“Sono un ebreo”, che c’è di male?

Dai verbali di udienza del Collegio militare della Corte suprema dell’Unione Sovietica nel processo contro gli intellettuali appartenenti al CEA (Comitato Ebraico Antifascista), maggio-luglio 1952 

 David Bergelson

Non ancora trentenne, David Bergelson è considerato il quarto autore classico della letteratura yiddish dopo Mendele Mocher Sforim, Sholem Aleichem e Y. L. Peretz.  Le pressioni per l’assimilazione si fanno più pressanti ma a quel tempo solo l’Unione Sovietica può garantire studi universitari al figlio e Bergelson porta la famiglia a Mosca. “Questo è un luogo maledetto” dice a un amico, ma ormai non può più tornare indietro. Ilya Ehrenburg definisce il compromesso accettato dagli intellettuali sotto Stalin la “cospirazione del silenzio”. Anche Bergelson impara a vivere mordendosi la lingua.

Presidente: Così, nella propaganda orale e in quella scritta il CEA celebrava le immagini bibliche e sosteneva l’unione degli ebrei di tutto il mondo in base a vincoli di sangue e senza considerazione per le differenze di classe. Ciò corrisponde al vero?

Bergelson: La celebrazione delle immagini bibliche era tipica di molte persone: nel loro lavoro, nelle conversazioni e nella poesia. Non ci vedo nulla di male: vi sono immagini più appropriate di altre, in alcuni casi utilizzare certe immagini dà origine a pensieri molto utili.

Presidente: (Legge l’appello agli ebrei di tutto il mondo): L’appello invita ogni ebreo a pronunciare il seguente giuramento: “Sono un figlio del popolo ebraico”. Si tratta di un appello all’unione in base soltanto al vincolo di sangue, non è vero?

Bergelson: L’appello parla di unità nella lotta contro il fascismo.

Presidente: Ritiene che solo popolo ebraico combatta il fascismo?

Bergelson: Beh, era un appello degli ebrei antifascisti dell’Unione Sovietica, un appello rivolto agli ebrei di tutti i paesi, durante la guerra, quando l’Unione Sovietica era attaccata dai fascisti. A quel tempo, anche chi nutriva sentimenti nazionalistici era coinvolto nella lotta.Vi sono molte espressioni letterarie che allora erano permesse e perfino appropriate e oggi sarebbero considerate fortemente nazionaliste. allora si diceva: “fratelli ebrei”. Non ci vedo nulla di sbagliato. 

Presidente: Bene, ad esempio, nella sua poesia “Io sono un ebreo” Fefer sottolinea costantemente la sua appartenenza al popolo ebraico e per l’intera poesia continua a proclamare “Io sono un ebreo”.

Bergelson: Non può esservi nulla di criminale nella frase:- “Io sono un ebreo”. Se mi avvicino a qualcuno e gli dico: “Sono un ebreo”, che c’è di male?

Leyb Kvitko

Copertina di un libro per bambini di Leyb Kvitko

Nato vicino ad Odessa, inizia presto a scrivere per l’infanzia. I libri di Kvitko sono pubblicati in milioni di copie e generazioni di studenti studiano i suoi versi.

Kvitko: Di che cosa accuso me stesso? Di che cosa mi ritengo colpevole? Innanzitutto di non aver visto e non aver compreso che l’attività del comitato recava grave danno allo Stato sovietico, e di aver lavorato in seno a quel comitato. La seconda colpa che mi assumo è di aver ritenuto che la letteratura yiddish fosse ideologicamente sana e sovietica: di conseguenza gli scrittori yiddish, me compreso, non si sono posti la questione di accelerare il processo di assimilazione. Parlo dell’assimilazione delle masse ebraiche. Continuando a scrivere in yiddish frenammo involontariamente il processo di assimilazione.

+++++++++++++

Francesco Maria Feltri, La notte dei poeti assassinati. Antisemitismo nella Russia di Stalin

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
Questa voce è stata pubblicata in FRANCESCO MARIA FELTRI, La notte dei poeti assassinati. Antisemitismo nella Russia di Stalin. Contrassegna il permalink.