C’erano tante cose da capire

Il racconto di Sam Pivnik dal momento del suo arresto alla Kamionka sino al suo arrivo ad Auschwitz -Birkenau, la divisione dei prigionieri in due lunghe file, la paura, lo smarrimento, i cani delle SS che ringhiano, tutto è stato descritto da altri sopravvissuti alla Shoà.

Sam non sa che quell’ufficiale di bell’aspetto, con gli stivali lucidi e un paio di guanti di pelle grigia nella mano destra, si chiama Josef Mengele. Un suo gesto secco è un ordine per gli uomini che lo circondano e che trascinano uomini e donne, fila destra, fila sinistra. Detenuti con la divisa a strisce aiutano le persone nella fila a sinistra a salire sui camion in attesa e Sam è ancora convinto che presto rivedrà i suoi familiari. Poi la doccia, la rasatura dei capelli, il dolore provocato dal pesante pennino che incide un numero sul braccio. 

Sam Pivnik

L’uomo mi squadrò il viso, leggendoci il dolore, la paura, lo smarrimento. Mi chiese con chi fossi arrivato, coi miei genitori per caso? Il suo accento suonava ancora un po’ straniante, ma la voce ora era più morbida. Era l’unica voce morbida che avevo sentito dall’ inizio di quel giorno, eccezion fatta per quella di mia madre. Aprii la bocca per rispondere ma non riuscivo ad emettere suono.

Lui annuì, mi disse che non dovevo preoccuparmi per loro. Finì di tatuare le cifre e concluse: “Forse a quest’ora sono già in cielo”.

Assieme agli altri prigionieri, Sam viene condotto nel blocco II A, il Blocco Quarantena, nella baracca numero 10. La mattina successiva sono in quaranta o forse cinquanta in fila accanto alla baracca. Un uomo arriva con un registro: l’ossessione di registrare e numerare tutto. 

Sam Pivnik davanti al monumento che ricorda il ghetto della Kamionka e gli ebrei deportati, nel 2009.

C’erano tante cose da capire. C’era tanto da imparare. Se non lo facevi eri morto. Questo era il campo di Auschwitz-Birkenau, il più letale campo di sterminio che i nazisti potessero concepire. Qui gli uccellini non cantavano. Era nato, seppi nelle settimane successive, da un campo di concentramento più piccolo, Auschwitz 1, ricavato adattando allo scopo alcune caserme dell’esercito polacco. Quando le decisioni di Berlino in merito alla questione ebraica divennero ancora più malate, lo status del campo cambiò. Divenne un centro di sterminio, e i metodi previsti per l’esecuzione richiedevano la costruzione di un complesso di edifici più ampio: per ospitare i prigionieri e per allestire le camere a gas e gli adiacenti forni crematori. Oggi, se ci si documenta sull’Olocausto, si trovano tutte le informazioni sui suoi ideatori, Adolf Hitler in primis; ma anche Heinrich Himmler, il Reichsführer delle SS con il suo ossessivo e patologico razzismo; Reinhard Heydrich, “la belva bionda”, che era il suo vice; Rudolf Höss, il nostro comandante al Konzentration-slager di Auschwitz-Birkenau.   

Sam Pivnik a Birkenau nel 2009. “Ho dato un ultimo saluto alla mia famiglia, e non credo che vi tornerò mai più”.

Ma la prima mattina nel campo Sam non sa di tutto questo mentre vede un uomo picchiato a sangue solo perché ha la dissenteria. I prigionieri dovranno portare sulle maniche delle giacche un pezzo di stoffa a forma di stella di David, del colore giallo che, fin dal XVI secolo, i gentili imponevano di indossare.

Il Blockāltester ci disse che quando la fascia sarebbe stata cucita sulle giacche, avremmo dovuto scriverci i nostri numeri, chiari e ben visibili, facili da leggere. E come sempre, aggiunse una domanda: ”Avete capito?”

Sì, avevamo capito. Non ci sarebbero stati più nomi ad Auschwitz. Nessuna traccia di umanità. Ero solo un ebreo con un numero appiccicato addosso.

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Sam Pivnik, L’ultimo sopravvissuto. La testimonianza mai raccontata del bambino che da solo sfuggì agli orrori dell’Olocausto 

Informazioni su Velia Loresi

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