Ad alto tasso di resilienza

C’era dopo la guerra tanta voglia di tornare a vivere, a gioire, ballare, costruire. Nel maggio del 1945, a Ferrara, riapre il Teatro Comunale con una commemorazione che ricorda i martiri del Castello. Renzo arricchisce sempre più la sua collezione di 78 giri.  Per beneficenza, Ida si dedica con entusiasmo alla preparazione delle sue famose lingue salmistrate.

Ferrara, Teatro Comunale

Cuoca parca e sublime, non si stancava della serialità dei gesti che facevano di questo piatto della tradizione giudaico-ferrarese una sua specialità e un modo di aiutare gli altri. La stessa predisposizione coltivata da prima della guerra con i ricami e le coperte fatte a maglia, proseguiva con la preparazione di pietanze e l’organizzazione di concerti ospitati nel suo palazzo cinquecentesco di via Palestro 70 dove era andata a vivere dopo il matrimonio.

Ida continua a tenere ogni martedì pomeriggio, a scopo di beneficenza, degli incontri musicali nel salone della sua casa. Sempre per beneficenza, alleva dei barboncini che vengono venduti. I fondi ricavati sono messi a disposizione dei poveri della comunità. Le piacerebbe scrivere un libro sulla cucina ebraica.

 Cholent (nella tradizione yiddish) o hamin (in ebraico) (foto da Internet))

Ai commensali non ebrei le piaceva raccontare la simbologia tutta sua del hamin ferrarese in cui le tagliatelle sono le onde del mar Rosso, la sua forma arrotolata rappresenta le ruote dei carri dei soldati e l’uvetta gli egiziani che inseguono gli ebrei. O quella del charoset, la composta di prugne o di datteri col suo impasto, dolce e speziato. U altro mar Rosso in miniatura dentro cui ogni anno, a Pesach, gli egiziani, questa volta sotto forma di pinoli, affogano liberando definitivamente gli ebrei dalla schiavitù.

Con la curiosità che la contraddistingue, Ida si reca più volte in Israele dove fa piantare degli alberi in onore di Renzo.

Somiglia a quei materiali che subiscono onde d’urto e colpi di calore, si piegano, si deformano e poi recuperano la loro forma originale. Una persona ad alto tasso di resilienza.

Ida Bonfiglioli

Il libro mi conquista definitivamente e mi commuove quando la compagna del nipote Gadi, autrice del libro, narra del suo primo incontro con Ida.

Avevo tanto sentito parlare di Ida in famiglia. Ma prima di conoscerla, nonostante le descrizioni rassicuranti, ne provavo una sorta di soggezione a priori. Quando l’ho incontrata nella stessa stanza in cui ci troviamo oggi, sette anni prima, è seduta sulla sua poltrona, i piedi sollevati da terra, il libro in mano. Io ho un nodo alla gola, un pancione di otto mesi e la voglia matta di piacerle. Un’occhiata e mi ha letto; e ha lanciato il suo sorriso contagioso. “Mi tieni? Mi tieni?” si urlava da bambini mentre ci si lasciava andare di schiena, nel vuoto, salvati da “ braccia amiche” un attimo prima di schiantarsi a terra. Ecco, quel tuffo cieco, quell’ atto assoluto di fiducia, con la nonna, l’ho fatto subito, d’istinto. Poi non c’è stato bisogno di nulla. Quasi nemmeno di parole. Quelle sono venute dopo. Sono il mio timido omaggio alla sua memoria.

Lascio con l’immagine di Ida che, quando le parlano, mette gli occhiali ai quali è applicato l’ apparecchio acustico: sono gli occhiali del sentimento, dice.

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Sabina Fedeli. Gli occhiali del sentimento. Ida Bonfiglioli: un secolo di storia nella memoria di un’ebrea ferrarese.

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