La necessità di rifare tutto

Moshe Zeiri festeggia il primo compleanno della figlia Nitza, fine aprile 1944, lontano da casa. È stato reclutato nella British Army, nella 745ª Compagnia Solel Boneh, a Ismailia, in Egitto. 

“…una figura che facilmente si poteva comporre per le foto ricordo, se si disponeva nel modo opportuno -incrociandoli l’uno con l’altro- sei fucili di altrettanti soldati” (da: I bambini di Moshe, di Sergio Luzzatto)

Dal Cairo a Tobruk e poi a Bengasi, la 745ª Compagnia attraversa il deserto: i volontari hanno il compito di soccorrere le antichissime comunità sefardite di Libia, deportate nel campo di concentramento di Giado. Moshe e gli altri prendono coscienza di dover avvicinare  i profughi per prepararli al trasferimento in Eretz Israel. Occorre iniziare dall’ educazione dei bambini.

…Perciò i volontari delle prime compagnie palestinesi arrivate sul posto hanno aperto, già in primavera, una scuola ebraica: otto classi per trecento scolari, maschi e femmine. Né i volontari avrebbero tardato a organizzare, in forme più o meno clandestine (per sviare i timori dell’amministrazione militare britannica che la scuola ebraica diventi un focolaio di acculturazione sionistica), seminari di formazione per adulti.

Moshe insegna canto nella scuola per adulti e ebraico nella scuola per bambini; il maestro di disegno è Menachem Shemi, vincitore del premio Dizengoff per la pittura, massimo riconoscimento artistico della Palestina britannica.

Menachem Shemi, A street in Acre

Menachem Shemi, View of Haifa

Ma, nell’ accampamento di Bengasi, dopo l’8 settembre, giungono dall’ Italia, notizie di incerti inizi della Resistenza alla quale partecipano anche degli ebrei. La 745ª compagnia verrà trasferita in Italia e Moshe è impaziente di partire. Scrive a Yehudit:

“Quel che più desidero è arrivare presto in Italia, e contribuire all’ assistenza dei profughi. Asciugare le lacrime di chi resta. Fare anche qualcosa di utile per i figli di Israele.”

Ed ecco l’Italia, Bari, dove viene coordinata l’assistenza agli ebrei nell’ Italia già liberata, Puglia, Campania, Calabria. Poi Nola, Napoli, le lettere alla moglie, nelle quali Moshe parla delle lezioni di canto presso un maestro napoletano che gli insegna le romanze per baritono del Rigoletto, della visita al teatro San Carlo, degli scugnizzi nelle strade.

Dopo i bambini di Bengasi, stanno a Napoli i nuovi bambini di Moshe. Bambini italiani, appartenenti alla piccola comunità locale che va riprendendosi dai traumi della guerra. E bambini stranieri, appartenenti a famiglie ebraiche d’Europa centrale e orientale.

Ma la sorella Rivka scrive dalla Palestina riferendo ciò che ha letto sul Davar del 29 settembre 1944, in un articolo intitolato “Lettere dalla Valle della Morte. Da Kopyczynce”: le stragi nelle fosse comuni e la deportazione degli ebrei verso il campo di sterminio di Belzec. 

Moshe, in visita a Capri, ignora probabilmente di trovarsi a pochi passi dalla villa di Curzio Malaparte, lo scrittore che, in Kaputt, ha tenuto a precisare di preferire quell’ Europa all’ Europa di venti, trent’ anni prima.  

Curzio Malaparte

Difficilmente l’ebreo galiziano Moshe Zeiri può sapere qualcosa dell’ arcitaliano Curzio Malaparte. Eppure deve fare i conti -dal suo punto di vista- con i termini di quel bilancio. La rovina di quanto costituiva l’Europa di ieri, inclusa l’eredità immutabile dell’ebraismo orientale. La necessità di rifare tutto, costruendo un’esistenza nuova per gli ebrei superstiti.

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Sergio Luzzatto, i bambini di Moshe. Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele

Informazioni su Velia Loresi

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