Fioriva la parola yiddish

Nel racconto Tele di ragno, Josef Burg dice di essere rimasto colpito dalla notizia che un suo amico, Itskhok Leybush Peretz, è stato investito da un’auto in una strada del centro di Roma. Immagina che l’amico sia morto. Burg, in tempi lontani, ha frequentato la mansarda dell’amico, diventata una specie di rifugio letterario, ora scomparso, per giovani scrittori.

La borsa di pelle era finita di lato, schiacciata dalle ruote dell’auto e ne usciva un libro in una strana lingua straniera. Il vento ne sfogliava le pagine avanti e indietro, avanti e indietro.

Il vento leggeva Bonzye Shveig che attraversa come un’ombra la nostra vita, e lo spaventoso evento della morte, il terribile indovinello, si era sciolto davanti a lui così velocemente, così facilmente. E via.

Burg dice di non ricordare con precisione come sono diventati amici. C’era Peretz, una volta, e ora non c’è più: due momenti che appaiono strettamente legati nel transito dell’eternità. I ricordi si affollano nella sua mente.

Mi lascio trasportare dalla memoria in quel tempo lontano così pieno di emozioni, all’inizio degli anni trenta, quando dagli shtetlach della Bessarabia una fiumana di giovani ebrei si riversava, come da una diga sfondata, nella capitale romena, Bucarest. Una gioventù che anelava a un mondo grande ed era assetata di bellezza idillica e sublime. Una gioventù traboccante di sentimenti ribelli e con lo sguardo inquieto sul mondo e sulla vita.

Bucarest

In un sobborgo dagli stretti vicoli, nella Bucarest di quel tempo, fioriva una nuova primavera della letteratura yiddish: giovani provenienti dalle fabbriche e dalle officine facevano risuonare la melodia dentro le basse mansarde. Peretz, nato nel 1915 in una cittadina della Bessarabia, si era legato ai loro sogni romantici.

Nata nei vicoli ebraici, fioriva la parola yiddish. Una generazione di scrittori dai cuori generosi e dalle tasche vuote, desiderosi di una nobile missione, partecipava, giovane e gioiosa, con un canto fresco e potente.  La melodia risuonava in ogni ceto sociale, soprattutto fra i poveri, celebrati nei nuovi canti dallo spirito della giovane poesia.

Burg immagina di incontrare l’amico per strada.

“Non ti si vede più…stai scrivendo qualcosa?”. 

“Sì, scrivo di te…”.

“Di me?” si stupirà. “Chi sono io, per scrivere di me?!”.

E io gli ricorderò Bonzye Shveig.

Come Bonzye, anche lui ha chiesto poco alla vita. Ma Bonzye è stato più fortunato. Morto nel suo letto, è stato reso immortale da un immortale.

Ho cercato informazioni su quest’opera, Bonzye Shveig, ma finora ho trovato solo informazioni frammentarie e commenti vari in “A History of Yiddish Literature” di Sol Liptzin e in “Selected Writings by I.L.  Peretz. Translated from the Yiddish” di Moshe Spiegel.

I. L. Peretz

Isacco Leyb Peretz, conosciuto in yiddish come Yitskhok Leybush Perets, è stato uno scrittore polacco, autore di racconti brevi e drammi in lingua yiddish. È considerato, insieme a Mendele Moicher Sforim e a Sholem Aleichem, uno dei tre grandi classici della letteratura yiddish. Le sue storie e i suoi drammi sono legati ai valori della tradizione ebraica e all’idea che il progresso è soprattutto emancipazione più che rivoluzione. In questo Peretz si trovò in una posizione marginale rispetto agli intellettuali ebrei suoi contemporanei, che si erano schierati con entusiasmo con la rivoluzione russa del 1905. Il motivo di queste sue riserve era legato agli eccessi di questa rivoluzione, perpetrati contro gli ebrei stessi attraverso i pogrom.  Die goldene keyt (La catena d’oro), e Bay nakht oyfn altn mark (Di notte al mercato vecchio) mostrano il tentativo di trovare una soluzione al dissidio tra la diversità ebraica e il radicalismo sociale imperante dall’altra.

Intanto, leggerò “Seven good years. And other good stories of  I. L. Peretz

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Josef Burg, La canzone dimenticata. Racconti yiddish

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