Rimarranno indisturbati

I primi anni dopo la “marcia su Roma” furono, nel complesso, non molto buoni per i rapporti tra ebrei e fascismo. Tali anni, sino al 1926-27 circa, risentirono infatti anche nei rapporti tra ebrei e fascismo della crisi politica generale del paese ed in particolare del duplice travaglio della lotta del fascismo per eliminare i suoi avversari e distruggere le istituzioni democratiche e, contemporaneamente, per darsi una più precisa fisionomia politico-sociale e per strutturarsi come unico centro del potere politico.

Nel novembre del 1923, l’incontro tra Mussolini e il rabbino di Roma Angelo Sacerdoti si concluse con un comunicato in cui si assicurava che il governo e il fascismo non intendevano fare una politica antisemita. Lo stesso atteggiamento si poteva riscontrare nella stampa fascista; “Il regime fascista” aveva posizioni decisamente filosioniste. Non mancarono incidenti: il più grave avvenne a Tripoli dove più violento e incontrollato era il fascismo.  Nel 1926, l’11 aprile, Mussolini stesso visitò il quartiere ebraico e venne accolto con tutti gli onori. La comunità di Tripoli, tuttavia, non dimenticò facilmente la violenza subita.

The Jewish community welcomes Mussolini during his visit to the Jewish Quarter, Tripoli, Libya, 1937 (dal sito: Beit Hatfutsot The Museum of Jewish People)

Per molti ebrei rifugiarsi nei valori religiosi, morali e sociali dell’ebraismo significava rifiutare i “valori” affermati dal fascismo.

…si sviluppò, in buona parte ad opera dei sionisti, ma anche ad opera di altri gruppi e persino spontaneamente, una azione morale e culturale piuttosto ampia e vivace volta a rivendicare e a rinverdire alcuni valori e alcune tradizioni tipicamente ebraici e a ridare all’ ebraismo italiano –svirilizzato dai progressi dell’assimilazione- coscienza di sé.

Durante il convegno giovanile ebraico tenutosi a Livorno il 2, 3 e 4 novembre 1924 si confrontarono opinioni differenti. Per alcuni, era necessario difendere l’ebraismo italiano dalla degenerazione dell’assimilazione e soprattutto, come sostenne Enzo Sereni, ricercare la possibilità di vita ebraica libera in Eretz Israel. Per altri, e tra questi Nello Rosselli, si vedeva nella riaffermazione della propria ebraicità il modo di difendersi e reagire alla dittatura. L’ebraismo era da identificarsi con la religione della libertà. E se, come affermò Rosselli nel suo discorso, la religione allontanava gli ebrei dalla patria, egli intendeva riaffermare l’accordo tra la religione e la realtà della vita. Il suo intervento appassionato diede inizio ad un accesissimo dibattito.

4.1.2

Nello Rosselli

Dal suo discorso al convegno:

“…Non sono sionista. Non sono dunque un ebreo integrale.

Per i sionisti, per gli ebrei integrali, non c’è che un solo problema: quello ebraico. Tutto, nella loro vita più intima, si risolve, nasce, ritorna, confluisce nell’ ebraismo. L’ ebraismo compenetra tutta la loro vita; e non esistono per essi il problema morale, il sociale, il nazionale, il religioso se non in funzione dell’ ebraismo.

Per molti altri, anzi per me (perché io parlo qui di me soltanto) il problema ebraico interessa unicamente sotto l’ aspetto religioso: io –in quanto ho sete di religiosità- sono ebreo. Ma tutti gli altri problemi della vita mi si presentano, ad uno ad uno, con una intensità e, vorrei dire, una angosciosità pari a quella con la quale mi si presenta oggi il problema religioso, assolutamente dissociati dall’ ebraismo. Il problema ebraico non è, o io non lo sento, come il problema fondamentale, unico della mia vita. Questa mia confessione potrà dispiacere a qualcuno, essere più o meno disprezzata, ma è una constatazione di fatto. A certi sentimenti profondi non si comanda; si è quel che si è: bisogna risolversi a prender atto di quel che si è…”

Il sionista Enzo Sereni, nonostante la sua intransigenza, comprese la posizione di Nello Rosselli e, pur criticandola, cercò di mediare.

1944- סרני מצטלם לפני יציאתו לשליחות באירופה: מימין לשמאל: דניאל, עדה, הגר ואנצ’ו סרני

Enzo Sereni e la sua famiglia fotografati prima di partire per l’Europa

Tra il 1926 e il 1927 i rapporti tra ebrei e fascismo presero a migliorare. Il sottosegretario Dino Grandi affermò in un’intervista, che non esisteva una “questione ebraica”. Mussolini ricevette il presidente C. Weizmann e, successivamente, il rabbino David Prato in partenza per Alessandria d’Egitto e Nahum Sokolov, presidente dell’ esecutivo sionista.

Ma quando, durante il congresso sionistico di Milano, si ribadirono le posizioni “nazionalistiche”, non mancarono duri attacchi. In un articolo su Il Popolo di Roma, scritto presumibilmente da Mussolini, si diceva che gli italiani cristiani erano stupiti del fatto che in Italia esistesse un altro popolo estraneo alla nazione, alla sua storia e ai suoi ideali. Ancora, le trattative per il concordato tra Stato e Chiesa avevano suscitato qualche timore ma le preoccupazioni si rivelarono infondate. Le dichiarazioni di Mussolini alla Camera il 13 maggio 1929 (“Gli ebrei sono a Roma dai tempi dei Re; forse fornirono gli abiti dopo il ratto delle Sabine. Erano cinquantamila ai tempi di Augusto e chiesero di piangere sulla salma di Cesare. Rimarranno indisturbati”) fugarono ogni dubbio.

Il “riassetto” dello Stato intrapreso dal fascismo con il 1926-27 sembrò finalmente ai maggiorenti dell’ ebraismo italiano offrire l’ occasione opportuna per tentare di ottenere la tanto auspicata riforma, nonché –considerando il nuovo clima politico- di rendere più effettivi i rapporti tra l’ ebraismo italiano e quello delle colonie…

La commissione (Mario Falco, Giulio Foà, Angelo Sullam) iniziò a predisporre un progetto da presentare al governo “come voto dell’ebraismo italiano per una legislazione unica”. La nuova legge sulle Comunità fu accolta favorevolmente dalla maggior parte degli ebrei.

Nel 1929, i disordini in Palestina furono seguiti con interesse da tutta la stampa che, in genere, non assunse un atteggiamento contrario ai diritti degli ebrei.

L’ unico settore dell’opinione pubblica e della stampa decisamente avverso agli ebrei fu quello cattolico.

Le varie voci condannavano tutte “l’ imperialismo sionista”. Tra le più moderate, “L’ osservatore romano” affermava che la politica del sionismo seminava vento e raccoglieva tempesta.

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Cesare De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo

 

 

 

 

 

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