Yiddish iz a loshn beazmoy

Wlodek Goldkorn è un giornalista cresciuto nella comunità ebraica della Polonia del dopoguerra. Da bambino ha vissuto a poca distanza da Auschwitz dove alcuni suoi parenti sono stati uccisi. Vive ora in Italia. Ha scritto la prefazione al libro “La canzone dimenticata” di Josef Burg.

Wlodek Goldkorn

Ogni libro nuovo è come un sipario che mi apre nuovi orizzonti. Goldkorn parla della fioritura della cultura yiddish nel periodo tra le due guerre mondiali e ascolto nomi di persone che hanno lasciato una traccia profonda di quella cultura ma che mi erano totalmente sconosciute. Un nome: Moly (o Molly) Picon, un’attrice. Cerco qualche informazione. Nata nel 1898 e morta nel 1992, viene definita la prima e più famosa star del teatro e del cinema yiddish. Alcuni titoli di film da lei interpretati: The naked city, Fiddler on the roof, For Pete’s sake (in italiano: Ma chi te l’ha fatto fare?).

Molly Picon

I racconti di Burg sono soprattutto  memorie personali. Scrive Goldkorn:

…la sua scrittura, bella, intensa, desolante, nella mancanza di ogni speranza che trasmette (da vero grande vecchio che ha visto tutto: la Shoah e la repressione staliniana, il gelo del comunismo e lo squallore del nascente capitalismo), è spesso autobiografica, e comunque usa sempre un ampio registro di memorie personali (preziosissime) che si fondono con la leggenda di Czernowitz, dei suoi scrittori, delle sue molteplici lingue, della sua straordinaria creatività…

Nel racconto “Una lingua a sé”, Josef Burg narra di quando ha sostenuto l’esame di medioalto tedesco. Il professore, l’aria austera e severa, gli chiede quale sia la sua lingua materna.

Lui mi fissa a lungo con i suoi sbiaditi occhi azzurri. In loro brilla, inatteso, un sorriso trasognato che scintilla e resta incollato al suo viso severamente ieratico.

Noto che sta per dire qualcosa. Forse il trito e ritrito: “Lo yiddish è un tedesco corrotto”. Però mi fissa con insistenza. Il suo sguardo è caloroso e appena esitante. Dice qualcosa di inaspettato. Semplice, schietto ed espressivo:

“Yiddish, iunger fraint, iz a loshn beazmoy! – Lo yiddish, giovane amico, è una lingua a sé!”

Mi si cominciò ad annebbiare la vista. Una vampata lieve e penetrante mi sfiorò la pelle. E mi pareva che tutto intorno a me cantasse a piena voce:

“Yiddish iz a loshn beazmoy! -Lo Yiddish è una lingua a sé!”

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Josef Burg, La canzone dimenticata. Racconti yiddish

Informazioni su Velia Loresi

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