Pilpul

…per gli ebrei la risata ha costituito un’ arma di difesa, una rocca dietro la quale stare asserragliati, una freccia scoccata al momento giusto, un unguento buono per sanare ogni forma di acciacchi, malanni, punture d’insetto, lividi, bugne, bernoccoli, ferite aperte e sanguinolente.

In Un’ aringa in paradiso, Elena Loewenthal, distinguendo nettamente le barzellette sugli ebrei dalle barzellette degli ebrei, si lascia guidare dal filo sottile che separa ciò che si può considerare patrimonio ebraico da ciò che è beffa a spese degli altri. I motti degli stranieri (i goyim), considerando talvolta l’ebreo una figura comica, sono quasi sempre facezie brutali.

Qualcosa mi ha guidato in questa scelta, né un’ illuminazione né tantomeno una lunga pratica di studio e di ricerca, quanto piuttosto, per così dire, una specie di intuito, di gusto, un aroma lieve ma inconfondibile, come la scia di profumo che lascia veleggiare dietro di sé una vecchia e dignitosa signora.

Elena non tralascia nessun aspetto della vita di un ebreo. Ed ecco il rabbino:

Alle porte del paradiso. Un rabbino di New York e un autista di pullman di Tel Aviv si presentano contemporaneamente. A di là di ogni previsione, il rabbino viene spedito a un cielo decisamente più basso di quello dell’autista.

“Non capisco, -dice il rabbino,-  deve esserci un equivoco”.

“Nessun equivoco, -replica l’ arcangelo Gabriele, anche leggermente offeso. -Quando tu tenevi i tuoi sermoni, i fedeli per lo più si addormentavano. Ma quando l’ autista guidava, tutti giù a pregare…”

La “yidishe mame”:

Tre yidishe mame parlano, tanto per cambiare, dei loro figlioli.

“Il mio Aaron, -dice la prima, -è un grande chirurgo, primario e presidente di un’ organizzazione internazionale!”

“Il mio Yonatan, -dice la seconda, -è un principe del foro, docente universitario. Le sue arringhe sono famose in tutto il paese!”

“Il mio Ariel, -dice la terza, -è rabbino…”

“Rabbino? Ma le sembra questa una carriera per un ragazzo ebreo?” replicano in coro le altre due.

La categoria del “ci si riconosce subito”:

Un polacco e un ebreo sono a teatro, seduti vicini. Spettacolo di varietà. Sul palco compare un violinista. Suona molto bene e si conquista un lungo applauso da parte del pubblico.

L’ebreo si china verso il suo vicino e dice:

“Ѐ dei nostri…”

Il violinista esce di scena ed è la volta di una ballerina, che balla molto bene e si conquista un lungo applauso da parte del pubblico. L’ ebreo si china verso il suo vicino e dice:

“Ѐ dei nostri…”

E così per i successivi tre numeri di varietà: prestigiatore, mimo, cantante.

All’ ultimo applauso seguito dalla solita litania del suo vicino di posto, il polacco sbotta:

“Oh, Gesù!”

“Anche lui è dei nostri, sa…”

I soldi:

Appelbaum ordina della merce al suo fornitore di Cracovia. Invece della merce, riceve un messaggio di tale tenore:

“Siamo spiacenti di comunicarle che forniremo la merce richiesta solo dopo che avrà provveduto al pagamento della precedente fattura tuttora in sospeso”.

Cui Appelbaum risponde:

“Vi prego di cancellare l’ ordine. Impossibilitato ad aspettare così tanto”.

 La “chutzpah”, misto di sfacciataggine e spocchia, cinismo e ingenuità:

Due ufficiali tedeschi -ma siamo ancora indietro, diciamo verso la metà degli anni Venti- sono seduti in un locale. Arriva un ebreo e prende posto anche lui, alla stessa tavola. Vista la scena, il cameriere si precipita dall’ ebreo e gli bisbiglia nell’ orecchio: “Sono antisemiti…”

L’ebreo non si scompone e, ad alta voce, con un bel sorriso largo, replica.

“Non c’ è problema.  Se si comportano bene, possono anche restare…”

Paradossi e assurdità:

Il nostro rabbino, -dichiarano fieri i fedeli di un piccolo shtetl dal nome tanto impronunciabile quanto sconosciuto praticamente a tutti, -il nostro rabbino è talmente povero che se non avesse deciso di digiunare ogni lunedì e giovedì sarebbe già bell’ e che morto di fame”.

Leo Calvin Rosten, umorista (1908-1997). „O, to be sure, we laugh less and play less and wear uncomfortable disguises like adults, but beneath the costume is the child we always are, whose needs are simple, whose daily life is still best described by fairy tales.“

E ancora, Chelm:

Chelm, come ha osservato acutamente Leo Rosten, è la Cuneo del mondo ebraico un luogo fra il mitico e il reale, un po’ fuori mano, i cui abitanti ne dicono immancabilmente di cotte e di crude, svelandoci a volte verità lapalissiane e a volte misteri universali ancora mai sondati…Chelm ispira sdegno e tenerezza, compassione e scherno al tempo stesso. Ma certo è che con l’ orrore della Shoà e lo sterminio degli ebrei d’Europa, Chelm, che ormai non c’ è più, ci manca tanto.

Slonim va a comprare un cavallo perché deve andare a Zhitomir. Il venditore decanta la sua merce: “Ascolti me, prenda questo: è capace di fare venti miglia senza fermarsi…”

“Allora non fa per me, -risponde Slonim, -non posso proprio comprarlo: da qui a Zhitomir ci sono soltanto tredici miglia…”

Star of David in an Endless Loop. Mural at Plovdiv Synagogue Bulgaria

 Dal blog: “The star of David. blogspot” di Zeeveez

Chiudo la lettura di questo libro con alcune affascinanti riflessioni di Elena Loewenthal sugli ebrei, popolo di attaccabrighe e di spaccacapelli in quattro.

…piano piano nella storia hanno imparato a usare nei libri, nelle discussioni intorno al “Talmud”, fra i banchi di scuola e nella bottega di sarto o calzolaio, straccivendolo o usuraio, quella libertà negata dal muro del ghetto, dal segno distintivo, dalle mille restrizioni che il mondo esterno imponeva. L’ esercizio di questa libertà si chiama anche “pilpul”, parola ebraica che deriva dalla stessa radice di “peperone”, “pepe” e “peperoncino”, e che fra i libri sta a significare la disquisizione più sottile, l’ argomento più acuto, l’ osservazione più intelligente, il giro di parole più tortuoso.

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Elena Loewenthal, Un’aringa in paradiso. Enciclopedia della risata ebraica.

Informazioni su Velia Loresi

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