Un bozzolo che racchiude un modo d’ essere

…idioma versatile e diasporico quanto mai altro, lingua della litania e della battuta, del sarcasmo e del dolore, della strada e dell’ intimità, della poesia e della sconcezza…

Trovo, nel libro Un’ aringa in paradiso, alcune bellissime note di Elena Loewenthal sulla lingua yiddish, che voglio riportare per intero.

Già. L’ ebraico, lingua arcaica, vetusta e nuova al tempo stesso, lingua  della preghiera e del testo sacro, che gli ortodossi fieramente rinnegano nella vita di tutti i giorni, perché significherebbe sporcarla con tutte quelle parole prosaiche che abitano la quotidianità. A quest’ ultima è riservata invece la “mameloschen”, la “lingua mamma”, duttile e pacifica, penetrante e corrosiva, confidenziale e piena d’espressione, lo yiddish appunto. Per gli yiddishofoni parlare ebraico è una dichiarazione d’ intenti, un atto di rivolta nei confronti della tradizione, una specie di rivoluzione niente affatto indolore. A volte, persino una provocazione, come nel caso dello spavaldo autista…

Mi aiuta questa definizione a chiarire il rapporto degli ebrei con la loro lingua, ebraico o yiddish che sia. Mi aiuta a comprendere più a fondo quelle persone all’ inizio semplicemente cordiali ma che sono venute a stringermi calorosamente la mano quando ho salutato: “Shalom”. Peccato che il tempo a disposizione sia stato così poco, avrei voluto fare domande, a costo di sembrare invadente e curiosa, e rispondere più approfonditamente alla loro domanda: “Perché ami così tanto Israele?”. Ma non finirà questa mia ricerca, ci saranno altre occasioni. E allora ecco la storiella che ha come protagonista l’ autista e l’ anziana signora.

Sempre in terra d’ Israele. Gli anni “caldi” in cui non esisteva ancora lo stato ebraico, e la guerriglia araba imperversava. Il viaggio da Gerusalemme a Tel Aviv si trasformava spesso in un’ avventura in prima linea.

Pullman di linea in viaggio da Gerusalemme a Tel Aviv. Qualcuno spara in lontananza. L’ autista accelera, e il collega seduto accanto lo incita:

“Accelera, dai, più forte”.

Un’ ortodossa di Gerusalemme con il fazzoletto in testa giunge le mani al petto ed esclama in un yiddish che sa di tempi andati.

“Oy vavoy!” in questo caso indica angoscia e stupore, tristezza e orrore, e chi più ne ha più ne metta, “Oy vavoy, -si diceva,- qui ci sparano addosso e loro parlano ebraico!”

Da: Star of David.blogspot

Un’ altra preziosa osservazione di Elena Loewenthal:

… lo yiddish, oltre che la lingua della memoria, è anche quella dei codici più intimi...

E ancora:

Umile e duttile contenitore di segni, parole e sentimenti, lo yiddish non ha mai aspirato a diventare come le altre lingue, e in effetti è rimasto qualcosa di diverso.

Dice il rabbino Ouaknin che suo nonno era spiritosissimo e sapeva parlare ben diciassette lingue, tutte in yiddish.

Un’ultima annotazione di Elena Loewenthal sulla lingua yiddish.

Lo yiddish, il Robin Hood delle lingue come lo ha definito un suo appassionato e tenace cultore, Leo Rosten, non è mai stato soltanto un neutro strumento di comunicazione fatto di lessico e sintassi, di segni, accenti e significati, un rimasuglio di antico tedesco e inossidabile ebraico con svariate e bizzarre intrusioni, un’accozzaglia gracidante di suoni che stridono, gorgogliano, cigolano, scivolano, scuotono. Lo yiddish è (era) come un bozzolo che racchiude un modo d’essere, una storia, un mondo, paesaggi e figure umane, un’ interminabile catena di sottintesi, allusioni, ammiccamenti, paradossi quotidiani.

+++++++++++

Elena Loewenthal, Un’aringa in paradiso. Enciclopedia della risata ebraica

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
Questa voce è stata pubblicata in ELENA LOEWENTHAL, Un' aringa in paradiso. Enciclopedia della risata ebraica. Contrassegna il permalink.