Una fervente comunità ebraica

 Il giovane Sam svolge il suo compito nel campo di Auschwitz , aiutando a scaricare i cadaveri dai vagoni. Ammalatosi di tifo viene ricoverato in ospedale ed è così che si salva dalla morte. Sino a quattro anni prima, nessuno pensa che possa esserci qualcos’altro oltre la vita laboriosa e tranquilla di  Bedzin, città nel sud della Polonia.   

Bedzin, città sulle rive del fiume Przemsza, affluente della Vistola, situata nella Polonia sud-occidentale a circa 50 km da Oświęcim.

La Comunita’ ebraica era presente a Bedzin fin dal Medioevo. Probabilmente a metà del XVI secolo fu eretta la prima sinagoga di legno e il primo cimitero. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, la comunita’ ebraica contava circa 28.000 persone. I tedeschi occuparono la città il 4 settembre 1939. Cinque giorni dopo diedero fuoco alla Grande Sinagoga.  Era il 9 settembre 1939, durante lo shabbat quando gli ebrei erano riuniti per la preghiera nell’edificio. Prima del 1939 il numero degli ebrei a Będzin  era superiore al 50% della popolazione, dopo la guerra non rimase nessuno.

Sam Pivnik, autore di L’ultimo sopravvissuto (Survivor), ricorda con commozione Bedzin con l’antica piazza del mercato e i cavalli, il bestiame, i polli sotto i tendoni colorati, la nuova stazione costruita con i tetti spioventi nello stile Art Déco che andava di moda in tutta Europa, la sinagoga, le numerose case di preghiera. 

Monumento a Chaim Hanft nel nuovo cimitero ebraico di Cracovia.   Hanft, scultore, pittore, morto nel 1951 a Cracovia, si è ispirato a temi biblici (Creazione di Eva, Mosè al pozzo, Giacobbe ed Esaù, il ciclo del Cantico dei Cantici, il sogno di Giacobbe, la lotta di Giacobbe con l’angelo, Caino), alla vita degli ebrei ortodossi e all’arte popolare ebraica.

Sono nato in una fervente comunità ebraica, anche se molto povera; e la grande sinagoga, restaurata nell’anno della mia nascita, era l’unico edificio del genere in tutto il sud della Polonia ad essere stato progettato e decorato da artisti ebrei. L’architetto fu Chaim Hanft; riesco ancora a vedere chiaramente davanti a me l’enorme portone d’ottone lucente da cui si usciva. Un grande affresco, che riempiva di colore la parete orientale, era stato realizzato da Mosze Apelboin; mentre Szmul Cygler aveva dipinto col suo inconfondibile stile la parete ovest. Era arte popolare, l’arte di una comunità che aveva fatto di Bedzin la propria casa, e i soggetti erano quelli dell’antica storia della mia gente: ricordo ancora gli animali che marciano a due a due verso l’arca sotto lo sguardo vigile di Noè.  

Szmul Cygler, Scena con rabbini 

Bedzin era abitata da importanti famiglie come i Fürstenberg, che davano lavoro a molte persone,  ma vi era anche grande povertà. Nella città vecchia si parlava un dialetto simile al tedesco; nei quartieri nuovi lungo il fiume si parlava polacco o yiddish.  

Bedzin, via Modzejowska

Di Bedzin, Sam Pivnik ricorda in particolare il numero 77 di via Modzejowska, dove è nato nel settembre del 1926 e dove ha vissuto sino all’età di 17 anni assieme ai genitori, alla nonna e a quattro fratelli e due sorelle; ricorda il cortile dove giocava con gli amici. Il laboratorio del padre, sarto, era colmo di scampoli di stoffa, rocchetti di filo, enormi forbici. Nathan, il figlio maggiore consegnava, in bicicletta,  gli abiti confezionati. Poco più avanti, nella taverna, venivano serviti piselli, fagioli e boccali di birra.

Era quel tipo di comunità in cui tutti si conoscono, uniti dalla fede e dalla lotta per superare le opprimenti condizioni economiche dei poverissimi anni Trenta. Alla taverna  c’era una lavagnetta per i conti. I clienti abituali pagavano quando avevano la disponibilità, ma mai di sabato.  

Monumento a forma di cubo in ricordo della Comunità ebraica di Bedzin, posto nel luogo dove era situata la Grande Sinagoga.

Indimenticabili sono le vacanze dai parenti della madre, a Wodzislaw, a ottanta chilometri da Bedzin, tra l’Oder e la Vistola.

Sono le piccole cose quelle che ricordo meglio: il canto degli uccelli nel fitto bosco, il sapore dolce delle more selvatiche che crescevano sul ciglio della strada, e più di ogni altra cosa il profumo intenso dei pini sotto quel cielo che sembrava destinato a rimanere per sempre azzurro.

Un Giardino dell’Eden, il pallone, il giardino da coltivare a scuola, l’odore delle stalle dei cavalli nel cortile al numero 77 e, a Wodzislaw, i pini, il fiume,  il pane appena sfornato, il formaggio fresco.

Ma qualcun altro aveva una sua personale visione di un Giardino dell’Eden.

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Sam Pivnik, L’ultimo sopravvissuto. La testimonianza mai raccontata del bambino che da solo sfuggì agli orrori dell’Olocausto. 

Informazioni su Velia Loresi

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