Di quant’altro le cose potessero peggiorare

Nella sua lettera del 30 aprile 1943 all’arcivescovo di Berlino, monsignor Konrad von Preysing, papa Pio XII spiega di non voler parlare delle enormi somme che ha speso per i viaggi oltremare degli emigranti (perché ne parla se non vuole che si sappia?).

Tali somme, prosegue il papa, sono state date “volentieri, perché quelle persone si trovavano in difficoltà; abbiamo prestato aiuto gratuitamente, per amor di Dio, senza far assegnamento sulla riconoscenza terrena”. 

Papa Pio XII, il papa del Silenzio e dell’Inazione

Se la lettera del papa, afferma Sam Waagenaar, fosse stata letta dagli ebrei di Roma, sarebbe stata accolta con esclamazioni di sorpresa.

Dopo la messa in scena del dramma Il vicario di Rolf Hochhuth, il Vaticano pensa bene di rispondere con i volumi “Atti e documenti della Santa Sede riguardanti la seconda guerra mondiale”, tra questi viene riportata la lettera a monsignor Preysling.

E ancora, la domenica di Pasqua del 1945, Pio XII parla ai fedeli raccolti in piazza san Pietro.

“…non rimane altra via di salvezza che ripudiare definitivamente la idolatria dei nazionalismi assoluti, di orgoglio di stirpe e di sangue”. Una presa di posizione e un giudizio inequivocabili, che avevano però il difetto di arrivare alquanto tardi. Si sarebbe potuto dire anche papa Pacelli si fosse finalmente “risvegliato”, nel 1945, riecheggiando le parole che il suo predecessore Pio XI aveva avuto il coraggio di pronunciare in pubblico quando Mussolini e Hitler erano ancora al culmine della loro potenza. 

Pio XI pubblica nel 1937 l’enciclica Mit brennender Sorge nella quale esprime la sua ardente preoccupazione per quanto sta accadendo in Germania e in particolare alla Chiesa cattolica perseguitata dai nazisti; il messaggio contiene molte affermazioni antinaziste e antifasciste e spezza anche qualche lancia in favore degli ebrei. Successivamente, parlando ai seminaristi, il papa si chiede “come mai, disgraziatamente, l’Italia abbia avuto bisogno di andare ad imitare la Germania!” Le parole del papa vanno a segno e gruppi di fascisti scalmanati bruciano l’Osservatore romano nelle vie di Roma. Mussolini, quando viene a sapere del discorso, è preso da una rabbia incontrollabile: “Nella questione della razza noi tireremo diritto…Dire che il fascismo ha imitato qualcuno o qualcosa è semplicemente assurdo!”

Sull’Osservatore romano del 25 ottobre 1943 (esattamente sette giorni dopo la prima deportazione di ebrei da Roma) si dice che l’attività caritatevole del papa è aumentata e della sua paterna sollecitudine beneficiano tutti, senza distinzione di nazionalità, di razza o di religione. Ma l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Ernst von Weizsäcker, osserva che lo stile è quello tipico del giornale vaticano, cioè contorto e nebuloso.

Gli apologisti vaticani spiegano che il papa ha rifiutato di prendere un’aperta posizione di condanna per non danneggiare coloro che già soffrivano. Ma Harold Tittmann ( che cura gli interessi americani in  Vaticano durante l’assenza di Myron Taylor, inviato personale di Roosevelt presso il papa) informa il Dipartimento di stato a Washington che una mancata presa di posizione contro le atrocità naziste può scuotere la fiducia sia nella Chiesa che nello stesso pontefice.

Nel giugno del 1963, il cardinale Montini (il futuro papa Paolo VI) afferma che il silenzio di Pio XII è stato giusto perché un atteggiamento di condanna e di protesta avrebbe potuto essere non solo inutile ma persino dannoso.

Tutte le giustificazioni che sono state addotte dai portavoce del Vaticano, specialmente dopo le ripercussioni mondiali provocate dal dramma di Hochhuth, in una certa misura si possono comprendere. In fin dei conti la Santa Sede aveva pieno diritto di difendersi da quelle che essa considerava o dichiarava imputazioni inesatte. I portavoce vaticani non hanno mai definito false tali accuse; la loro difesa si è basata sull’assunto che il silenzio e l’inazione fossero la politica migliore, in quanto una pubblica presa di posizione avrebbe potuto peggiorare le cose. Benché i portavoce dell’altro campo, tra cui l’attuale rabbino capo di Roma e i sacerdoti come padre Benedetto, i quali conobbero così da vicino le sofferenze degli ebrei, non riescano ancora a immaginare “di quant’ altro le cose potessero peggiorare”, la linea di difesa del Vaticano ha tuttavia un suo valore.

La faccenda però cambia se si esce dal campo dell’ebraismo internazionale e ci si concentra sugli ebrei di Roma. Rolf Hochhuth

Rolf Hochhuth è l’autore dell’opera teatrale  Il Vicario, scritta nel 1963. Il titolo originale dell’opera, “Der Stellvertetrer”,  fa riferimento al Papa che è “Gottes Stellvertreter” cioè il Vicario di Cristo. Il testo affronta la questione delle responsabilità di papa Pio XII nei confronti della Shoà. Rappresentata a Berlino nel 1963, l’opera solleva un forte dibattito politico e culturale. Nel 1965  il Prefetto di Roma vieta lo spettacolo in quanto contrario alle norme contenute nel Concordato.

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Sam Waagenaar, Il ghetto sul Tevere

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