Un elemento fresco, vitale, contagioso

Bellissimo sin dalle prime pagine il libro I bambini di Moshe. Lo storico Sergio Luzzatto descrive la vita nello shtetl di Kopyczynce, una borgata ebraica simile a tante altre nella Galizia orientale, agli inizi del secolo scorso.

È stato l’ebreo Isaak Babel’, corrispondente di guerra dell’Armata rossa nel suo libro Armata a cavallo, a mostrare per primo un quadro disastroso della Galizia orientale. Dopo la spartizione della Polonia nel 700, la regione aveva conosciuto un secolo e mezzo di grande fioritura economica e culturale ma ore, dopo la Prima guerra mondiale e la rivoluzione russa, non si vedono che sinagoghe e chiese distrutte, campi incolti, una popolazione poverissima.Kopyczynce dopo la Prima guerra mondiale

 Kopyczynce, Mercato, 1916

Kopyczynce, Chiesa e scuola, 1916

Meglio correggere questa rappresentazione sovraccarica con le pagine più ponderate degli storici, che della condizione degli ebrei di Galizia negli anni Venti restituiscono un quadro a mezze tinte. Da un lato, il quadro di una vita resa precaria dalla nuova carta geopolitica, per cui l’essere ebrei in una repubblica di Polonia ultracattolica e nazionalista poteva ben costituire un passo indietro rispetto all’ esserlo stati nel tollerante impero d’Asburgo. Dall’ altro lato, il quadro di una vita resa dinamica dall’ innesto, nelle campagne come nelle città, di un elemento fresco, vitale e contagioso: la propaganda sionista.

 A Kopyczynce, nel 1916, nasce Moshe, raffigurato in una foto assieme ai genitori, David e Zippora Kleiner, e alla sorella Rivka.

David Kleiner

Lo sguardo di David Kleiner è quello di un uomo stanco, demotivato, prossimo alla fine: l’ incarnazione dell’ebreo orientale malamente sopravvissuto al suo mondo di ieri, a una Galizia felix d’anteguerra. 

Zippora Kleiner

Ormai è la madre, Zippora, che mantiene la famiglia. L’analfabeta Zippora, capace appena di girare le pagine del suo libro di preghiere nel giorno di shabbat, e incapace di esprimersi altrimenti che in yiddish. Ma risoluta, volitiva quanto attesta il suo sguardo fisso nell’ obiettivo. Impegnata dalla mattina alla sera nei piccoli traffici dello shtetl, le uova sode, le pannocchie bollite, le piume d’ oca, i tappeti vecchi. Per sbarcare il lunario. Per far studiare i ragazzi…

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Sergio Luzzatto, I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoà e la nascita di Israele

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