Nel posto in cui insegnavano a odiarci

…a Sciesopoli i numeri crescono in fretta. La comunità israelitica di Milano, gli operatori americani del Joint, gli emissari sionisti dell’Aliyah Beth indirizzano verso Selvino una quantità di orfani approdati in Italia dalle terre di sangue.

Verso la fine di ottobre 1945, i primi quindici bambini di Moshe partono per la Palestina: la piccola Batia di due anni, e il fratello Yosef, e Ester, e Jaffa, Sara, Eva e gli altri. Dopo, il problema della selezione dei candidati alla partenza diventa un problema e le liste diventeranno liste clandestine. I centocinquanta bambini di Selvino sono comunque una goccia nel mare dei profughi scampati alla Soluzione finale che, ospitati nelle colonie agricole ebraiche o nei diciassette campi dell’Unrra, vengono trasportati in segreto dagli emissari sionisti verso i porti della Liguria e della Puglia.

Sara Mina Lipkunski con i figli: Pinchas, Avraham e Yekutiel.

Tra gli ultimi arrivi Avraham Aviel Lipkunski è particolarmente legato a Yaakov Meriash e a Shmulik Shulman. A loro si aggiunge un quindicenne polacco, Adam Wexler.  Avraham e Adam, entrambi cresciuti in famiglie hassidiche, si cercano per parlare di Dio.

Adam si era rifiutato di pregare già in ghetto, a Lódz, distinguendosi in questo da suo padre Henoch, da suo fratello Shaya, dagli altri coraggiosi della postazione radio di via Niecala. Avraham non aveva smesso di pregare neppure sottoterra, dentro i bunker della foresta di Naca; e fino a Selvino era riuscito a portare gli astucci dei filatteri che sua madre gli aveva consegnato il giorno del bar-mitzvah. Nella Casa dell’Aliyah giovanile, i due ragazzi fanno le ore piccole discutendo di Dio… 

 Mindel, Adam, Dov e Yosef Wexler

A Sciesopoli, come nelle scuole di formazione all’Aliyah nell’Europa di prima della guerra, i giovani ebrei si preparano a costruire l’Israele del futuro imparando mestieri manuali nei laboratori d’artigianato; e si preparano a essere costruiti: gettandosi alle spalle la loro identità di ebrei della diaspora, cerebrali, imbelli, e rinascendo come ebrei abbronzati, muscolosi, combattivi.

E se agli orfani di Sciesopoli hanno smarrito nella loro memoria le preghiere e i rituali del sabato, Moshe Zeiri decide che la Casa dell’Aliyah giovanile è il luogo deputato a una riscoperta dello shabbat. Le festività del calendario ebraico, Hanukkah, Sukkot, Purim vengono messe in scena a Selvino. 

“Perché indugiare sul passato non serve, non restituirà agli orfani nulla e nessuno. Bisogna vivere nel presente se si vuole investire sul futuro. “Non cantiamo del sangue e delle battaglie, cantiamo della vita e della creazione” recita -sul panno fisso del sipario- lo slogan che incornicia i cantori del coro di Sciesopoli.”  (da: I bambini di Moshe, di Sergio Luzzatto)

La sera del 30 novembre 1945 un enorme candelabro di Hanukkah in legno, costruito dai ragazzi, viene sollevato sul tetto dell’edificio principale. Un sistema di luci elettriche viene fatto venire espressamente da Bergamo. Moshe parla ai ragazzi.

“Nel punto in cui si erge il nostro candelabro a otto bracci, ancora poco tempo fa si ergeva il simbolo dei fascisti che rendeva schiava l’anima. La ruota gira: nel posto in cui insegnavano alla gioventù a odiarci, noi siamo i signori.”

Quando Moshe finisce di parlare, le note dell’Hatikvah risuonano alte nella sera di Selvino.

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Sergio Luzzatto, I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoà e la nascita di Israele

Informazioni su Velia Loresi

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