Il punto non è in che lingua si scrive

Joseph Yuzefovich

Nato a Varsavia, aderisce al movimento rivoluzionario. La Polonia fa parte dell’Impero russo e gli attivisti come lui operano nascostamente sostenendo l’indipendenza della Polonia e la rivoluzione socialista. E’ corrispondente da Varsavia del giornale bolscevico Zvezda e poi della Pravda. Assieme a Solomon Lozovsky organizza un gruppo internazionalista di socialdemocratici, che diventerà un partito di cui diviene presidente sino al 1919. Lavora per il movimento sindacale, in particolare fra i lavoratori del cuoio. Fra il 1938 e il 1944 è redattore della Grande enciclopedia sovietica.

Membro della corte: Che cosa pensava invece di uno stato ebraico e della necessità di riunirsi degli ebrei di tutto il mondo?

Yuzefovich: Al comitato non si poneva la questione in termini di unione degli ebrei di tutto il mondo. Fefer ha ragione quando afferma che la questione non era affrontata in base a questi principi. Come è possibile, ad esempio, l’unificazione ideologica di cittadini dell’Unione sovietica e cittadini dell’Argentina o dell’America? In secondo luogo, per quanto riguarda la creazione di uno stato ebraico in Palestina, quando ero uditore al comitato regionale del partito a Kiev, non me ne parlarono soltanto degli ebrei ma anche dei russi. Dissi loro che era uno stato borghese e feci notare che fra i membri del suo governo vi era un certo Greenberg ⌈ Gruenbaum⌋  che era stato in precedenza membro della camera bassa  del parlamento polacco, dove strisciava di fronte a Pilsudski. Dissi che era uno stato borghese, un’affermazione riportata non soltanto agli atti, ma anche nelle conclusioni della commissione di esperti. Mi riferisco al mio discorso contro l’invio di un numero così grande di articoli in Palestina. Credevo che mandare una quantità simile di articoli e dimostrare così tanto interesse per uno stato ebraico in Palestina potesse suscitare discussioni non desiderabili.

Solomon Lozovsky

Solomon Lozovsky è l’imputato principale nel processo contro i membri del CEA nel maggio-luglio 1952. Membro importante del movimento bolscevico, nel 1905, in Finlandia, incontra Lenin e Stalin. La polizia zarista lo arresta e lo esilia in Siberia. Da qui fugge e si reca in Francia dove studia alla Sorbona. Il giornalista statunitense John Reed lo immortala nel libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo.

Consolidatosi il potere dei bolscevichi, Lozovsky assume l’incarico di segretario generale del Profintern, il movimento sindacale internazionale controllato dai comunisti. Durante la guerra, Lozovsky assume l’incarico di vicepresidente dell’Ufficio sovietico dell’informazione (Sovinformburo), responsabile delle relazioni con la stampa estera.

La fotografa statunitense Margaret Bourke-White, recatasi a Mosca nel 1941, lo descrive come spiritoso, astuto, sempre pronto a scherzare quando le domande dei giornalisti si fanno troppo esplicite. Quando i tedeschi proclamano che conquisteranno Mosca, Lozovsky afferma che l’unico modo che Hitler ha di vedere il Cremlino è in cartolina.

Nikita Khrushchev ha affermato che il Sovinformburo e il suo Comitato ebraico antifascista erano indispensabili per gli interessi dello stato e del partito comunista. Ma, una volta finita la guerra, tutto questo “non valeva più nulla”.

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Tratto dalle dichiarazioni di Lozovsky, accusato di tradimento, durante il processo.

Lozovsky: Io non ho mai finanziato il giornale (Eynikayt): non era nei nostri libri paga. Non ho assunto i redattori, nominato il personale e non leggevo il giornale, poiché da sessanta anni non leggo lo yiddish. Posso essere responsabile del fatto che un giornale pubblicato sotto il controllo diretto del dipartimento della propaganda del Comitato centrale ha stampato articoli nazionalistici? 

Voglio ribadire che nulla di ciò che è stato scritto da Eynikayt aveva a che fare con me, direttamente o indirettamente. Quando mi dicevano che al giornale serviva uno scrittore yiddish, li aiutavo a trovarne uno, tutto qui. Per scrivere su un giornale yiddish, uno scrittore deve conoscere lo yiddish. Ma quando Bergelson all’improvviso dice che chi scrive in yiddish è un nazionalista, ciò significa mettere a processo la lingua yiddish. E ciò va oltre le mie capacità di comprensione: scrivete in una lingua africana se ciò vi sembra preferibile, sono affari vostri. Il punto non è in che lingua si scrive, ma come si scrive.

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Francesco Maria Feltri, La notte dei poeti assassinati. Antisemitismo nella Russia di Stalin

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