Sdegnoso disprezzo verso il fratello

Il caso Mortara diventò un atto d’accusa contro la Chiesa. Questo accelerò la fine del potere temprale dei papi ma, se si pensa a don Pio Edgardo Mortara, la Chiesa aveva trionfato: egli era un buon sacerdote cattolico, sereno, persuaso che fosse stata la Divina Provvidenza a scegliere lui. In una foto, si vede il sacerdote in piedi accanto alla madre.

…lo sguardo assorto, lontano; staccato dal mondo; una espressione di infinita serenità. Questa fotografia fu distribuita ai parenti e ai giornali mutilata: senza la figura di Riccardo, così evidente è in essa l’espressione di sdegnoso disprezzo verso il fratello. Solo in un ritratto di don Mortara mi sembra di notare, negli occhi, un’ombra di tristezza: quando il sacerdote, già cinquantaquattrenne, si fece fotografare con in mano il ritratto della madre. Chissà, forse nel momento in cui la macchina scattò, affiorò alla sua memoria qualcuno di quei ricordi d’infanzia che sembravano sopiti per sempre…

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L’infanzia di Gemma Volli (dal web)

Chi era Gemma Volli? Insegnante, storica, ebrea. Era una “giusta”? Se giusti sono i “gentili” che cercarono di salvare un ebreo, lei non lo è. Fu una donna coraggiosa: nata ebrea, si sentiva italiana, ma onorò la cultura slovena di Trieste, dove visse e lavorò.

Ebrea in un’Europa antisemita, donna in una società “virile”, si interrogò sul destino delle donne, ancora discriminate, e aiutò gli ebrei in fuga dalla Germania.

Amava insegnare. Ma le fu proibito dalle leggi razziali. In fuga dai tedeschi, guidò la famiglia verso la salvezza in Svizzera. Dopo la guerra raccontò storia e storie dell’ebraismo europeo che si era tentato di annientare

Tentò di ricucire fratture che sembravano irrecuperabili dando vita al primo nucleo bolognese dell’amicizia ebraico-cristiana, scommettendo su un dialogo che si temeva interrotto per sempre

. Gemma Volli, nata a Trieste nel 1900, aveva radici nella Galizia polacca, da cui emigravano molti ebrei. Il padre, Ignazio Wohl, dopo il Bar-mitzwà, andò a Vienna dai fratelli.

Iniziò a commerciare in “coloniali” a Fiume, dove sposò Elvira Pincherle. Aprirono a Trieste una profumeria

Gemma è quarta di cinque fratelli, tutti studenti e irredentisti. Ma nel 1913 il padre morì a cinquantatre anni. Nel 1914 scoppia la I guerra mondiale e la situazione si fa difficile. Per mantenersi agli studi, Emma dava lezioni private.

Nel 1918 Trieste diventa italiana e Gemma ottiene una borsa di studio per l’Università di Bologna. Nel 1921 passa un anno a Berlino e assiste a un comizio di Adolf Hitler, all’ inizio della carriera politica. Nel 1922 insegna a Idria, dove fonda una biblioteca italiana. Vince una cattedra presso il liceo Doria di Genova, ma passa al ginnasio perché, secondo le leggi del tempo, una donna non era idonea all’educazione dei liceali

Nel 1930 torna a Trieste. Di qui passano ebrei in fuga dalla Germania verso la Palestina. Sempre più numerosi dopo la Notte dei Cristalli. Gemma li aiuta e visita Siria e Palestina

Svolge un’intensa attività a favore dei profughi. Intanto ha scritto racconti sulla condizione femminile, “Le escluse” pubblicati nel 1938, subito ritirato in seguito alle leggi razziali.

1938: le “leggi razziali” sono uno choc per gli ebrei italiani. Tutti i Volli erano stati irredentisti. Molti ebrei si erano arruolati nell’esercito italiano.

I giornali annunciano che “tutti gli insegnanti ebrei sono dispensati dal servizio”. Fuori dal Liceo perché donna, cacciata dal lavoro perché ebrea.

Espulsi dalla scuola pubblica, gli ebrei aprirono scuole private ebraiche. Gemma insegna in quella di Trieste e collabora con la Delasem. Chiusa nel 1943 dai tedeschi, si trasferisce vicino al confine svizzero. Ecco la testimonianza della sorella Iris, rilasciata al convegno di Cotignola nel 1986:

“Ho cominciato ad insegnare a Trieste nel 1923, poi mi sono sposata a Bologna; mio marito era Preside. Nel settembre del 1938 andò a scuola per la consueta riunione di inizio anno e trovò la circolare che ordinava ai Presidi di esonerare dall’insegnamento i docenti ebrei; comunicò ai colleghi: <<Bene, il primo da esonerare sono io stesso >>. Mio marito, mia sorella professoressa ed io maestra…in un giorno fummo sul lastric

Un collega della scuola ebraica di Trieste ricorda :

“Il 2 settembre del ’38 mi esonerarono dall’insegnamento…Ma peggio fu vedere i locali pubblici con i cartelli contro gli ebrei. La «campagna dei cartelli» incominciò nei caffè del centro : «In questo locale gli ebrei non sono graditi» «É vietato l’ingresso ai cani, ai mendicanti e agli ebrei» «Per ragioni di igiene è vietato sputare sul pavimento e l’accesso ai giudei »

A Laglio, vicino alla Svizzera, Gemma è raggiunta dalla sorella Iris, col marito Ferruccio e i figli Lucio e Ariella. Gemma organizza la fuga dell’intera famiglia. Si fa rilasciare da un notaio un documento che ne attesta l’identità ebraica. Come perseguitati hanno diritto all’accoglienza in Svizzera. Racconta Iris:

“Il doganiere svizzero del posto di frontiera ci disse: “Non si può entrare, dovete tornare in Italia”. E la mia bambina disse: “Ma lì ci sono i tedeschi che vogliono ammazzarci”. Egli allora la prese in braccio e ci accompagnò alla casa cantoniera.”

I rifugiati venivano avviati ai centri d’accoglienza. Nel 1944 per loro furono organizzate scuole. Gemma insegna lettere a Weggins, sul lago di Lucerna.

“Tra il 1943 e il 1945 entrarono in Svizzera 44.000 rifugiati di cui 5-6.000 ebrei. Sino alla fine del ’43 la Svizzera respingeva gli ebrei italiani perché non ritenuti in pericolo . Potevano entrare: profughi politici, persone oltre i 65 anni, donne incinte, ragazzi sotto i 16 anni e ragazze sotto i 18, genitori di bambini sotto i 6 anni. Numerosi ebrei furono respinti”.

Molte guardie di frontiera, contravvenendo agli ordini ricevuti, a rischio del lavoro e della carriera, lasciarono passare ebrei, salvando così vite umane. Il coraggio e l’umanità di alcuni, in tempi in cui questi valori erano disprezzati, ha cambiato o reso meno duro il destino di molti. Destino che i paurosi e i vili consideravano inevitabile.

Nel 2004 una commissione parlamentare svizzera ha riabilitato 119 doganieri che durante la II guerra mondiale erano state condannate per aver fatto entrare illegalmente profughi in Svizzera.

Il rientro dei profughi fu possibile solo nel luglio 1945. Gemma trovò a Trieste la casa devastata. Così si trasferì a Bologna. Riprese a insegnare al Ginnasio Minghetti, contribuendo a ricostruire la vita ebraica in città.

Dopo la guerra Gemma Volli scrive solo di storia. Ricostruisce il “Caso Mortara”, sul piccolo ebreo Edgardo Mortara, rapito da guardie pontifice a Bologna nel 1859, perché battezzato da una domestica cattolica. Indagò anche la vicenda di San Simonino di Trento, un bambino della cui morte nel 1475 erano stati accusati gli ebrei della città. Allora l’accusa di ‘omicidio rituale’ verso gli ebrei era diffusa. Col suo lavoro ne dimostrò l’infondatezza e la Chiesa ne abolì il culto.

Fu promotrice dell’amicizia ‘ebraico cristiana’ a Bologna, dove Ebe Castelfranchi Finzi aveva tradotto “Jésus et Israel” di Jules Isaac fondatore dell’associazione.

A casa Volli si svolgevano incontri interreligiosi che lei chiamava “la nostra tavola rotonda” cui partecipavano Don Giovanni Catti, il rabbino Sierra, laici e religiosi, ebrei e cattolici.

Per prima ha studiato la storia e la vita della comunità ebraica di Lugo, pubblicata in volume nel 1970 dalla PRO LOCO. È morta a Bologna il 4 maggio 1971.

“In Italia Riccardo Castelvecchio scrisse La famiglia ebrea, un dramma ingenuo, a forti tinte, in cui è rappresentata in forma fantastica la nota vicenda; fu rappresentato con successo prima a Ferrara, poi anche a Napoli, ove il “caso Mortara” aveva suscitato tanta indignazione, che il re delle Due Sicilie, per calmare il popolo, aveva scacciato dal suo Regno quattro gesuiti”. (da: ‘Il caso Mortara’ di Gemma Volli)

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Probabilmente senza lo studio di Gemma Volli non parleremmo oggi del “caso Mortara”, non ci sarebbero stati i libri, gli articoli, le polemiche, i film.Il sequestro del bambino ebreo di Bologna da parte dello Stato della Chiesa alla vigilia della sua abolizione non sarebbe stato che un episodio secondario perché  ripetitivo della storia degli ebrei e del papato, come fu quello immediatamente successivo del ragazzo ebreo Giuseppe Coen di undici anni, rapito a Roma con un sotterfugio nel luglio del 1864 e mai ritornato in famiglia (Milano 1963:369), o come furono tutti i moltissimi casi analoghi accaduti in precedenza per secoli in Italia e anche all’estero…

(dall’Introduzione di Ugo Volli a Il caso Mortara)

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Gemma Volli, Il caso Mortara, Il bambino rapito da Pio XI

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