Detentori delle chiavi del paradiso

Le parole di Isaia “Ho steso le mie mani ogni giorno a un popolo ribelle, il quale batte una strada non buona seguendo le sue macchinazioni” sono state poste  su una grande croce che si trova di fronte alla chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, vicino al Portico d’Ottavia. Quando la croce viene distrutta, un ebreo convertito fa riprodurre la frase sulla chiesetta della Congregazione della Madonna della Divina Pietà, davanti al ponte Quattro Capi. Le parole di Isaia, una delle rare scritte in ebraico in una chiesa cattolica, servono a ricordare agli ebrei che sono un popolo ribelle e che farebbero bene, lasciando la strada sbagliata, a convertirsi al cristianesimo. 

Chiesa di San Gregorio della Divina Pietà

Doppia iscrizione, in ebraico e in latino

Chiesa di San Gregorio. Iscrizione in ebraico

Iscrizione in latino

Dunque, gli ebrei dovevano pentirsi e unirsi alla Chiesa. Se non erano disposti a farlo pacificamente, qualunque altro mezzo di persuasione era allora giustificato: dalla riduzione a uno stato di miseria, alla segregazione nel ghetto, al rogo. Oppure, se ciononostante persistevano nel loro atteggiamento di diniego e ribellione, c’erano le prediche obbligate, i battesimi forzati e le Case dei catecumeni. Il loro gioco si svolgeva mediante un sistema ben organizzato, e se i frutti non maturavano spontaneamente, andavano fatti maturare con la forza.

Le condizioni del ghetto sono sempre state, più o meno a seconda dei papi che si sono succeduti, terribili. Tra le altre sofferenze patite dagli ebrei, come si legge in Il ghetto sul Tevere, le prediche ci sono sempre state. Tuttavia, nel 1557, con Gregorio XIII, si capisce che convertire gli ebrei con le buone è una fatica inutile. Il papa, su suggerimento del convertito Andrea del Monte rende obbligatoria la presenza degli ebrei alle prediche. All’ inizio sono sessanta i membri della comunità che devono assistervi; in seguito è obbligatoria la presenza di cento uomini e cinquanta donne.

Per via dei turni istituiti fra i membri della comunità, non c’era ebreo d’età superiore ai dodici anni che non vi presenziasse di tanto in tanto. Tuttavia i risultati rimasero scarsi, almeno in confronto alle energie che venivano spese nella campagna di proselitismo. Evidentemente gli ebrei continuavano a pensare che i cattolici, nonostante tutte le loro affermazioni in contrario, non erano i soli detentori delle chiavi del Paradiso.

Roma, Palazzo dei Neofiti

Sonnecchiare durante le prediche non è permesso perché gli sbirri del papa sorvegliano continuamente. Allora gli ebrei si tappano le orecchie con la cera oppure parlano di affari, matrimoni o feste di famiglia e nella chiesa di Sant’Angelo in Pescheria si crea un gran frastuono. Ma la Chiesa non trascura nessun mezzo per far degli ebrei esseri umani decenti. Dopo le prediche, viene la Casa dei catecumeni e qui tocca alla comunità pagare per le spese di mantenimento del catecumeno. Se, trascorsi i quaranta giorni, il catecumeno non passa alla fede cristiana si deve pagare una penale. Poiché di solito il non convertito è povero, l’ ulteriore balzello deve essere pagato dalla comunità. Gli ebrei non possono avvicinarsi alla Casa dei catecumeni a meno di sessanta metri e se qualcuno lancia un’occhiata verso le finestre rischia di essere punito con una multa di cento scudi e la fustigazione.

Roma, Piazza Madonna dei Monti, Fontana dei Catecumeni

Far pagare agli ebrei per quelli che abbandonavano la loro fede fu una politica costante del Vaticano. Essi dovevano pagare per quelli che stavano nella Casa dei catecumeni e per quelli che ritornavano nel ghetto, erano multati per le cose che facevano e per quelle che rifiutavano di fare, e molte altre volte erano tassati senza che ci fosse alcuna ragione.

Dio, per Sam Waagenaar, non  sembra curarsi troppo dei problemi finanziari del popolo eletto, almeno per quanto riguarda la tribù accampata testardamente sulle rive del Tevere.

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Sam Waagenaar, Il ghetto sul Tevere

Informazioni su Velia Loresi

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