Attraverso la macchina fotografica

Quando, nel giugno 1940, il marito Renzo, antifascista, considerato filoinglese poiché fuma sigarette inglesi e con la colpa di essere nato ebreo, viene inviato al confino a Urbisaglia, Ida rimane sola con due bambini. Ma non perde il suo coraggio.

Ferrara, via Palestro 70. Qui abitava Ida quando il marito Renzo venne allontanato per essere condotto “in traduzione straordinaria” al confino a Urbisaglia.

Poco più di un anno dopo, a Ferrara si tiene un’assemblea di camerati: si decide di “andare a fare un po’ di rumore” nel ghetto. Ѐ il giorno di Rosh Hashanà. Le camicie nere arrivano in via Mazzini verso le nove di sera, entrano nella sinagoga ma non trovano nessuno.

Quando si rendono conto che la gente se n’è già andata diventano furiosi. Spranghe e bastoni si abbattono contro le panche, i candelabri, i leggii, frantumano la balaustra di marmo. Come ultimo spregio, la squadraccia butta per terra i rotoli della Torà e con questi tenta di accendere un falò. Ida è ebrea, sposata con un ebreo antifascista al confino. Le leggi razziali sono in pieno vigore, ha un cognome rinomato e segnalato, ma chiusa in casa a covare paura non ci sta.

Ida prende la sua macchina fotografica, una Zeiss, e, mentre la moglie del rabbino Leoni, Gemma, affronta col suo mattarello i delinquenti armati, lei corre al tempio a documentare lo scempio.

La sua opposizione al fascismo passa attraverso la macchina fotografica con la quale riesce a decifrare sentimenti privati e dare conto di pubblici soprusi. In casa ha attrezzato una camera oscura dove stampa da sola le immagini di un archivio che non vuole condividere, sul quale non vuole censure.

Due anni dopo, il 15 novembre del 1943, giorno in cui avviene l’eccidio al Castello Estense, sono passati due mesi dall’ armistizio dell’8 settembre e un mese dalla retata del 16 ottobre nel ghetto di Roma. Giunge la notizia che Igino Ghisellini, il federale di Ferrara è stato ucciso a Castello d’Argile. Si deve fare vendetta.

Verso le 20 le squadre arrivano in città. In poche ore vengono rastrellate settantadue persone, metà delle quali sospettate di essere antifascisti e l’altra metà ebrei, e portate nella caserma Littorio di piazza Beretta. C’è anche Alda Costa, anziana maestra socialista, perseguitata da vent’anni per le sue idee politiche, c’è Luigi Calderoni, il popolare gelataio Gigetto.

Durante la notte i camerati continuano a bere e a discutere sul numero di persone da eliminare. All’alba scendono nel grande stanzone a pianterreno, fanno uscire otto persone e le fucilano davanti al muretto del castello. Sulle mura presso i Rampari di San Giorgio ne uccidono altre due. Viene ucciso anche un giovane che non si è fermato all’alt degli squadristi. Per tutta la mattinata i corpi vengono lasciati per strada.     

Ferrara, Castello Estense

Il prefetto Vezzalini nel rapporto alla magistratura scrive: “Sono stati trovati i cadaveri di undici sconosciuti. Si ignorano completamente cause e autori di questi morti”.

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Sabina Fedeli, Gli occhiali del sentimento. Ida Bonfiglioli: un secolo di storia nella memoria di un’ebrea ferrarese

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