Una cultura sempre più fragile

Il 12 gennaio 1948 l’attore e regista teatrale Solomon Mikhoels viene assassinato  a Minsk per ordine di Stalin. È l’inizio dell’assalto del dittatore al comitato Ebraico Antifascista e alle principali figure della cultura yiddish sovietica. La campagna termina il 12 agosto 1952 con diverse esecuzioni capitali nei sotterranei del carcere moscovita della Lubyanka. L’evento viene ricordato come la Notte dei Poeti assassinati.

Gli accusati sono quindici, tutti incolpati falsamente di diversi crimini capitali. Cinque sono personalità della letteratuta: i poeti yiddish Leyb Kvitko, Peretz Markish,

 David Hofshteyn

e Itsik Fefer

e il romanziere David Bergelson.

Gli altri dieci sono collegati in qualche modo al Comitato Ebraico Antifascista: Solomon Lozovsky membro del Partito comunista, Boris Shimeliovich direttore di un importante ospedale di Mosca, Lina Shtern è la prima donna membro dell’Accademia delle scienze, Benjamin Zuskin, primo attore del Teatro ebraico di Stato di Mosca assieme a Solomon Mikhoels.

Nelle indagini sono coinvolti anche sei funzionari che nulla hanno a che fare con con le attività del CEA: l’attivista sindacale Joseph Yuzefovich, il giornalista Leon Talmy, l’avvocato Ilya Vatenberg e sua moglie Khayke Ostrovskaya, la redattrice Emilia Teumin e il burocrate Solomon Bregman. Le commemorazioni del 12 agosto celebrano soltanto gli scrittori yiddish martirizzati.

Già alla fine degli anni Venti, sotto il regime di Stalin,  gli scrittori yiddish sono costretti ad accettare le richieste del regime e a fare propaganda stalinista.

…la cultura yiddish diviene sempre più fragile, quasi priva di prospettive, sia in una democrazia aperta come gli Stati Uniti, dove milioni di persone di lingua yiddish sono emigrate  di recente, sia in un paese come la Polonia, dove la numerosa comunità ebraica gode di libertà religiosa ma vive in una società antisemita, sia, infine, nella patria ebraica in via di creazione in Palestina, dove il movimento sionista ha come primo obiettivo di far rivivere l’ebraico come lingua quotidiana e moderna.

Il Cremlino mette in atto un piano per allentare i vincoli culturali e religiosi degli ebrei. L’uso dell’ebraico è proibito e l’yiddish diventa dunque il principale strumento di propaganda fra le povere masse rurali degli shtetl; gli scrittori devono accettare di sottoporre i loro lavori a una rigida censura.

La manipolazione e il controllo da parte del regime hanno effetti devastanti: sempre più assimilati nell’economia generale, gli ebrei di lingua yiddish si trovano ora di fronte una lingua che è una sorta di versione artificiale del russo: la lingua che una volta conoscevano non è più loro. Alla fine degli anni ’30 pochi genitori iscrivono i figli alle scuole di lingua yiddish. I libri yiddish spariscono dagli scaffali delle biblioteche e gli istituti di lingua yiddish vengono chiusi insieme a molte scuole e diversi periodici. Gli scrittori yiddish comprendono che le generazioni future avranno poche possibilità di conoscere la vera cultura yiddish.

Afferma il poeta Markish: “…se le cose continueranno ad andare così, presto verrà il giorno in cui il serpente ci strangolerà”.

++++++++++++++++

Francesco Maria Feltri, La notte dei poeti assassinati. Antisemitismo nella Russia di Stalin. Introduzione di Joshua Rubenstein

Informazioni su Velia Loresi

I love Israel
Questa voce è stata pubblicata in FRANCESCO MARIA FELTRI, La notte dei poeti assassinati. Antisemitismo nella Russia di Stalin. Contrassegna il permalink.