Profonde radici

Quando la versione americana del Libro Nero è terminata, viene inviata in URSS per ottenere l’approvazione del Comitato Antifascista Ebraico: siamo a novembre 1945. L’opera contiene la prefazione di Albert Einstein. Lo scienziato chiede l’abbandono del principio di non ingerenza negli affari di uno Stato sovrano. Se il mondo non fosse rimasto passivo e inerte alle violenze inflitte dal nazismo agli ebrei tedeschi negli anni 1933-1939, si sarebbe certamente evitato il massacro degli anni successivi.

Albert Einstein

 In secondo luogo, Einstein ricordava che il popolo ebraico era stato colpito dagli eventi catastrofici della guerra in maniera speciale; quindi, a suo giudizio, gli ebrei dovevano “essere considerai una nazione nel senso corrente del termine anche nel contesto degli sforzi per assicurare stabilità al quadro delle relazioni internazionali”. Anzi, concludeva Einstein, “se esiste la reale intenzione di riconoscere a ciascuno il giusto risarcimento, nel piano di riorganizzazione della pace mondiale al popolo ebraico dovrà essere riservata un’attenzione del tutto particolare”, cioè provvedere che esso riceva “un territorio sicuro in cui insediarsi stabilmente proprio nella sua antica patria, la Palestina”.

Il 3 febbraio 1947 il comitato centrale del PCUS definisce inopportuna la pubblicazione dell’opera. Qualche mese dopo, nel gennaio 1948, Mikhoels viene assassinato e inizia la campagna che culmina nel processo i cui atti formano il contenuto del libro La notte dei poeti assassinati.

Gli imputati vengono arrestati e alla fine del processo uccisi (ad eccezione di Lina Shtern). Durante gli interrogatori vengono brutalmente percossi; tutti affermano di aver firmato verbali assolutamente falsi e di essere stati ricoperti di ogni genere di insulti antisemiti. L’imputazione principale è quella di nazionalismo. In realtà nessuno ha mai pensato di trasformare la Crimea nella base dell’imperialismo americano.

Eppure – e la cosa non deve certo stupire, considerato il fatto che per molti di loro era la lingua madre, e che anzi diversi degli imputati erano scrittori -l’uso dell’yiddish (“una lingua che ha permesso al popolo di cantare e piangere”, come disse ai giudici Peretz D. Markish) rendeva quegli uomini profondamente consapevoli di un’identità e del fatto di avere profonde radici, rafforzate dalla recente tempesta, cioè dallo sterminio nazista e dal diffuso antisemitismo sovietico, tenace e implacabile sia tra coloro che avevano salutato i tedeschi come liberatori, sia tra quelli che avevano combattuto con l’Armata Rossa.

Ma, per i giudici, gli imputati, tramite il Libro Nero, avrebbero sostenuto  che il fascismo (il nazismo) costituiva un pericolo solo per gli ebrei e non per tutti i popoli del mondo, un’accusa esagerata e falsa.

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Francesco Maria Feltri, Prefazione all’edizione italiana di La notte dei poeti assassinati. Antisemitismo nella Russia di Stalin

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