Raffinati, malinconici, fieri

Peccato che nell’edizione del libro “Marrani” di Donatella Di Cesare manchino alcune pagine, 89-90, 97-98, 99-100, 107-108. Resta questo, comunque, un libro bellissimo che potrò conservare tra i più belli riposti nei miei scaffali. Mi ha guidato alla comprensione di una parte della storia di un popolo travagliato e straordinario che non finisce di stupirmi.

Una delle città italiane in cui i “portoghesi”, divennero più numerosi fu Ferrara. Qui i marrani poterono tornare all’ebraismo, almeno fino alla Controriforma, quando tutte le libertà vennero abolite. Livorno fu la città marrana per eccellenza grazie alla Livornina, il documento che consentiva l’accoglienza dei nuovi immigrati. 

 Ferrara, Meis, Museo nazionale dell’ebraismo e della Shoah.

Ma è Amsterdam che, ai primi del Seicento, venne considerata la “Gerusalemme del Nord”.

Per quella generosa ospitalità, su una terra strappata all’acqua, la città ebbe in cambio un’imprevista età dell’oro e diventò una metropoli cosmopolita. Prosperarono i commerci, si moltiplicarono gli scambi, fiorirono le arti.

I sefarditi divennero l’élite ebraica d’Europa.

Rembrandt li immortalò nei suoi dipinti, raffinati, malinconici, fieri. Sono in fondo le poche immagini che abbiamo dei marrani. Spicca in particolare il ritratto di Menasseh ben Israel, il rabbino infelice, a cui il pittore era accomunato da una visione improntata al messianismo. 

Menasseh ben Israel. Scrisse Esperança de Israel (1650) in cui difendeva l’ammissione degli ebrei in Inghilterra e El Conciliador in cui cercava di dimostrare che non c’è contraddizione fra alcuni passi della Bibbia apparentemente inconciliabili.

 Il messianismo: una visione del mondo incentrata sull’ attesa di un Messia apportatore di salvezza. L’editto di espulsione dalla Spagna, dalla Sicilia, dalla Sardegna e dal resto del Meridione d’Italia del 31 marzo 1492 era stato un cataclisma inatteso, un vero e proprio trauma per il popolo ebraico. Si sviluppò quello che Gershom Scholem definì “il grande mito dell’esilio”. Tutto venne riconsiderato alla luce dell’esilio.

Anche la creazione non era che l’esilio di Dio, ritrattosi per far posto al mondo. Da quel grande dramma cosmico, da quella rottura originaria, da quella dispersione di scintille divine, avrebbe potuto dispiegarsi la riparazione. Solo l’esilio avrebbe consentito il ritorno.

Con Yitzhak Abrabanel si passò dalla cosmologia alla politica e il messianismo venne recuperato in una nuova filosofia della storia.

…Abrabanel non si limitò al racconto, ma in una trilogia messianica, scritta fra il 1496 e il 1498, indicò nella sventura estrema, nella fine apocalittica, l’inizio della liberazione degli oppressi e degli esiliati. L’ora era giunta. Ma prima il messianismo avrebbe dovuto diventare retaggio universale. Per questo era indispensabile la dispersione. 

Baruch Spinoza

E fu Baruch Spinoza che, nel suo Trattato teologico-politico, percorrendo a ritroso il racconto dell’esodo, introdusse il marranismo nel pensiero della modernità occidentale. Affrancati dall’oppressione degli egiziani, gli ebrei avevano scelto di cedere i loro diritti non a un monarca ma a Dio. La teocrazia non durò che un istante e il governo di Dio si dileguò.

Il popolo, però, seguitò a essere libero -al contrario di quei sudditi che avevano scelto un monarca. Che cosa restò allora dopo quell’ istante? Una nuova forma politica basata sull’ uguaglianza di tutti: la democrazia.

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Donatella Di Cesare, Marrani. L’altro dell’altro

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
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