Un unico, inconfondibile luogo

Non so come Freud classificherebbe l’ umorismo dell’ amica che, munita di un’ asta in cima alla quale sventolava un foulard a fiori, ho incontrato tempo fa mentre risaliva una stradina di Alberobello alla testa di un drappello di suoi connazionali. In un momento in cui pensava di essersi smarrita nel dedalo di vicoli della città, ha sussurrato avvicinandosi a me “Mi sembra di essere Mosè”.

Mi ha divertito molto l’ idea di lei a spasso tra i trulli per quarant’ anni alla testa dei suoi seguaci, e tra questi la signora che mi ha offerto le ciliegie appena acquistate. Una cosa sicuramente positiva. Ho imparato a pronunciare correttamente e senza esitare o incespicare la parola “haduvdevanim”.

Comunque, andrò a rileggermi  “Il motto di spirito” e, nel frattempo, dopo un periodo di guai ma anche di cose belle, riprenderò la lettura di “Un’ aringa in paradiso”, il libro di Elena Loewenthal che andrebbe  studiato oltre che piacevolmente sfogliato.  

Per ora riporto, da questo bellissimo libro, solo questo divertente, ironico brano.

A differenza di gran parte dei motti ebraici dalla geografia mobile e duttile proprio come quella della diaspora, la storiella che segue possiede un unico, inconfondibile luogo. Impossibile ambientarla altrove che non sia

New York. Ristorante strictly kasher. Sam Rosenfeld viene servito da un cinese che parla yiddish alla perfezione. Stupefatto, va dal proprietario e gli domanda: “Mi tolga una curiosità, ma dove l’ ha scovato un cinese che parla yiddish?”

“Shh, -risponde l’oste,- non lo dica troppo forte: lui è convinto di parlare inglese!”

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Elena Loewenthal, Un’aringa in paradiso. Enciclopedia della risata ebraica.

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