sensibilità dal timore di avere guai dal regime e persino dal desiderio di occupare i posti lasciati liberi dagli ebrei.

Non si venga a gettare la colpa di questa abiezione sul regime solamente: chi non volle unirsi alla canea lo fece, rinunciando agli onori e alle prebende è vero, ma salvando il suo onore e la sua dignità di uomo di cultura.

Un veloce esame della letteratura di quegli anni offre un’idea del livello di questa letteratura.

Marco Ramperti

Per Marco Ramperti, gli ebrei si riconoscono dallo sguardo: “Gote luride, bocche ferine, occhi di fiamma ossidrica, spianti e perforanti dal sotto in su.”

Guido Piovene

Guido Piovene considerava il “Contra judaeos” di Interlandi un libro importante.

Amintore Fanfani

E Amintore Fanfani affermava che “per la potenza e il futuro della nazione gli italiani devono essere razzialmente puri”.

…non si può negare che l’antisemitismo di Stato, dopo aver superato il primo momento di decisa resistenza degli italiani, fu da moltissimi di questi accolto “alla prova dei fatti” come qualcosa di meno grave di quanto era sembrato loro in un primo momento e, pertanto, riassorbito in un certo senso nel sistema; mentre da una minoranza –non però così trascurabile come qualcuno ha voluto- fu, almeno per un certo tempo, fatto proprio non solo opportunisticamente ma anche consapevolmente.

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Renzo De Felice, Mussolini e il fascismo. Vol. 10, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo

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