Tornerò presto a te, patria mia

Nei capitoli finali di questo bellissimo libro, I bambini di Moshe di Sergio Luzzatto, si narra delle prime partenze degli orfani di Sciesopoli per la Palestina britannica, la detenzione nel campo di Atlit, presso Haifa, o in quello, in un paesaggio brullo e desolato, di Karaolos a Cipro, prima di poter finalmente sbarcare nella Terra Promessa; l’arrivo a Selvino di Yehudit con la piccola sabra, la figlioletta Nitza; i rapporti tesi tra arabi ed ebrei; le battaglie dei reparti clandestini della Haganah e dei corpi scelti del Palmach; i matrimoni tra gli ex ospiti di Selvino; i loro ricordi più di sessant’anni dopo.

Haim Luftman non dimenticherà il momento dello sbarco ad Haifa.

…c’è qualcuno sul molo di Haifa, ad accogliere i clandestini del mare. C’è un gruppetto di persone, nonostante sia molto presto al mattino. Persone che gridano all’indirizzo dei nuovi arrivati, in yiddish, in ebraico. “Cose gentili. “Benvenuti!”, cose del genere”. E che tirano arance. “Quando siamo scesi ci hanno tirato arance. Una mi ha colpito in testa. L’ho raccolta, è stata la prima arancia che ho mangiato in Israele. E anche questa avrebbe bisogno, per essere raccontata, di una lingua speciale. Nella nostra lingua, non esistono parole per descrivere il gusto di questa arancia. Era un’arancia d’oro”.

A Karaolos, la convivenza forzata di giovani uomini e donne entro i confini del campo è propizia alla formazione di coppie. Vengono celebrati numerosi matrimoni, nascono molti bambini.

Avendo imparato a vivere dopo la morte, si poteva forse cercare, cautamente, di imparare ad amare.

Shalom Finkelstein, che già a Selvino aveva scritto in versi sul giornale “Nivenu”, scrive, nel campo di Karaolos, dopo aver appena intravisto le coste della Palestina prima di essere fermato da….., una poesia intitolata Ricorderò.

Ricorderò come il nostro sguardo percorse

la costa che avevamo tanto desiderato,

e guardavamo le montagne lontane

appena accennate nella luce dorata.

Ricorderò come in silenzio

i nostri cuori benedicevano i tuoi fiumi

e il suolo, i campi, i solchi

dove i tuoi figli si guadagnano il pane con gioia.

Ricorderò come camminammo nel tuo porto

sentendo le onde frangersi sulla spiaggia,

e il pulsare e il brusio della tua città,

e di notte le luci che accendevano il tuo volto.

Poi vidi la riva allontanarsi,

addio alle vette dei tuoi monti.

Ma tornerò presto a te, patria mia.

Non ti dimenticherò, ti ricorderò sempre.

E sebbene Moshe Zeiri abbia cercato di preparare i suoi ragazzi alla vita dura in Eretz Israel, ciò non basterà per abbattere il muro di silenzio e solitudine che separa i nuovi arrivati da coloro che sono nati in Palestina.

Di là dai pregiudizi dei sabra, a rendere gravosa l’integrazione in kibbutz dei superstiti della Shoà erano anche -per l’appunto- il silenzio e l’angoscia e la solitudine. Era il silenzio dei superstiti, per la difficoltà di evocare quanto avevano vissuto. Di parlarne fra loro oltreché con gli altri, con chi non c’ era passato. E di parlarne in quella lingua nuova e obbligatoria, l’ebraico. Lingua della redenzione, perché lingua della terra e lingua delle armi. Ma anche lingua del tradimento, perché alternativa allo yiddish, alla lingua dei genitori e dello shtetl. Era l’ angoscia dei superstiti, perennemente impegnati nello sforzo di tacitare i ricordi.

E alla fine, in un documentario prodotto nel 2013 dall’Università ebraica di Gerusalemme, If you survive. The story of Shmulik Shilo, al minuto 62, il protagonista si rivolge al figlio Avi.

“A Tzeelim, quand’ero di guardia, la notte, tu e i tuoi fratelli dormivate nella casa dei bambini. E più d’una volta, negli anni, mi è capitato di sedermi sul bordo del tuo letto. Ascoltavo il tuo respiro, e mi dicevo: “Mio padre non ha potuto proteggermi, ma io ti proteggerò”. E baciavo il mio fucile, perché quel fucile era il fucile della vita”.

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Sergio Luzzatto, I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoà e la nascita di Israele

Informazioni su Velia Loresi

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