Guardare avanti

8 marzo 1944. Sulle montagne del comasco, in fuga verso il confine svizzero,  Ida e i suoi parenti tentano di sfuggire ai rastrellamenti di fascisti e nazisti che pattugliano attorno. Sono braccati, un piccolo gruppo di disgraziati, Ida la madre Isa e il marito Renzo, con Dori e Geri, i cognati Wanda  e Giorgio con tre bambine, Miriam, Carla e Anna: cinque adulti e cinque ragazzini. Hanno dei documenti falsi.

Quando salgono in montagna hanno addosso uno zaino, una valigia di cuoio, qualche gioiello, dei soldi e l’assicurazione che i loro avere li seguiranno più tardi. In realtà non ne rientreranno più in possesso. Ma dei contrabbandieri non possono fare a meno.

I contrabbandieri convincono Ida che la cognata, operata da poco, non può farcela a proseguire ed è bene che torni indietro. Isa decide di accompagnare Wanda e restare con lei. Gli altri proseguono nel buio assoluto del coprifuoco; camminano per ore e finalmente, in lontananza, le luci del Canton Ticino appaiono quasi come un presepe.

 Col marito Renzo e i due figli, Ida si rifugia in Svizzera: prima a Bellinzona nella Casa d’Italia; poi, a Lugano, sarà alloggiata in un albergo requisito per i profughi, l’Hotel Majestic.

Si sta gomito a gomito, ci si consola, si litiga, ci si confida. Hanno fiducia che la permanenza al Majestic sia una parentesi breve, un tunnel da superare in fretta e lasciarselo alle spalle. Invece ci restano sei mesi e mezzo.

 Ida, con la sua famiglia, torna a casa dalla Svizzera nell’ estate del 1945.

Si ripete che non deve lasciarsi vincere dallo sconforto quando in realtà è già disseminato delle sue trappole. E allora in quel cuore spezzato si rafforza il convincimento che per non essere sopraffatta deve guardare avanti.

Una consapevolezza che si era insinuata dentro di lei quasi senza che se ne accorgesse, che l’aveva indurita, aveva prosciugato le sue lacrime, senza concederle di soffrire di meno. 

Campo di Fossoli, presso Carpi

Sua madre Isa è stata catturata quasi subito e rinchiusa nel carcere di Varese. Ha trascorso un breve periodo nel campo di smistamento di Fossoli.

 Quello che vede  appena vi giunge è una lunga fila di baracche che corre parallela ai filari di alberi. In mezzo uno sterrato polveroso intervallato dagli alti pali di legno dove corrono i fili dell’elettricità e le torrette di sorveglianza.

Come ebrea Isa è destinata al campo che si affaccia su via Remesina e che è passato sotto il controllo delle SS. Il primo convoglio diretto ad Auschwitz è partito nel mese di marzo del ’44. Isa è salita su un vagone piombato il 5 aprile 1944 ed è stata eliminata il giorno stesso del suo arrivo ad Auschwitz.

Della madre rimane a Ida una lettera, un ultimo addio.

“Ida mia cara, io credo ancora che a me personalmente non succederà nulla di grave, ma in caso contrario due parole a te Ida mia, perché non rammarichi mai di non avermi incoraggiato a venire con voi. Sono io che ho voluto restare; non ne sono pentita, anzi sono contenta (sperando voi al sicuro)…”

Durante tutta la sua vita, il ricordo del distacco finale dalla madre procura una grande ansia a Ida che, tuttavia, riesce a commentare quelle vicende con lucido distacco.

“Ancora oggi che sono arrivata oltre i cent’anni, a volte mi viene a trovare la neve di quel bosco, il buio, la strada in salita, la paura. Osservo, come se fossi ancora lì, il punto dove mia mamma e mia cognata sono state costrette a separarsi da noi”.

Ma la strada in salita, scrive Sabina Fedeli, autrice del libro “Gli occhiali del sentimento”, la schiena di Isa che rimpicciolisce allontanandosi fanno da quinta al cimitero che Ida si porta dentro, a un’antenna che la tiene eternamente collegata con l’aldilà.

Ida Bonfiglioli e il marito Renzo nel chiostro di S. Anna

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Sabina Fedeli, Gli occhiali del sentimento. Ida Bonfiglioli: un secolo di storia nella memoria di un’ebrea ferrarese

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