Con rispetto e simpatia

Iniziando a sfogliare il mio nuovo bellissimo libro, una grammatica, “Corso di ebraico contemporaneo” di Durand-Burgaretta, conservo dalla prefazione un brano significativo contenuto nel capitoletto “A che cosa serve l’ebraico”. Terrò la grammatica sulla scrivania senza riporla nella biblioteca, sperando di riprendere al più presto lo studio dell’ebraico,

Alfred Dreyfuss, ebreo alsaziano, alto ufficiale dell’esercito francese, era stato accusato di alto tradimento -accusa che più tardi si rivelò infondata- condannato ai lavori forzati e pubblicamente degradato. Herzl, sconvolto dalle violente manifestazioni di antisemitismo che avevano accompagnato il processo Dreyfuss e la sua degradazione, pubblicò a pochi mesi di distanza un opuscolo intitolato Der Judenstaat (“Lo stato ebraico”). Questo testo costituisce la prima analisi fallimentare della situazione ebraica europea. L’unica via d’uscita dall’antisemitismo, predicava Herzl, consisteva nell’esiliarsi dall’Europa e nel creare un’entità nazionale ebraica in Palestina: il sionismo. Sul momento il progetto herzliano fu lungi dall’essere accolto con calore dalla maggioranza degli ebrei europei, alcuni dei quali non esitarono a tacciarlo di farneticazione delirante. L’ascesa del nazismo pochi decenni dopo e quindi l’Olocausto in ebraico chiamato Šoà, ‘catastrofe’), ovviamente, non hanno potuto che rafforzare potentemente, e soprattutto giustificare, la fondatezza della tesi sionista.

Le discussioni sulla legittimità o meno del sionismo -termine oggi spesso frainteso, e per alcuni prossimo alla nozione di “colonialismo fascista”- e pertanto sulla legittimità politica del diritto all’esistenza dello Stato d’Israele, sono tuttora lungi dall’essere sopite e possono assumere toni molto violenti. Non è certo questa la sede per procedere a una discussione in proposito, quale essa sia. Non per correttezza politica, ma per il semplice fatto che chi ha comprato questo libro ha già deciso di avvicinarsi, con rispetto e simpatia, alla società israeliana.

Sono già vicina, con rispetto e simpatia, a Israele.

Una piccola annotazione ancora, dal capitoletto ‘L’ ebraico: contemporaneo, antico…’ sul tipo di lingua presentata nella grammatica.

Il presente manuale introduce all’ebraico contemporaneo, come viene parlato e scritto in Israele. Dovrebbe essere superfluo ricordare che, ovunque nel mondo sia ufficiale una data lingua carica di storia letteraria, l’uso che la scuola ne inculca e quello che la popolazione di tutti i giorni ne fa differiscono sempre, in maniera più o meno marcata, da un paese all’altro. Anche in Israele, quindi, esistono livelli di lingua: dalla buona lingua, ligia ai dettami di una grammatica fortemente codificata, alla lingua informale di tutti i giorni, che si cura ben poco delle finezze della Bibbia o della Haskalà. Per non parlare di uno slang molto produttivo, che impensierisce non poco l’Accademia di Lingua Ebraica di Gerusalemme.

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Olivier Durand, Dario Burgaretta, Corso di ebraico contemporaneo


 

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