Per alcuni di noi la guerra non avrebbe mai avuto fine

Dopo circa sette giorni di viaggio, il treno partito con i prigionieri da Fürstengrube arriva  a Mauthausen, ma il campo non può ospitare altri prigionieri e si prosegue per Buchenwald, Dora-Mittelbau, Regenstein. Un gruppo di più di duecento prigionieri guidati da  Schmidt inizia un’altra marcia della morte giungendo la sera a Magdeburg, una cittadina medievale a dieci chilometri da Berlino. Un borgo, Neuglasau, nello Schleswig-Holstein, è lo scenario degli ultimi omicidi. Alcuni uomini sono portati dietro ad una cascina e uccisi. Solo venti riprendono a camminare sino alla fattoria dei genitori di Max Schmidt, dove lavoreranno. Ma la radio di Amburgo annuncia la morte di Hitler e l’Armata Rossa ha raggiunto il palazzo della Cancelleria del Reich a Berlino. Gli uomini sono di nuovo in marcia verso nord, sino a Neustadt, una base navale sulle coste del Baltico.  I prigionieri dell’Ovest salgono sugli autobus della Croce Rossa; Sam con altri ragazzi della Maurerschule aspetta sulla banchina. 

Lubecca

Poi dalla foschia emerse un peschereccio, con il motore che borbottava lento e le reti e la zavorra che pendevano dallo scafo. Si mise in posizione con una rapida manovra e le SS fecero salire a bordo circa cinquanta prigionieri. Quando l’imbarcazione si allontanò nell’aria grigia, subito un’altra accostò, e poco dopo sopraggiunse una terza. Il quarto peschereccio era il mio, e noi  di Fürstengrube , con un Rottenfürer armato a guidarci, fummo imbarcati. Non mi piaceva tutto quel beccheggiare e dondolare mentre ballavamo di fronte alla banchina. Non c’erano sedili, e in ogni caso eravamo in troppi a bordo perché qualcuno potesse sedersi. 

La nave sulla quale deve salire Sam è la Cap d’Arcona. La nave è stracolma ma il capitano deve cedere agli ordini delle SS e fa salire a bordo altri prigionieri. Sam si trova ora sul ponte superiore.

La scena sembrava quella di certe antiche rappresentazioni pittoriche dell’inferno: gli oblò e le finestre erano stati schermati e solo una debole luce grigiastra filtrava a illuminare i “passeggeri” accalcati. Almeno lì c’era lo spazio per mettersi seduti, e io stavo scavalcando i corpi delle persone per trovare un posticino quando si scatenò l’inferno.

La nave oscilla fortemente e Sam si ritrova a terra. 

Cap d’Arcona

Adesso ero a quattro zampe, il cuore mi batteva come un tamburo per la paura, ma su tutto dominava un senso di smarrimento. Che diavolo stava succedendo? La nave beccheggiò una seconda volta e vibrò con forza, le finestre saltarono e i vetri e i vetri rotti ci ricaddero addosso. Eravamo sotto attacco.

Il Servizio Informazioni della Royal Air Force è convinto che sulle quattro imbarcazioni ormeggiate nel porto di Lubecca, la Thielbeck, l’ Athens, la Deutschland e la Cap d’Arcona sulla quale si trova Sam stiano trasportando truppe delle SS. Il secondo attacco è quello che getta a terra Sam.

Quello che seguì fu il rumore più terribile. Un rombo, una specie di esplosione che veniva da qualche parte sotto di noi, e mi ci volle un po’, in ginocchio e confuso, per realizzare di cosa si trattasse. Era il rumore di migliaia di uomini che gridavano terrorizzati; echeggiava e riecheggiava per le scale e lungo i corridoi. L’Arcona fu percossa da una scossa e adesso potevo sentire chiaramente la puzza di bruciato. Come se qualcuno avesse dato un segnale con un fischietto, in un istante fummo tutti in piedi, gridando, in una lotta folle e disperata per uscire da lì e trovare la luce. 

Sam vede che i pescherecci sono tornati indietro e cercano di issare a bordo uomini con la divisa della Kriegsmarine o delle SS. Non un solo prigioniero viene preso a bordo.

L’Arcona incombeva su di noi, una carcassa avvolta dalle fiamme; si sentivano i colpi vibranti del metallo che si accartocciava e deformava per il calore.

Prima di notte Sam e alcuni compagni si trovano sdraiati sulla sabbia. Sam sente delle voci, qualcuno lo sta scuotendo per le spalle.

Ci sarebbero dovuti essere fiori e risate, ritorni a casa e manifestazioni di gioia, Invece sei ebrei sedevano su un furgone senza sponde in una terra straniera, bagnati fino alle ossa, assetati e affamati, morti di freddo.

Per alcuni di noi la guerra non avrebbe mai avuto fine. 

“Poi ci scontrammo con la vecchia Germania, quella del Terzo reich. Una Germania che i tedeschi fanno finta non esista più. Il proprietario di un distributore di benzina poco distante ci disse di essere un polacco Volksdeutscher. Alla fine del conflitto lui era bambino, aveva dieci anni, e ci assicurò che da quelle parti non c’erano mai stati prigionieri, nessuno che indossasse una divisa a strisce. “Perché voi”, insisteva per sapere, “dovete sempre tornare su questo punto?

Gli dissi che ero ebreo.

“Ah, voi ebrei”, grugnì in risposta, come se avessi premuto un magico bottone, “sempre nei guai, sempre a portare guai…Io lo dico che combinano solo guai, sono loro che hanno ucciso Gesù Cristo…”(Sam Pivnik, da “L’ultimo sopravvissuto”).

Forse è qui la risposta al perché continuo queste mie letture, quello che chiamo “il mio percorso”, (a parte il fatto che sono anch’io una combinaguai e questo forse mi accomuna alquanto con gli sventurati che…hanno ucciso Gesù Cristo). Trovo che ci siano ancora troppe persone che la pensano come quel proprietario del distributore. E poi trovo che ci sono altre persone che, lo intuisco, avrebbero tante cose da dire ma tacciono, per paura o non so che. Allora parlo io attraverso tutte quegli uomini e donne che ho incontrato da quando ho intrapreso questo cammino. Mi hanno raccontato la loro sofferenza, insegnandomi tante cose. Non so dove arriverò, ma certamente so che devo proseguire.

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Sam Pivnik, L’ultimo sopravvissuto. La testimonianza mai raccontata del bambino che da solo sfuggì agli orrori dell’Olocausto 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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